I figli dei Lupi

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Elisa Fuksas scrive sull’Huff un pezzo per difendere il nepotismo.

Sulle prime mi incuriosisce l’audacia: cosa s’inventerà la figlia di Fuksas (34 anni, regista, documentarista, scrittrice)? Chi glielo fa fare di esporsi, di prendersi questa pena e sposare una causa apparentemente persa? Non poteva starsene zitta e nascosta in mezzo al resto dell’esercito di figli di papà italiani, bastava aspettare che passasse la tramontana dell’effetto Lupi e tornasse il sereno dell’indifferenza, il bel tempo dell’insensibilità a tutto ciò che accade, ogni giorno, tutti i giorni.

Poi leggo e a fine articolo sorrido, come sorride lo stolto che non capisce. Perché mica ho capito bene qual è il punto di questa autrice ormai affermata a livello internazionale, perfino romanziera, e che quindi – mi vien da supporre – dovrebbe avere con l’esposizione scritta una certa dimestichezza, se non persino un certo stile.

Allora provo a fare un piccolo esercizio di breakdown testuale. Analizziamo che cosa ha detto Elisa F. in 790 parole, più o meno.

Le prime 157 parole se ne vanno in retorica di preambolo, una specie di warming up. Infatti è lei stessa a riassumerle così:

 Tutto questo per dire che siamo circondati da figli di.

Ovvero tutto questo per dire l’ovvio, anche se in effetti non dice solo questo. In quelle 157 parole c’è anche il ringraziamento ai genitori, che le hanno consegnato valori insoliti ma grandiosi che l’hanno fatta diventare se stessa (sic), più l’ammissione di essere coraggiosa:

Valori: sì, non ho paura di usare questa parola apparentemente desueta.

Non c’è niente che mi faccia raggrinzire di più la pelle dello scroto di uno che usa la parola “valori” e poi si fa forte perché lui non ha problemi a parlare di valori, in questo deserto valoriale che è il mondo di oggi. La retorica di Casa Pound si nutre nella stessa greppia semantica.

Le successive 150 parole sono spese per un elenco di famosi figli di papà. Si conclude, detto elenco, con una frase talmente fatidica da scolpirla nel pecorino:

 La legge del “figlio di” non risparmia nessuno.

Ok, l’autrice adesso si è scaldata, adesso arriva il bello. Ecco piovere frasi come:

Ci scandalizziamo – mossi da una scadente retorica da buon cittadino – quando leggiamo la notizia che Maurizio Lupi avrebbe predisposto un futuro radioso per il figlio.

Occhio, qui c’è un’interessante prescrizione per chi legge: se quello che ha combinato Lupi per sistemare il figlio ti scandalizza, sei mosso da una scadente retorica da buon cittadino. Fatti schifo da solo, calcola.

Però subito dopo arriva una boutade (o, come disse qualcuno una volta, una boutanade), perché Elisa F. è anche sceneggiatrice, sa bene che un buon racconto deve alternare tensione e rilassamento, così il lettore può rinfrancare lo spirito con una battuta, dopo la terribile prescrizione di prima:

Tra l’altro ad un centodieci e lode di una delle università migliori del paese, probabilmente neanche serviva quella telefonata.

Risate dal loggione, tantissime, tutte verdi.

Andiamo avanti, recuperiamo i nodi essenziali del discorso. Eccone un altro:

Ma quanti sono, e a tutti i livelli e in tutti i campi, i tentativi che i genitori fanno per aiutare i figli? […]. Ognuno fa quello che può, anche sapendo di poter danneggiare altri.

In effetti questo è un po’ un reprise, sta riciclando quanto detto nell’intro (la legge del “figlio di” non risparmia nessuno), ma ha di nuovo bisogno di questa sponda, per poi poterci somministrare il vero payload dell’articolo, ovvero il suo principio attivo, se l’articolo fosse un medicinale. Eccolo:

L’ostacolo del privilegio è un ostacolo come tutti gli altri.

In che senso, mi scusi?, mi sono chiesto mentre leggevo. Eccola, la tesi veramente audace, altro che quella retorica alla Giorgia Meloni di prima. Forse una spiegazione di questa bomba di frase può cominciare da qui:

Il sistema non funziona, il riconoscimento del merito si inceppa a prescindere che tu sia figlio di qualcuno o di nessuno.

Okay, Elisa, ti seguo. Ti stra-seguo, ti tallono da così vicino che senti il mio fiato sul colletto del tuo Burberry. Dove mi porti?

Mi porti qui:

La famiglia sostiene questo paese, la famiglia ci aiuta, guarda i nostri figli, cani, fa in modo che abbiamo una casa. Ognuno come può, ognuno come riesce, ma senza saremmo persi.

Appena mi passa il prolasso testicolare, provo a riassumere.

1) Il sistema non funziona: il merito non è riconosciuto, solo il cognome.

2) Tutti provano a far funzionare il cognome, dal fruttarolo sotto casa fino al figlio del pontefice.

3) Se dunque si tratta di una distorsione costante e sistematica, allora trattiamola come tale: azzeriamola. Cioè, trattiamola alla stregua di qualsiasi altra contingenza: è un po’ come nel Monopoli, gli imprevisti e le probabilità. Il fatto che io di cognome faccia De’ Paperoni è una probabilità per me e un imprevisto per gli altri. Così come il fatto che in una gara di corsa il mio corpo sia meno adatto (a correre) di quello del mio avversario è un imprevisto per me ma una probabilità per lui.

È solo di ostacoli che si tratta, nella grande corsa della vita. Tutti abbiamo da campare, tutti sfruttiamo come possiamo i vantaggi che abbiamo. Che ci vuoi fare? Smettila di frignare e datti da fare.

“E se non ti sta bene, non recriminare. In fondo in fondo puoi sempre emigrare”, cantava Bennato (In fila per tre).

Conclusione colto-alternativa(?): citazione da Pasolini, di questi tempi sempre più un vero e proprio prêt-à-porter, un outlet dell’arguzia. Se il concetto delle colpe dei padri che ricadono sui figli – in maniera ineluttabile, deterministica – è così stratificato e assimilato che se ne parla già nella letteratura greca, e nessuno ha da ridire (insomma, chi si metterebbe mai a criticare Sofocle?), perché dovremmo fare storie per la sua versione in positivo, cioè che possano attraversare le generazioni non solo le colpe ma anche i meriti?

Questo è quanto ha da dire Elisa F. sulla questione del nepotismo. Lo fanno tutti, allora tanto vale renderlo socialmente accettabile e smetterla di stimolare i sensi di colpa nei figli di papà (ché tanto, chi più chi meno, siamo tutti figli di papà, o come minimo vorremmo esserlo).

I commenti sono facili, più o meno come è facile sparare su un’infermiera della Croce Rossa. Basterebbe far notare a Elisa F. che il ministro finito sui giornali e da cui questa querelle ha preso nuovamente l’avvio è parte sommamente rappresentativa di una compagine politica che da anni spende le sue forze per due attività: convincerci che il posto fisso è un’icona del passato e che bisogna smettere di pretendere garanzie lavorative e abituarsi a prender su tutto (modello tedesco – vedi Hartz IV), e fortificare la propria posizione di potere per poter garantire alla propria famiglia quello stesso posto fisso che per gli altri è da dimenticare.

(Non assomiglia un po’ all’ipocrisia berlusconiana? Sabato bunga-bunga, domenica manifestazione pro-vita, pro-famiglia tradizionale, pro-valori cari al Vaticano?)

Oppure si potrebbe spendere mezzo minuto – di più non serve – per stimolare la Fuksas a considerare l’intelaiatura teorica del suo discorso, il frame che lo incornicia. Il paesaggio sociale che ella raffigura, in certo senso auspicandolo, è un paesaggio pieno di differenze. Un po’ come la savana è piena di animaletti piccoli e animaloni grandi, e i primi vengono mangiati dagli altri. Lei non usa metafore di provenienza naturalista, ma a me sembra di potercele leggere, nel suo “Ognuno come può, ognuno come riesce”. Homo homini lupus, insomma, la vita è una giungla, quella roba lì.

Si potrebbe far notare che questo paesaggio in cui chi si chiama Sempronio è destinato per cause intrinseche e naturali a stare sotto a chi si chiama Serbelloni Mazzanti Viendalmare, non è molto compatibile con una cosa detta democrazia, né si capisce allora per quale stracazzo di motivo uno dovrebbe firmare il famoso patto sociale, se poi alla fine ciò che lo difende e lo garantisce è solo la forza, la potenza di fuoco (anche illegale) del proprio clan.

In una parola, il frame al cui centro si trova l’articolo di Emilia Fuksas è, di fatto, uno schema antidemocratico e nettamente collocabile a destra, perché al cuore del frame fascista c’è e ci sarà sempre una semplice equazione: forza uguale verità, o forza uguale giustizia.

Se quel frame non sappiamo individuarlo tutte le volte che lo incontriamo, possiamo farci molto male. Tipo che magari alla fine votiamo un partito che si chiama democratico, quello forma un governo e dentro ci mette i Lupi. Perché sull’etichetta c’era scritto “di sinistra”.

Ho tralasciato, nell’ultima citazione dalla F., una frase piccolissima, eppure il cui peso specifico è tale da far sprofondare (potenzialmente, eh) tutte le altre 790 parole del pezzo:

Ognuno come può, ognuno come riesce, ma senza saremmo persi. E probabilmente rivoluzionari.

Lo sa! Lo sa! La sua intelligenza e la sua cultura quantomeno glielo fanno sospettare, magari oscuramente, confusamente, di certo con grande paura e imbarazzo.

Lo sa, che soltanto se ci perderemo potremo diventare rivoluzionari. Che soltanto smettendo di mangiarci come cani l’un l’altro, smettendo di allearci con lo stesso potere che da sempre ci vessa (cosa che ci fa sentire più furbi degli altri), smettendo di fare le stesse cose che seguitiamo a fare come fottuti zombi da sempre e per sempre, potranno sussistere le condizioni per rivoluzionare davvero il sistema.

Però non ce la può fare, Elisa. Vive nel privilegio, è drogata di benessere, la droga più ottundente e assuefacente che esista. Cambiare tutto? Per chi? Per gli altri? Fossi matta. Io sto tanto bene come sto. Cazzo mi frega.

Diceva bene quel fesso di Bukowski: solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare.

•••

Nella foto: Un bambino si trova di fronte un ostacolo come tutti gli altri.

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