Google ci sta rendendo stupidi?

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Quella che segue è la traduzione di un articolo di Nicholas Carr, comparso per la prima volta su The Atlantic nel 2008, con il sottotitolo “Quello che internet sta facendo al nostro cervello”. Carr è un giornalista statunitense che si occupa di tecnologia, economia e cultura. Questo articolo è successivamente diventato il cuore del suo libro The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains (2011), finalista Pulitzer.

Al di là del titolo, provocatoriamente luddista, le sue argomentazioni sono ricche di spunti di riflessione sul tempo, sull’etica industriale, sulla concezione attualmente dominante circa cosa sia la conoscenza e su come realtà come Google stiano attivamente intervenendo nella cristallizzazione di tale concezione. Senza che nessuno abbia dato loro formale mandato di farlo.

È anche un articolo che parla di se stesso e di come, essendo lungo circa 26mila battute, sempre meno persone si prenderanno la briga di leggerlo per intero.

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Google ci rende stupidi?

“Dave, fermati. Fermati, Dave. Vuoi fermarti, per favore?”. Con queste parole il supercomputer HAL implora l’imperterrito astronauta Dave Bowman nella famosa scena, peraltro stranamente toccante, che porta alla conclusione di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Bowman, quasi ucciso dalla macchina disfunzionante che stava per abbandonarlo nello spazio profondo, con calma e freddezza prosegue a disconnettere i circuiti che controllano il “cervello” artificiale. “Dave, la mia mente sta andando” dice HAL sconsolato, “Lo sento, lo sento”.

Lo sento anche io. Negli ultimi anni ho avuto questa spiacevole sensazione come se qualcuno, o qualcosa, fosse stato lì a gingillare col mio cervello, ridisegnando la sua circuitazione neurale, riprogrammando la memoria. Per quanto ne so, la mia mente non se ne sta andando, ma sta cambiando. Non penso più nella maniera in cui ero solito farlo. Me ne accorgo soprattutto quando leggo. Un tempo tuffarmi in un libro o in un lungo articolo era facile. La mia mente si faceva catturare da una storia o dalle articolazioni di un ragionamento, e passavo ore a vagabondare attraverso lunghi testi. Adesso è diventato un fatto eccezionale. Ora la mia concentrazione comincia a deragliare spesso dopo solo due o tre pagine. Divento irrequieto, perdo il filo, comincio a cercare altre cose da fare. Mi sembra di dover continuamente riportare il mio erratico cervello sul testo. Quella forma di lettura profonda, così naturale un tempo, adesso mi è diventata faticosa.

Credo di sapere cosa sta succedendo. Per più di un decennio ormai, ho trascorso un sacco di tempo online, cercando e navigando e a volte aggiungendo qualcosa all’immenso database di internet. In quanto scrittore, il web per me è stato un dono del cielo. Ricerche che un tempo mi costavano giorni da passare negli archivi o in emeroteche adesso durano minuti. Qualche ricerca su Google, qualche click veloce ai link, e subito trovavo la notizia importante o la citazione brillante che stavo cercando. Spesso mi capita di fare incursioni nella giungla d’informa­zioni della rete anche quando non lavo­ro: leggo e scrivo email, scorro i titoli e i post dei blog, scarico video, ascolto po­dcast o saltello semplicemente da un link all’altro. A differenza delle note a piè di pagina di un libro, i link non si limitano a segnalare le opere citate, ma ti ci porta­no direttamente.

Per me, come per altre persone, inter­net sta diventando un mezzo universale, la fonte di gran parte delle informazioni che entrano nella mia mente attraverso gli occhi e le orecchie. I vantaggi di avere un accesso immediato a un magazzino così ampio di informazioni sono molti, sono stati analizzati a fondo e giusta­mente lodati. “Con la sua capacità di ri­cordare perfettamente”, ha scritto Clive Thompson sul mensile Wired, “la me­moria al silicio può essere di grande aiu­to per il pensiero”. Ma quell’aiuto ha un prezzo. Come ha osservato negli anni sessanta il teorico dei mass media Mar­shall McLuhan, i mezzi d’informazione non sono dei canali passivi: forniscono i contenuti su cui si elabora un pensiero, ma al tempo stesso influenzano lo stesso processo di formazione del pensiero. Ho l’impressione che internet stia demolen­do la mia capacità di concentrazione e di riflessione. La mia mente si è abituata ad assorbire le informazioni nello stesso modo in cui vengono distribuite dalla rete, cioè sotto forma di un flusso di par­ticelle che si muovono a grande velocità. Se un tempo ero un sub che si immerge­va nel mare delle parole, ora plano sulla superficie come un ragazzino in sella a un aquascooter. E non sono il solo. Quando parlo dei miei problemi di lettura con amici e co­noscenti, per lo più scrittori e giornalisti, molti mi raccontano esperienze simili. Più usano internet e più fanno fatica a concentrarsi su testi di una certa lun­ghezza. Anche alcuni blogger hanno co­minciato a parlare di questo problema. Scott Karp, nel suo blog sui mezzi d’in­formazione Publishing 2.0, ha confessato di aver smesso di leggere i libri: “Al college, dove mi sono specializzato in let­teratura, ero un avido lettore di libri. Co­sa mi è successo?”. Ecco la sua conclusio­ne: “Forse leggo in rete non tanto perché è cambiato il mio modo di leggere, ma perché è cambiato il mio modo di pensa­re”. Un altro che ha descritto l’effetto di internet sulle sue abitudini mentali è Bruce Friedman, che ha un blog dedica­to all’uso del computer in medicina. “Or­mai ho perso quasi completamente la capacità di leggere e di assimilare un ar­ticolo di media lunghezza, sia su carta sia online”. Friedman fa il patologo e inse­gna alla University of Michigan. Il suo modo di pensare, mi ha spiegato, somiglia allo staccato musicale, nel senso che rispecchia la velocità con cui internet permette di scorrere brevi passi di testo tratti da più fonti. “Non riesco più a leg­gere Guerra e pace”, ha ammesso. “Perfi­no un post che supera i tre o quattro pa­ragrafi è troppo lungo. Mi limito a scor­rerlo superficialmente”.

È chiaro che casi come questi, da soli, non dimostrano molto. Inoltre siamo ancora in attesa degli esperimenti neu­rologici e psicologici che dovrebbero chiarire gli effetti di internet sulla nostra attività cognitiva. Ma un recente studio dell’University college di Londra sulle ricerche online sembra indicare che po­trebbe essere in atto un cambiamento radicale del nostro modo di leggere e di pensare. Gli studiosi britannici hanno esaminato l’attività dei visitatori di due noti siti di ricerca: uno gestito dalla Bri­tish library e l’altro da un consorzio di enti accademici. Entrambi offrono l’ac­cesso ad articoli, ebook e altre forme di informazione scritta. Dallo studio è emerso che gli utenti tendono a “sfiorare i contenuti”: saltellano da una pagina al­l’altra, tornando di rado su quelle già vi­sitate. Leggono al massimo una o due pagine di un articolo o di un libro prima di saltare a un altro sito. Ogni tanto qual­cuno salva un articolo lungo, ma non è detto che lo riprenderà per leggerlo tut­to. Secondo gli autori è evidente che

gli utenti leggono online in modo diverso. Alcuni segnali indicano addirittura lo sviluppo di nuove forme di lettura: gli utenti leggono trasversalmente i titoli, i contenuti delle pagine e i sommari, spe­rando di trovare rapidamente quello che cercano. Sembra quasi che vadano in re­te per evitare di leggere nel senso tradi­zionale.

Grazie all’ubiquità dei testi sulla rete, og­gi probabilmente leggiamo di più rispet­to agli anni settanta e ottanta, quando il mezzo principale era la tv. Ma è un modo di leggere diverso, dietro al quale c’è an­che un modo diverso di pensare e forse addirittura un nuovo concetto di io. “Non siamo solo ciò che leggiamo”, spiega Maryanne Wolf, docente di psicologia evolutiva alla Tufts university, nel Mas­sachusetts, e autrice del libro Proust e il calamaro: storia e scienza del cervello che legge. “Noi siamo come leggiamo”. Il timore di Wolf è che lo stile di lettura incoraggiato da internet, che predilige l’efficienza e l’immediatezza, stia inde­bolendo la nostra capacità di lettura pro­fonda, che si è sviluppata quando la stampa ha facilitato l’accesso a opere in prosa lunghe e complesse. Secondo Wolf, quando leggiamo online diventiamo “dei semplici decodificatori di informazioni”: la nostra capacità di interpretare un te­sto, di stabilire i tanti nessi mentali che si formano quando leggiamo senza distra­zioni, resta per lo più inutilizzata.

Per gli esseri umani, spiega Wolf, leg­gere non è una capacità dettata dall’istin­to. Non è scritta nei nostri geni come il linguaggio parlato: dobbiamo insegnare alla mente a tradurre i caratteri simboli­ci che vediamo nella nostra lingua. I mezzi d’informazione e le altre tecnolo­gie che usiamo per leggere svolgono un ruolo importante nel plasmare i circuiti neuronali del cervello. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che i po­poli che leggono ideogrammi, per esem­pio i cinesi, sviluppano dei circuiti men­tali per la lettura molto diversi da quelli di chi scrive e legge usando un alfabeto. Le differenze riguardano molte aree del cervello, comprese quelle che gestiscono funzioni cognitive essenziali come la me­moria e l’interpretazione degli stimoli visivi e acustici. È probabile, quindi, che l’uso di internet darà vita a circuiti diver­si da quelli plasmati con la lettura dei li­bri e di altri testi stampati.

Nel 1882 Friedrich Nietzsche comprò una macchina da scrivere. Aveva comin­ciato a perdere la vista, e tenere lo sguar­do concentrato su una pagina stava di­ventando doloroso e stancante: spesso soffriva di spaventosi mal di testa. Scri­veva sempre meno e temeva di dovervi rinunciare del tutto. La macchina da scrivere lo salvò. Una volta imparato a battere Nietzsche poté scrivere con gli occhi chiusi e le parole tornarono a fluire sulla pagina.

Ma la macchina ebbe anche un effetto più impalpabile. Un amico compositore notò un cambiamento di stile nella scrit­tura del filosofo: la sua prosa era ancora più scarna e telegrafica di prima. “Forse attraverso questo strumento passerai a un nuovo idioma”, gli scrisse l’amico in una lettera, aggiungendo un’impressio­ne personale: “Spesso i miei pensieri sul­la musica e sul linguaggio dipendono dalla qualità della penna e della carta che uso”. Nietzsche gli rispose: “Hai ra­gione, gli strumenti con cui scriviamo influiscono sulla formazione dei nostri pensieri”. Sotto l’influsso della macchina da scrivere, osserva Friedrich A. Kittler, uno studioso tedesco dei mezzi d’infor­mazione, la prosa di Nietzsche “è passata dalle argomentazioni articolate all’afori­sma, dalla riflessione alla battuta. In­somma, da uno stile aulico a uno telegra­fico”.

Il cervello umano è molto elastico. In passato si pensava che, una volta rag­giunta l’età adulta, il reticolo che compo­ne la nostra mente – cioè i fitti collega­menti tra i circa cento miliardi di neuro­ni presenti nel cranio – non si modificas­se più. Poi i ricercatori hanno scoperto che non è così: secondo il neuroscienzia­to James Olds, che dirige il Krasnow in­stitute for advanced study della George Mason university, anche il cervello adul­to “è molto plastico”. Le cellule nervose interrompono di continuo i vecchi colle­gamenti per formarne di nuovi. “Il cer­vello”, spiega Olds, “è capace di ripro­grammarsi al volo, modificando il suo modo di funzionare”.

Usando quelle che il sociologo Daniel Bell chiama le nostre “tecnologie intel­lettuali”, cioè gli strumenti che aumenta­no le capacità mentali, cominciamo ine­vitabilmente ad acquisire le caratteristi­che di quelle tecnologie. Un esempio convincente è l’orologio meccanico, entrato nell’uso comune nel Quattordicesimo secolo. Nel suo saggio Tecnica e cultura, lo storico Lewis Mumford spiega che l’orologio “ha dissociato il tempo dagli eventi umani, contribuendo a farci credere nell’esisten­za di un mondo indipendente, fatto di sequenze matematicamente misurabili”. Così la “cornice astratta del tempo suddi­viso” è diventata “il punto di riferimento non solo dell’azione, ma anche del pen­siero”.

Se il ticchettio dell’orologio ha contri­buito a far nascere la mente scientifica, ha anche fatto morire qualcosa. Nel suo libro del 1976, Il potere del computer e la ragione umana : i limiti dell’intelligenza artificiale, l’informatico Joseph Weizen­baum osservava che l’idea del mondo nata con l’uso diffuso di strumenti per la misurazione del tempo “resta una ver­sione ‘povera’ di quella vecchia, perché poggia sul rifiuto delle esperienze dirette alla base della vecchia realtà”. Nel deci­dere quando mangiare, dormire o alzarci abbiamo smesso di dar retta ai sensi e abbiamo cominciato a obbedire all’oro­logio.

Il nostro processo di adattamento alle nuove tecnologie intellettuali si rispec­chia nelle metafore che usiamo per par­lare di noi stessi. Quando è arrivato l’oro­logio meccanico, gli esseri umani hanno cominciato a considerare il loro cervello una cosa che funziona “come un orolo­gio”. Oggi, nell’era del software, conside­riamo il cervello una cosa che funziona “come un computer”. Ma secondo i neu­roscienziati, i cambiamenti sono molto più profondi. Grazie all’elasticità del cer­vello, l’adattamento avviene anche a li­vello biologico.

Internet, quindi, potrebbe avere degli effetti particolarmente incisivi sulla no­stra attività cognitiva. In uno studio pub­blicato nel 1936, il matematico britanni­co Alan Turing dimostrò che un compu­ter digitale – all’epoca un apparecchio solo teorico – poteva essere programma­to per svolgere la funzione di qualsiasi altro dispositivo per l’elaborazione di in­formazioni. è proprio quello che sta suc­cedendo oggi: internet, un sistema dalla capacità di calcolo potenzialmente infi­nita, sta assorbendo buona parte delle tecnologie intellettuali di cui disponia­mo. Sta diventando la nostra mappa e il nostro orologio, la nostra macchina tipo­grafica e la nostra macchina da scrivere, la nostra calcolatrice e il nostro telefono, la nostra radio e la nostra tv.

Un mezzo di comunicazione assorbito da internet viene ricreato a immagine e somiglianza della rete. Il web inserisce nei contenuti di questo mezzo link, ban­ner pubblicitari e altri orpelli digitali, e circonda questi contenuti con quelli de­gli altri mezzi di comunicazione assorbi­ti. Un messaggio di posta, per esempio, può arrivare mentre scorriamo gli ultimi titoli sul sito di un giornale. La conse­guenza è la riduzione della nostra capa­cità di attenzione e concentrazione.

Ma l’influsso di internet non si limita al monitor di un computer. Man mano che le nostre menti entrano in sintonia con questo folle patchwork di mezzi di comunicazione online, gli strumenti tradizionali sono costretti ad adattar­si alle nuove aspettative degli utenti: i programmi tv aggiungono messaggi a scorrimento e finestre pubblicitarie; le riviste e i giornali accorciano gli articoli, introducendo brevi riassunti e affollando le pagine con piccole notizie facili da leggere. A marzo il New York Times ha deciso di riservare la seconda e la terza pagina agli estratti degli articoli pubbli­cati per esteso nel resto del giornale. Tom Bodkin, il design director, ha spiegato che queste “scorciatoie” servono a dare al lettore frettoloso un rapido “assaggio” delle notizie del giorno: in questo modo può evitare il metodo “meno efficiente” di leggere gli articoli integrali girando a una a una le pagine. Insomma, i vecchi mezzi di comunicazione sono costretti a rispettare le regole imposte da quelli nuovi.

Mai un sistema di comunicazione ha svolto tante funzioni nella nostra vita o ha esercitato un’influenza così estesa sui nostri pensieri. Nonostante tutto quello che è stato scritto sul web, pochi hanno cercato di capire in che modo la rete ci stia riprogrammando: l’etica intellettua­le di internet resta un mistero.

Nello stesso periodo in cui Nietzsche cominciava a usare la macchina da scri­vere, il giovane Frederick Winslow Taylor decideva di portare un cronografo nell’acciaieria Midvale di Filadelfia. Taylor avviò una storica serie di esperimenti che avrebbero dovuto au­mentare l’efficienza dei dipendenti. Sele­zionò un gruppo di operai, li fece lavora­re su diversi macchinari, registrando e cronometrando tutti i loro movimenti e le operazioni effettuate dalle macchine. Suddividendo ogni singolo compito in una sequenza di fasi e sperimentando i vari modi possibili per eseguirlo, Taylor elaborò un insieme di istruzioni (oggi diremmo un algoritmo) che stabiliva il modo in cui ogni operaio doveva lavora­re. Naturalmente i dipendenti della Midvale protestarono contro il nuovo regime, sostenendo che li trasformava in automi. Ma la produttività della fabbrica salì alle stelle.

Così, più di un secolo dopo l’invenzio­ne della locomotiva a vapore, la rivoluzione industriale aveva finalmente tro­vato la sua filosofia. La coreografia indu­striale ideata da Taylor fu adottata in tutte le fabbriche statunitensi e, con il passare del tempo, anche nel resto del mondo. Cercando di massimizzare la ve­locità, l’efficienza e la produzione, gli in­dustriali usarono gli studi sul tempo e sul movimento per organizzare il lavoro nel­le fabbriche e individuare i compiti degli operai. Lo scopo, come lo definì lo stesso Taylor nel famoso trattato Princìpi di or­ganizzazione scientifica del lavoro, era individuare e adottare per ogni singolo compito “il migliore metodo” di lavoro, attuando così “la graduale sostituzione del calcolo approssimativo con la scienza attraverso le arti meccaniche”. Una volta applicato a tutte le fasi del lavoro ma­nuale, questo sistema avrebbe determi­nato una ristrutturazione non solo della produzione industriale, ma dell’intera società, creando un’utopia di efficienza perfetta. “In passato”, scriveva Taylor, “al primo posto c’era l’uomo: in futuro do­vrà esserci il sistema”.

Il sistema tayloriano è ancora largamen­te usato e resta l’elemento base dell’etica industriale. E oggi, grazie al potere cre­scente esercitato sulla nostra vita intel­lettuale da programmatori e ingegneri informatici, l’etica di Taylor comincia a influenzare anche la sfera della mente. Internet è una macchina progettata per la raccolta, la trasmissione e la manipo­lazione efficiente e automatizzata delle informazioni. E i suoi programmatori si sforzano di trovare “il metodo migliore” per svolgere quello che è ormai definito “il lavoro della conoscenza”.

Googleplex, il quartier generale di Google a Mountain View, in California, è la cattedrale di internet. E la religione praticata è proprio il taylorismo. Google, ha dichiarato l’amministratore delegato Eric Schmidt, “è un’azienda fondata sul­la scienza della misurazione” e punta a “sistematizzare” tutto quello che fa. Sfruttando i terabyte di dati raccolti sul comportamento dei navigatori, Google fa ogni giorno migliaia di esperimenti e usa i risultati per raffinare i suoi algorit­mi, che controllano sempre meglio i mo­di in cui gli utenti ottengono le informa­zioni e ne ricavano un senso. Quello che Taylor ha fatto per il lavoro del braccio, Google lo sta facendo per il lavoro della mente. L’azienda californiana ha dichia­rato che la sua missione è “organizzare le informazioni del mondo intero e render­le universalmente accessibili e utili”. Il suo scopo è mettere a punto “il motore di ricerca perfetto”, quello che “capisce esattamente cosa vuoi e ti dà esattamen­te quello che cerchi”. Secondo Google, l’informazione è una merce come le al­tre, una risorsa che può essere estratta ed elaborata con efficienza industriale. Più numerosi sono gli elementi di informa­zione “accessibili” e più rapidamente possiamo estrarne il succo e diventare produttivi nel pensare.

Sergej Brin e Larry Page, che hanno fondato Google mentre studiavano in­formatica a Stanford, hanno più volte detto di voler trasformare il loro motore di ricerca in un’intelligenza artificiale, una macchina simile ad Hal e in grado di collegarsi direttamente al cervello di ogni navigatore. “Il motore di ricerca su­premo”, ha dichiarato Page qualche anno fa, “è intelligente quanto un essere uma­no. Se non di più. Per noi lavorare sulla ricerca è un modo per lavorare sull’intel­ligenza artificiale”. Nel 2004, in un’inter­vista a Newsweek, Brin ha dichiarato: “Staremmo senz’altro meglio se avessi­mo tutte le informazioni del mondo col­legate direttamente al cervello, o a un cervello artificiale più intelligente del nostro”. L’anno scorso, intervenendo a un convegno scientifico, Page ha spiega­to che Google “sta davvero cercando di costruire l’intelligenza artificiale e di far­lo su larga scala”.

È un’ambizione naturale e perfino ammirevole da parte di due genietti che dispongono di un’enorme quantità di denaro e di un piccolo esercito di infor­matici. Come ha sottolineato Schmidt, Google è un’impresa che cerca di usare la tecnologia “per risolvere problemi mai risolti finora”. E l’intelligenza artificiale è il problema più difficile: perché mai Brin e Page non dovrebbero riuscire a risol­verlo? Eppure c’è qualcosa di inquietan­te nel sostenere che “staremmo tutti meglio” se il nostro cervello fosse integrato – o addirittura sostituito – da un’intelli­genza artificiale. Per Brin e Page, insom­ma, l’intelligenza è come il prodotto di un processo meccanico, di una serie di fasi che si possono isolare, misurare e ot­timizzare. Il mondo di Google lascia po­co spazio all’indistinto della contempla­zione. L’ambiguità non è usata come uno spunto per grandi intuizioni, ma è un er­rore da correggere. Il cervello umano è solo un vecchio computer che ha bisogno di un processore più veloce e di un disco rigido più capiente.

L’idea che la nostra mente debba lavora­re come un potente calcolatore non è so­lo alla base del funzionamento di inter­net, è anche il modello aziendale che domina nella rete. Quanto più veloce è la navigazione nel web, tanto più aumenta­no per Google e per le altre aziende le opportunità di raccogliere informazioni su di noi e di proporci annunci pubblicitari. Quasi tutte le imprese presenti in rete sono interessate a raccogliere le bri­ciole di dati che ci lasciamo dietro quan­do passiamo da un link all’altro: più bri­ciole ci sono e meglio è. L’ultima cosa che vogliono è incoraggiare una lettura di­stesa, un pensiero lento e concentrato. Anzi, hanno tutto l’interesse a disperde­re la nostra attenzione.

Ma forse sono troppo pessimista. Da sempre, all’esaltazione del progresso tec­nologico si contrappone la tendenza ad aspettarsi il peggio da ogni nuovo stru­mento. Nel Fedro di Platone, per esem­pio, Socrate si lamenta dell’invenzione della scrittura, osservando che gli uomi­ni useranno sempre più la parola scritta come sostituto delle conoscenze custodi­te un tempo nella mente. “Questa sco­perta, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza”, so­stiene Socrate, che aggiunge: “Ascoltan­do molte cose senza insegnamento, cre­deranno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compa­gnia sarà molesta, poiché saranno diven­tati portatori di opinione anziché sapien­ti”. Socrate non aveva torto: spesso le nuove tecnologie hanno avuto gli effetti che il filosofo attribuiva alla scrittura. Ma Socrate aveva anche la vista corta, nel senso che non poteva prevedere i mille modi in cui la scrittura e la lettura avrebbero contribuito a diffondere l’in­formazione, a stimolare idee nuove e ad accrescere il sapere (se non la saggezza) degli uomini. Nel quattrocento l’inven­zione della stampa da parte di Johannes Gutenberg scatenò una nuova ondata di violente proteste. Un umanista italiano, Girolamo Squarciafico, espresse il timo­re che la facile disponibilità di libri avrebbe favorito la pigrizia intellettuale, rendendo gli uomini “meno studiosi” e indebolendone la mente. Altri sostenne­ro che i libri e i giornali ormai stampabi­li a poco prezzo avrebbero scalzato l’au­torità religiosa, svilito l’opera di studiosi e scribi, e alimentato la sedizione e il li­bertinaggio.

Come osserva Clay Shirky, un docente della New York university, “quasi tutte le argomentazioni avanzate contro l’inven­zione della stampa si sono dimostrate esatte e perfino profetiche”. Ma anche qui le cassandre non potevano certo im­maginare i mille benefici della parola stampata. Insomma, è bene essere scet­tici di fronte al mio scetticismo. Forse un giorno scopriremo che avevano ragione quelli che oggi danno del luddista o del nostalgico a chi critica internet. Forse un giorno dalle nostre menti iperattive e piene di dati sorgerà un’età dell’oro di scoperte intellettuali e saggezza univer­sale. È anche vero, però, che internet non è l’alfabeto. E seppure un giorno dovesse sostituire la stampa, rimane il fatto che i due mezzi di comunicazione producono cose completamente diverse. Una lettu­ra profonda come quella legata a una sequenza di pagine stampate è preziosa non solo per le conoscenze che ricaviamo dalle parole dell’autore, ma anche per le vibrazioni intellettuali che il testo suscita nella nostra mente.

Negli spazi che vengono aperti dalla lettura senza distrazioni di un libro – o da qualsiasi altro atto di contemplazione – operiamo associazioni mentali, riflet­tiamo, ricaviamo analogie, alimentiamo le nostre idee. La lettura profonda, so­stiene Maryanne Wolf, è indistinguibile dal pensiero profondo. Se perdessimo quegli spazi di silenzio o li riempissimo di contenuti, sacrificheremmo qualcosa d’importante non solo in noi stessi, ma nella nostra cultura.

In un recente saggio il drammaturgo statunitense Richard Foreman descrive in modo eloquente la posta in gioco: “Provengo da una tradizione della cultu­ra occidentale in cui l’ideale (il mio idea­le) era forgiarsi una personalità altamen­te istruita e articolata, dotata di una struttura complessa, densa e simile a una cattedrale. Diventare cioè un uomo o una donna che avesse dentro di sé una versione personale e inimitabile dell’in­tero patrimonio dell’occidente. Ma oggi in tutti noi, me compreso, noto la ten­denza a sostituire questa complessa den­sità interiore con un nuovo tipo di io, che evolve per effetto della pressione eserci­tata dal sovraccarico di informazione e dalla tecnologia ‘dell’immediatamente disponibile’”. Man mano che veniamo svuotati del nostro “repertorio interiore basato su un ricco patrimonio culturale”, conclude Foreman, rischiamo di trasfor­marci in “persone-frittella”, cioè indivi­dui atomizzati e di scarso spessore che si collegano con la sterminata rete di infor­mazioni premendo semplicemente un tasto”.

La famosa scena di 2001: Odissea nello spazio mi è rimasta così impressa che non smetto di pensarci. Quello che la rende così struggente e bizzarra al tempo stesso è la reazione emotiva del supercomputer: man mano che i suoi circuiti si spengono, Hal si dispera, im­plora come un bambino l’astronauta, prima di tornare a quello che possiamo solo definire uno stato di innocenza. Lo sfogo emotivo del supercomputer con­trasta apertamente con l’impassibilità degli esseri umani, che fanno il loro do­vere con un’efficienza quasi robotica. È come se i loro pensieri e le loro azioni fa­cessero parte di un copione, come se ese­guissero le fasi di un algoritmo prestabi­lito. Nel film gli uomini sono diventati così simili alle macchine che il personag­gio più umano finisce per essere proprio la macchina.

Credo che sia questo il senso dell’oscura profezia di Kubrick: quanto più ci affi­deremo al computer per mediare la no­stra comprensione del mondo, tanto più la nostra intelligenza si appiattirà e di­venterà artificiale.

 

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immagine: foto post mortem (periodo vittoriano) usata come ricordo del caro estinto.

 

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