Un’altra violenza

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I nodi cominciano a venire al pettine.

Probabilmente tra tutte le opzioni pensabili per il Quirinale (Marini, Prodi, D’Alema e altri campioni dell’apparato), quella poi concretizzatasi è la più lugubre e foriera di sventure. Nella rosa delle possibilità non ho messo Rodotà, ma non è una dimenticanza, “l’insigne giurista” non era altro che il simbolo di un desiderio espresso dalla “società civile”, ma un desiderio del tutto irrealizzabile. Le poche prese di posizione, poche ma significative, fatte da Rodotà in merito alla mutazione costituzionale a favore del dogma suicida del pareggio di bilancio, o sulla nocività del fiscal compact, lo rendevano a priori un candidato solo formale, simbolico appunto. Assurdo credere alle dichiarazioni degli uomini del Pd, secondo cui Rodotà era un nome fatto dal M5S e il Pd aveva diritto e dovere di esprimere un suo candidato, non uno di Grillo.

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