Un’altra violenza

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I nodi cominciano a venire al pettine.

Probabilmente tra tutte le opzioni pensabili per il Quirinale (Marini, Prodi, D’Alema e altri campioni dell’apparato), quella poi concretizzatasi è la più lugubre e foriera di sventure. Nella rosa delle possibilità non ho messo Rodotà, ma non è una dimenticanza, “l’insigne giurista” non era altro che il simbolo di un desiderio espresso dalla “società civile”, ma un desiderio del tutto irrealizzabile. Le poche prese di posizione, poche ma significative, fatte da Rodotà in merito alla mutazione costituzionale a favore del dogma suicida del pareggio di bilancio, o sulla nocività del fiscal compact, lo rendevano a priori un candidato solo formale, simbolico appunto. Assurdo credere alle dichiarazioni degli uomini del Pd, secondo cui Rodotà era un nome fatto dal M5S e il Pd aveva diritto e dovere di esprimere un suo candidato, non uno di Grillo.

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I dilettanti della politica

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Il 10 gennaio 1987 comparve sul Corsera un pezzo di Leonardo Sciascia destinato a lasciare il segno. Si intitolava I professionisti dell’antimafia. La parte più interessante, scavalcata la prosa a volte impervia e tutta l’introduzione pur valida, riguardava l’importanza strategica del dichiararsi antimafioso per un politico siciliano, o comunque per un pubblico funzionario. Anche se a tale dichiarazione non sarebbero mai seguiti fatti veri, e l’antimafiosità si sarebbe poi tradotta più che altro in un grande impegno comunicativo, il politico che si pubblicizzasse antimafioso in Sicilia poteva dire di avere il successo assicurato. Anche perché chi si sarebbe eventualmente azzardato a mettergli i bastoni tra le ruote avrebbe fatto la parte di uno che ostacola l’antimafia, e dunque si sarebbe meritato lo stigma del mafioso.

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