Gender Mender

mani

“Everything in the world is about sex except sex. Sex is about power.” O. Wilde

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Col passato da cospirazionista di cui posso menare vanto, quando negli ultimi giorni mi sono ritrovato davanti un profluvio di avvertimenti su un progetto targato ONU per portare il mondo allo sfascio insinuando programmi demoniaci nelle scuole, ho cominciato subito a ricercare le fonti in rete, perché niente è più affascinante di un complotto ad alto tassò di plausibilità. E la plausibilità la danno le fonti: il tam tam in rete serve solo per risalire fino a esse.

Insomma, visto che gli allarmi che giravano li indicavano tra i testi più incriminabili, intanto mi sono letto, nell’ordine, questi tre papielli:

1) lo Standard per l’educazione sessuale in Europa – quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti (70 pagine)

2) Il gioco del rispetto, linee guida (15 pagine)

3) la proposta di legge Scalfarotto “per il contrasto dell’omofobia e della transfobia” (8 pagine)

[Tempo di lettura totale, comprensivo di ricerche varie su internet di commenti e notizie correlate: due ore e mezza]

SPOILER ALERT: proseguire nella lettura di questo post vi priverà del piacere di scoprire da voi quello che ha scoperto il sottoscritto, e cioè che…

… non esiste nessun complotto distruggimondo da parte dell’ONU. Mi spiace. Meno male che c’è sempre David Icke, quello non delude mai.

Ma allora? Di che si trattava? Di cosa cianciavano tutti quando additavano questa cosa della teoria del gender come se fosse partorita da Goldfinger stesso?

Prendiamo il video (mostrato allo scorso Family Day) che sintetizza al meglio questo allarme di portata planetaria. Ha un titolo molto accattivante, infatti associa le parole “capire” e “in meno di tre minuti”: altro che due ore e mezza e quasi cento pagine da smazzarsi.

Se poi vi avanzano altri due minuti, ecco un articolo di Avvenire, che utilizza lo stesso formato concettuale: vi spieghiamo tutta la storia in pillole, da noi sintetizzate, nel senso che noi abbiamo cercato e studiato e pensato, al fine di risparmiare a voi questo disturbo. Come non essere riconoscenti?

Riprendo velocemente alcuni punti essenziali dell’articolo:

1) “Cos’è il gender? Un insieme di teorie fatte proprie dall’attivismo gay e femminista radicale per cui il sesso sarebbe solo una costruzione sociale. L’identità sessuata, cioè essere uomini e donne, viene sostituita dall’identità di genere (‘sentirsi’ tali, a prescindere dal dato biologico). E si può variare a piacimento”. [sottotitolato mio]

2)  “La scienza ci dice che la differenza tra maschile e il femminile caratterizzano ogni singola cellula, fin dal concepimento con i cromosomi XX per le femmine e XY per i maschi”.

3) Il gender è pericoloso “perché pretende non solo di influire sul modo di pensare, di educare, mediante scelte politiche ma anche di vincolare sotto il profilo penale chi non si adegua (decreto legge Scalfarotto)” [sottotitolato mio].

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Interludio

Gender: la distinzione di genere, in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso, non in quanto basata sulle differenze di natura biologica o fisica ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale (dal dizionario Treccani).

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Oookay, andiamo a dare un’occhiata da vicino alle pietre dello scandalo. Una delle quali, come riporta sempre Il Giornale (che ci fa anche il piacere di metterci a disposizione il pdf), è proprio il libretto de Il gioco del rispetto, contenente le linee guida del progetto finanziato dal Comune di Trieste per promuovere il concetto di uguaglianza di genere nelle scuole dell’infanzia. Progetto che, mi pare di capire, rientra nel più ampio ambito dello Standard di educazione sessuale (il primo papiello, insomma).

In tutta la pubblicazione non esiste neanche un passaggio che parli dell’eliminazione del concetto di sesso biologico. Si fa invece un costante gran parlare e argomentare riguardo alla necessità di superare gli stereotipi di genere. L’esistenza del sesso biologico non viene negata, anzi:

il sesso biologico è una delle prime fonti di identità, in grado di definire la vita del bambino da quel momento in poi.

Il punto fondamentale è che si fa una distinzione tra sesso e genere (eccolo! Il GENDER!), affermando che:

in realtà, molte delle differenze tra bambini e bambine, uomini e donne, nella nostra come in altre culture e società, sono frutto di costruzioni sociali, culturali e storiche.

Passaggio sostanziale: dalla natura abbiamo spostato l’attenzione alla cultura. Se proseguite nella lettura, vi renderete facilmente conto che le autrici sono mosse da un’intenzione esplicita e dichiarata, ovvero quella di ridurre le disparità di trattamento e di diritti tra i generi, perché – questa è la base teorica – disuguaglianze, abusi e violenze, come il cosiddetto femminicidio, trovano la loro radice nella creazione di una cornice ideologica, non naturale, che costringe in maniera rigida uomini e donne in ruoli come il maschio rude e macho e la donna bella e passiva.

Si sta parlando insomma degli stereotipi di genere. I cromosomi doppio X e XY non c’entrano nulla.

Gli stereotipi rafforzano le cornici ideologiche. Nel libro si cita una frase della Gianini Belotti, a mio avviso molto calzante:

La cultura alla quale apparteniamo, come ogni altra cultura, si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere.

Ecco. Il re è immediatamente denudato. Educare un bambino al pensiero critico nei confronti degli stereotipi di genere e dei ruoli a essi sottesi significa renderlo un adulto critico nei confronti dei valori che la cultura vuole fargli portare e trasmettere come se fosse un inconsapevole, passivo vettore, una sorta di mulo la cui soma gli è stata caricata sulla groppa e deve a sua volta scaricarla sulla groppa della generazione successiva.

Si comincia già ora a capire che il terreno dello scontro è squisitamente ideologico, nel senso che da una parte c’è un’istanza sociale che vuole mettere in discussione alcune costruzioni culturali perché ritiene (e magari a torto, ma qui questo interessa poco), così facendo, di riuscire a comprendere e risolvere problemi gravissimi e altrimenti inafferrabili, come ad esempio la prevaricazione violenta dell’uomo sulla donna (femminicidio).

Dall’altra parte c’è un’istanza sociale contrapposta che però, sembra di vedere, gioca un po’ sporco. Infatti non contesta nel merito la base teorica della fazione opposta: non sostiene che quelle costruzioni culturali (le identità sessuali di maschio e femmina) non abbiano davvero niente a che vedere con il fatto che gli uomini ammazzano le donne (molto più che non il contrario), ma fa finta di fraintendere, terrorizzando le proprie fila dicendo che c’è gente che vorrebbe costruire surrettiziamente una società asessuata, tipo le amebe.

Questa fazione gioca sporco su molti fronti, per esempio quando chiama in causa il Parlamento dicendo che stia per approvare una legge che punisce chi “non si adegua” al malefico progetto gender. Il Giornale, sempre lui, (è il punto 3 più sopra citato) si riferisce alla proposta di legge Scalfarotto, che però dice una cosa molto diversa, perché prevede

La reclusione fino a un anno e sei mesi chiunque, in qualsiasi modo, diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima.

E anche

la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima.

Insomma stabilisce qualcosa, forse, di già detto dalla nostra costituzione: non si può perseguitare qualcuno a causa della sua identità di genere. Tutto mi sembra tranne che una legge che aggredisca le frange più tradizionaliste della nostra società, eccezion fatta per quelli che, tra quelle fila, hanno già in programma di discriminare o usare violenza verso quell’altra parte della società. Quella che ha detto che la propria sessualità se la vuole scegliere.

C’è un passaggio nel libretto del Gioco del Rispetto che mi ha fatto riflettere. È quando si parla di una asimmetria nell’importanza della costruzione dei due generi:

per i maschi, più che per le femmine, distinguersi dall’altro genere risulta una questione della massima importanza (…). Mettere in dubbio l’appartenenza al genere costituisce probabilmente il peggior insulto e la peggior minaccia per un maschio.

Le asimmetrie sono spesso interessanti, perché possono contenere indizi di qualcosa di sottostante. A mio avviso, in questo caso ciò che viene rivelato è la natura del costrutto culturale che sta alla base dei generi così come sono codificati nella nostra società, ma spogliato da tutti gli orpelli e lasciato nella sua intelaiatura nuda, stilizzata: il frame.

Perché si insulta molto più violentemente un uomo che una donna dandogli del “frocio”, ovvero della “femminuccia”?

Perché è più importante per il rinforzo e la sopravvivenza di quel frame che l’uomo rimanga uomo, non che la donna rimanga donna, e questo trova una sua giustificazione logica nel fatto che il frame è, in fin dei conti, quello di una divisione verticale, ovvero gerarchica, della società*. Una divisione che deve rispecchiarsi per forza nell’atomo della collettività, cioè la famiglia, in cui ci deve essere un vertice e una base. E una gerarchia, perché si conservi e si perpetui, non deve avere mai il posto all’apice vacante (ovvero l’uomo che “diventa” donna), mentre non è per niente pericoloso il fatto che entrambi i sessi “competano” per occupare il vertice (ovvero la donna che vuole “fare” l’uomo anche lei), dal momento che in questa maniera ci si assicura che il vertice resti sempre un posto ambito, prezioso, senza quindi mettere in discussione l’assetto verticale della società.

[*= nota per i non-terrestri: di norma questo è un segnale che ci si trova di fronte a un’ideologia di destra]

(Interessante, da questo punto di vista, la storia dei movimenti femministi, i quali quindi non avrebbero mai minato veramente la stabilità di questo frame verticale, proprio perché il messaggio che veicolavano era fondamentalmente uno: la donna esige e ha diritto di essere “come l’uomo”, mentre per come la vedo io il vero messaggio *femminista* avrebbe dovuto essere: provate un po’ di più voi uomini a essere come noi donne. Per come la vedo io, infatti, la nostra civiltà avrebbe solo da guadagnare nel diventare un po’ più femminile e un po’ meno maschile.)

Ecco di cosa stavano parlando: della necessaria preservazione dello status quo, in cui c’è un uomo che comanda (o uno stato, o un’elite, sul piano macroscopico) e una donna (o una collettività, un popolo, una plebe) che esegue e che è sottomessa. In effetti così è molto più facile capire perché prendersela tanto con un programma di educazione sessuale. O con le persone che vorrebbero scegliere come vivere la propria sessualità in modo personale e non preconfezionato, magari perfino scegliendo pratiche perverse come il matrimonio civile. 😉

Credo sussistano ben pochi dubbi sulla correttezza di questa ipotesi, e cioè che è di potere, che si stava parlando. Credo che una conferma, indiretta e involontaria, arrivi direttamente dal cuore del Family Day scorso, ovvero l’intervento di Kiko Arguello, fondatore del cammino neocatecumenale, da quel che so l’unico che ha portato sul palco una croce e ha esplicitamente parlato di religione, con tanto di riferimenti alla Genesi, al demonio, all’inferno e al peccato originale.

Guarda caso, Arguello parla di femminicidio. È come se col suo discorso riportasse tutto di nuovo al centro esatto del frame, come se stesse dicendo: è di questo che si sta parlando, di potere, di violenza, di prevaricazione, dell’uomo sull’uomo e contro l’uomo (cioè in questo caso la donna). Ma ovviamente lo fa in chiave opposta: stornando qualsiasi responsabilità che si potrebbe mettere in conto all’ideologia cattolica per quanto riguarda fenomeni di violenza di genere. E infatti la sua sembra un po’ una excusatio non petita:

Ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un’altra donna quest’uomo può fare una scoperta inimmaginabile, perché questa moglie gli toglie il fatto di essere amato, e quando si sperimenta il fatto di non essere amato allora è l’inferno. Quest’uomo sente una morte dentro, così profonda che il primo moto è quello di ucciderla e il secondo moto, poiché il dolore che sente è mistico e terribile, piomba in un buco nero eterno e allora pensa: “Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto?” Allora uccide i bambini. Perché l’inferno esiste.

Esatto. L’inferno esiste e a portarlo sulla terra è una donna che non sta al suo posto. Siamo tutti avvertiti.

***

PS: Ah, potete stare tranquilli: da nessuna parte in quei libri sta scritto che verrà insegnato ai bambini di 4 anni a masturbarsi o a fare crossdressing. Avranno tutto il piacere e la libertà di scoprirlo più in là.

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EDIT (15/7/2015)

In questo post non ho mai toccato la questione sull’esistenza di una “teoria gender” o di un “ideologia gender”, oggetti intorno a cui si è coagulata buona parte del dibattito mainstream. Da una parte chi sosteneva che tale teoria fosse la testa di ponte per un surrettizio progetto postumano – quello, appunto, che ci voleva trasformare in amebe asessuate. Dall’altro la bella stampa di sinistra (oh, yeah), come Internazionale, Wired, l’Espresso, che sosteneva l’inesistenza dello spauracchio, e dunque dell’avversario: non esiste la teoria gender! Esistono i gender studies, ma quella è un’altra storia, etc. etc.

A quanto pare l’ideologia gender esiste eccome! E probabilmente è un bene. Ho scovato (ah, quant’è bello essere ignoranti…) un pezzo molto interessante che parla proprio della sua esistenza. È un dibattito importante e “di frontiera”, per così dire, perchè riguarda la questione identitaria, nucleo tematico con cui la nostra cultura sta facendo i conti da tre secoli e sembra che abbia appena iniziato.

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