Metastorie: fantasmi a Trieste e semi di odio (che germogliano benissimo)

kkk

Trieste. Fantasmi balcanici scomodi eppure comodissimi. Le insidie dell’ideologia del decoro e l’insospettabile uso repressivo di una spugnetta. L’ascesa di una destra che non sa di esserlo, o non se ne preoccupa.
Le metanarrazioni che si trovano su Giap sono da sempre tra le cose più interessanti che leggo in rete. Sono meta-narrazioni perché sono veri e propri reportage giornalistici che scelgono l’efficacissima forma dello pseudoracconto perché è proprio così che si possono mostrare altre narrazioni, insidiose proprio perché occultate.

I Wu Ming lavorano portando in luce i frame nascosti, le cornici di per sé trasparenti o intenzionalmente tenute fuori campo. In questa storia a nord est, ciò che si rivela man mano che la lettura avanza, serve (anche) a rispondere a domande strane. Quelle che – per esempio – uno potrebbe farsi leggendo il capolavoro distopico di Alan Moore, V per vendetta. Quando sente di dover eccepire alle cose che vede nelle pagine (o sullo schermo) e dice:

“Ma come è possibile che arriveremmo a questo punto, a questi livelli di totalitarismo spietato e senz’anima? Com’è possibile che non ce ne renderemmo conto, che non faremmo nulla per fermarlo prima di arrivare a questo?”

Ecco, il racconto ospitato su Giap, di cui riporto il link in fondo, è una storia interessantissima in cui come al rallentatore, o al microscopio, viene fatto vedere un movimento invisibile, una fermentazione, una crescita, un lento, surrettizio processo di saldatura e consolidamento del sentimento di destra più radicale, a partire da germi e humus che forse neppure sanno di esserlo, di svolgere quella funzione.

È un racconto interessante perché usa in maniera intelligente le strisciate perpetuamente prodotte dai social network, quei carotaggi del comune sentire, del mood collettivo e non solo, mostrandone un uso realmente intelligente, una volta tanto: non produzione di opinioni, quasi obbligatoriamente perse nel mare magnum delle puttanate anche se (e specialmente se) si tratta di punti di vista interessanti e non banali; bensì raccolta. Raccolta ragionata e analisi proprio di quelle opinioni, di quei punti di vista e di quelle puttanate.

Ancor di più, è un racconto interessante perché mostra la potenza del raccontare. Ciò che è in scena nell’articolo è una pluralità di voci, da quella mastodontica del Corsera, passando per quelle dei protagonisti mediatici della vicenda, giù giù fino a comprimari e aficionados di facebook, fino allo zero assoluto micronarrativo di questa storia, quella singola parola (KOSOVO) che è all’epicentro dell’accaduto. E ciò che viene perfettamente messo in luce è che ognuna di queste voci ha importanza e assolve una funzione nella costruzione della narrazione finale, perché a sua volta racconta una storia. Macroscopiche o piccolissime che siano, ma tutte – pur nascendo con altre credenziali e perfino diversa ontologia – diventano racconto.

Tutto narra, di sé e di altro. Tutto può e spesso diventa materia di narrazione nelle mani di altri narratori, se hanno la sapienza di togliere la cornice iniziale e metterne un’altra, più grande e più adatta a quello che vogliono raccontare.

In questa prospettiva ciò che vi trovate a leggere è un ciclo nidificato potenzialmente infinito di storie, una dentro l’altra, come matrioske. Si parte dalla scritta sullo scoglio (KOSOVO), che ognuno ri-racconta come voleva, via via fino ad arrivare ai quotidiani come Il Piccolo o Il Corriere, ai partiti, alle personalità politiche. E la stessa cosa fanno gli autori del pezzo, Andrea Olivieri e Tuco: anche loro cambiano cornice, e svelano un altro (ennesimo e non ultimo) pezzo di storia. Anzi, di Storia.

A volte l’impresa più titanica che possiamo compiere, il massimo dell’autodeterminazione possibile, è guardare qual è la cornice in cui siamo stati inseriti, da altri o da noi stessi. Solo allora possiamo cambiarla con una nuova. E così via, in un gioco senza fine.

Spugnette a Nordest. Una storia di topolini, «lotta al degrado» e fantasmi balcanici – di Andrea Oliviero e Tuco (Martino Prizzi)

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Foto: Convegno del Ku Klux Klan negli anni Venti

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