TeleGoo

triangleheads

Serviva un approccio differente. Pensai a me stesso, al mio sistema immunitario evolutosi con lenta, darwiniana fermezza per sopravvivere alle incursioni dei terziario-virus. Pensai a un modo per bypassare i miei stessi firewall cognitivi. Chiusi per un momento gli occhi, mi tuffai in un nuovo frame e ne riemersi dopo un tempo incalcolabile – ma non superiore ai dieci secondi – con la stessa euforia con cui Seth Brundle era uscito dalla polla del plasma.

Serviva uno scatto mentale: adesso dovevo pensare come il virus. Adesso io ero il virus.

Intorno a me si alzarono tutti quanti. Guardai spaesato l’orologio Ikea sulla parete alla mia destra, la lancetta lunga oziava poco a sinistra del sei, quindi erano appena passate le cinque e mezza.

Un tale con la polo color cacciucco infilata nei jeans con le pince mi lanciò un salvagente verbale: “C’è la pausa”.

Giusto: dalle cinque e trenta alle sei si stava tutti fuori sul marciapiede, a fumare e a dirsi cose con il capoturno, più che altro valutazioni sul rendimento di calciatori di serie A. Feci il gesto di togliermi le cuffie ma poi le rimisi. Avevo forse afferrato qualcosa, un mindset differente, un guizzo creativo, una caccola di pensiero laterale all’angolo del mio occhio interiore, e non volevo mollarla.

Avrei venduto un contratto, cazzo. Entro le nove di quella sera avrei bucato le difese immunitarie di un povero cristo qualsiasi, poco mi fregava se indebolito da depressioni lavorative, coniugali o esistenziali, gli avrei iniettato dentro il DNA maligno, avrei spappolato i suoi anticorpi e mi sarei fatto dare, nell’ordine il suo codice di migrazione e il suo IBAN.

Il punto era scavalcare l’iniziale baluardo di indifferenza, fastidio ed esasperazione. Ecco perché dovevo giocare di fantasia, sorprendere il bersaglio dicendogli qualcosa che non si sarebbe mai aspettato di sentirsi dire da un teleseller.

Guardai il foglio, in cui una colonna di numeri stampati a caratteri minuti mi guardava a sua volta con aria di sfida. Ero più o meno alla fine. Le statistiche che mi ero fatto fino a quel momento dicevano all’incirca questo: su settanta numeri a foglio,

– otto, cioè più del dieci per cento, appartenevano già a clienti TeleGoo;

– ventuno, cioè il trenta per cento, erano numeri inesistenti;

– quindici, quasi un quarto, erano telefonate destinate a non ricevere risposta, o perché nessuno alzava la cornetta dall’altra parte, o perché si rivelavano fax, o perché c’era la segreteria;

– dodici, cioè quasi il venti per cento, erano utenti che appena sentivano il nome TeleGoo andavano in escandescenze e gorgogliavano in maniera simile ad Azatoth le loro maledizioni alla compagnia telefonica e al sottoscritto, dato che era tipo la quinta volta che venivano scocciati da quel gestore. Solo nell’ultima settimana.

Il resto, ovvero l’opulente cifra di ben quattordici-numeri-dico-quattordici per ogni foglio, era territorio potenzialmente libero, inesplorato, vergine. Aspettava solo un operatore smart a sufficienza da piazzare il colpo.

Era evidente che stessimo raschiando il fondo di un barile vuoto da tempo. Che la gente fosse stanca marcia di compagnie per cui era solo un target da infiocinare, spremendogli gli ultimi soldi che ancora aveva abbindolandola con la scusa del contratto megarisparmioso. Era evidente che quell’avamposto a due passi dalla fermata metro Quintiliani, su strada, accanto a una parafarmacia, fosse tutto ciò che rimaneva del comparto ricerca e sviluppo dell’industria italiana. L’innovazione, se tale si poteva chiamare, era impegnata a inventare modi per grattare utili strappando clienti ad altre compagnie, facendo sembrare oro quello che non era, sottacendo clausole vessatorie, fornendo risposte ambigue a domande legittime.

Composi sul tastierino dell’applicazione web il prossimo numero della lista – provincia di Pescara – presi un grosso respiro e mi tuffai.

«Pratiche auto De Girolamo, buonasera».

«Non sei stanca di spendere tutti quei soldi per la bolletta telefonica?»

«Ma chi parla?»

«Sono Emanuele, chiamo per conto di TeleGoo, la compagnia telefonica. C’è una promozione che aspetta solo di essere attivata…»

«Ah no, guardi, non ci serve niente. Buonasera».

Click. Muto.

Chiusi gli occhi, alzai la testa, stirando i muscoli delle spalle. Misi il segno di spunta al numero e passai a quello successivo.

«Pronto?»

«Venticinque euro tutto compreso, tutto senza limiti».

«Come, scusi?»

«Venticinque euro al mese, adsl senza limiti, telefonate senza limiti verso rete fissa e mobile. E nota bene: neppure lo scatto alla risposta. Da non crederci, eh? Eppure è vero».

Click. Muto.

Finsi con me stesso che il mio corpo non stesse lamentandosi per la posizione sulla sedia, nel cubicolo. Altro numero.

«Pronto».

«Non mi dire che stai ancora pagando il canone a Telecum».

«Ma chi è?»

«Non importa chi sono, quello che conta è quanto posso farvi risparmiare. Calcola un cinquanta per cento. E posso liberarti dalla schiavitù del canone Telecum. Vuoi sapere come?»

«No».

Click. Muto.

Pensai alle parole di Rocky Balboa: “Non fa male, non fa male…”. Strinsi i denti, mandai giù duro e lessi il numero successivo. Per due volte nulla di fatto: un fax, un telefono che non rispondeva. Poi:

«Buonasera, ristorante Bella Campagna».

«Senta, sono Emanuele, se non chiudo almeno un contratto stasera sono un uomo morto, glielo giuro. La cosa assurda è che quello che sto per offrirle è davvero vantaggioso. Una promozione che per un anno le dà il massimo in quanto a banda larga e telefonia».

«Io sono il cameriere, non mi occupo di queste cose».

«Mi fa parlare con il titolare?»

«Scherzi? Se te lo passo mi licenzia. Arrivano duecentomila chiamate del genere… ogni volta che risponde lui, sclera. Sei fortunato che ho risposto io, sennò ti mandava direttamente affanculo».

«E a te interesserebbe un contratto per casa? Venticinque euro tutto compreso, adsl e telefo…»

«No, guarda, non ci siamo capiti. Non posso perdere tempo al telefono, se mi vede il capo, sclera. Ciao».

Click. Muto.

Altra chiamata.

«Chi è?»

«TELEGOOOO!» Urlai nel microfono, tanto non c’era quasi nessuno, erano ancora in pausa a parlare di Totti.

«No, basta. È la seconda volta che mi chiamate in una settimana. Sai dove può mettersele TeleGoo le sue offerte?».

Ebbi un piccolo cedimento. Era una domanda, quindi tecnicamente era un’apertura al dialogo, tutto quello che avrei dovuto desiderare. Eppure l’idea di avere dettagli su cosa fare con la mia offerta non mi attirava neppure un po’.

Con voce atona replicai: «Grazie e scusi se l’ho disturbata». Mentre chiudevo la connessione mi sembrò di sentire l’accenno di un insulto, ma non ne fui certo.

Altro numero, il quintultimo di quel foglio.

«Pronto?». Voce di donna giovane.

«Aiuto…» bisbigliai, le labbra attaccate al cappuccio di gommapiuma del microfono.

«Cosa?»

«Sono ostaggio di un capoturno impazzito. Se non vendo almeno un contratto mi ammazza. Ti prego, è un contratto davvero conveniente. Tu mi dai il codice di migrazione e il tuo IBAN, io ti faccio risparmiare un sacco di soldi sulla bolletta del telefono, e torno a casa dalla mia donna e dal mio gatto, stasera. Tutti vincono».

Quella si buttò a ridere, poi recuperò il fiato e mentre io esultavo dentro di me la sentii dire: «Sto imballata di lavoro, e non posso aiutarti, il principale è fuori, è lui che si occupa dell’amministrazione, io conto un cazzo. Però sei simpatico. Ciao».

Click. Muto.

Restai un attimo bloccato. Dovevo considerarla, se non proprio una mezza vittoria, almeno come un indizio che stavo andando nella direzione giusta? Forse sì. La gente andava spiazzata. Dovevo colpire sotto la cintola, senza mezzi termini. Li dovevo traumatizzare. Ancora un numero.

«Autoconcessionaria Mengoli, sono Renato, in cosa posso servirla?»

«Ciao Renato, sono Emanuele. Hai i telefoni controllati».

«Prego?»

«È proprio così. Sei con Telecum?»

«Come?»

«Il telefono da cui parli. Che compagnia hai? Telecum?»

«N-no, è Gigabang».

«Ecco, lo dicevo. Lo sapevi che Gigabang appartiene al gruppo FavaNet?e che FavaNet è una delle aziende sputtanate da Edward Snowden?»

«Chi?»

«Snowden, quello del datagate».

Click. Muto.

Non mi persi d’animo. Avevo capito che dovevo suscitare curiosità, insinuare il dubbio, solleticare la parte cospirazionista dell’interlocutore. Potevo farcela.

«Pronto?»

«Oh, salve, posso parlare col responsabile della sicurezza?»

Silenzio.

«Mi sente?»

«Sì…?»

«Avete una falla nella sicurezza. La password della vostra linea internet è stata clonata. Un hacker in un appartamento due isolati distante la sta usando per scaricare e uploadare materiale pedoporno. State rischiando grosso. Posso parlare col responsabile della sicurezza o no?»

«Ma veramente questa è una gelateria…»

«Lo so bene. Ma non credo che farà differenza per la polizia postale. Come sono arrivato a voi io ci possono arrivare anche loro, è solo questione di tempo».

«Ma come, pedopornografia? Ma che dice?»

Sentii dei rumori, una voce concitata, poi qualcun altro prese la cornetta: «Pronto, ma chi è? Sei un televenditore, vero?»

«…»

«RISPONDI. Per quale compagnia lavori?»

«TeleGoo».

«Andate tutti a morì ammazzati. Vi denuncio. Dammi il tuo nome. Dammi il tuo nome e cognome, cazzo, ti denuncio».

Stavolta fui io ad attaccare.

Non so per quale ragione, ma mi venne in mente Lovecraft. Una incessante fonte di ispirazione, per me. Guardai la prossima stringa di cifre. Adesso stavo sudando.

«Pronto?»

«Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn…»

«Rosaaa? C’è tua madre. Non stare tre ore al telefono ché mi devono chiamare quelli del fantacalcio».

Rinunciai. Non credo che una suocera potrebbe mai sostenere una conversazione sull’imminente ritorno dei Grandi Anziani. Avanti un altro.

«Pronto?»

«La tua compagnia telefonica è il male, e io sono la cura».

«Vaffanculo».

Click. Muto.

Presi un nuovo foglio dalla vaschetta al centro della sala. Altri settanta numeri, altre settanta meravigliose opportunità.

«Assicurazioni Bongiovanni, mi dica».

«Pillola blu o pillola rossa?»

«Come dice?»

«La tua compagnia telefonica è la pillola blu. È l’abitudine, è la strada che hai sempre percorso, è la morte della fantasia, e in più costa un sacco di soldi. Io ti offro la pillola rossa, si chiama TeleGoo e costa la metà. Ma ricorda: non ti sto offrendo altro se non la verità».

Dall’altra parte della linea la voce di una ragazza giovane si incrinò e scoppiò in un pianto dirotto. Proseguii indifferente: «Dammi il codice di migrazione e sarai libera. Ma presto, per l’amor di dio, loro sono vicini…»

Si udì un suono violento, come un petardo che scoppiasse, ma ovattato. Un grido, poi nulla, solo il rumore della linea libera.

Un pezzo alla volta ce la stavo facendo. Le loro difese stavano inceppandosi di fronte ad attacchi non convenzionali. Dovevo solo avere il coraggio e la grinta di proseguire su quella linea.

«Pronto?»

«Hai una bellissima voce». Era vero: sembrava la voce calda, eroticamente roca di una milf da sogno. Decisi perciò di cambiare tattica.

«Grazie. Chi sei?»

«Sono Wolverine. Sei sola?»

«Ma che vuoi?»

«Forse voglio te. Cosa hai addosso?»

Una risata veloce, più di scherno che di divertimento. «Aldo, sei tu? Smettila, ché mio figlio può tornare da un momento all’altro. Lo sai che per queste cose devi chiamarmi sul cellulare, e di sera».

Pensai in fretta, la mente scivolosa per il sudore. «No, ho bisogno di te, adesso. E ho bisogno di farlo strano, stranissimo».

«Oh, ma dai? Questa è una novità. E che vorresti fare, per telefono?»

«Prendi una bolletta del telefono».

«Aldo, ma che dici?»

«Non discutere, obbedisci, schiava. Vammi a prendere una bolletta. Subito».

«Va bene. Però sei pazzo».

Tornò dopo qualche minuto, un intervallo abbastanza lungo da farmi dubitare di tutto. Forse mi ero spinto troppo oltre. Mi domandai se era possibile risalire a me, in maniera univoca, dai tabulati telefonici. Magari sì. Ma in due settimane non ero mai arrivato così vicino a un codice di migrazione. E senza di quello, niente contratto.

Un tempo bastava la dichiarazione del tizio, ma poi era venuto fuori che alcune compagnie spregiudicate registravano tutta la conversazione, estrapolavano alcune frasi e le rimontavano, per far sembrare che il tipo al telefono avesse accettato la proposta commerciale quando invece aveva detto “sì” alle domande più disparate – e innocue. Da quel momento in poi era diventato necessario il codice di migrazione per chiudere un contratto, una stringa alfanumerica di dieci cifre.

«Eccomi».

«Leggimi il codice di migrazione».

«Cosa? Questa è la telefonata zozza più strana che abbia mai ricevuto. E ne ho ricevute tante».

«Leggilo».

«K9G8702HJ5».

Annotai con cura le cifre su un modulo di attivazione. Il mio primo modulo. «Bravissima, mi sto eccitando da morire».

«Io neanche un po’».

«Non distrarti! Tra poco arriva il bello. Mi serve il tuo IBAN, adesso».

«Sei scemo?»

«Ti prego, sono a un passo dall’orgasmo. Vuoi sentirmi gridare di piacere? Vuoi sentire quanto godimento sei capace di farmi provare solo con la tua voce?»

«Ma perché l’IBAN?»

«È un numero fortemente simbolico. Con quel numero è come se mi stessi dando tutto di te, la tua parte più intima e preziosa. Anzi, prima dell’IBAN voglio che sussurri il mio nome».

Un’altra risata, stavolta più divertita. «Aldo».

«Oooooh, magnifico. Ora il tuo».

«Luisa».

«Magnifico. Lo senti? Lo senti come sanno di sesso queste due parole, una vicina all’altra? Luisa, tu sei capace di farmi impazzire, anche così, anche a distanza, solo con la potenza della tua voce. Hai una voce troppo porno».

«Ah, questo non me l’avevano mai detto».

«Ora dimmi l’IBAN».

Me lo diede. Qualcosa dentro di me stava godendo davvero. Scrivevo i numeri uno dopo l’altro, e ogni colpo di penna era come un colpo pelvico dentro di lei. Stavo penetrando la sua fortezza, stavo facendo scempio del suo sistema di difesa antivendita. E non avevo dovuto usare né il cospirazionismo né Cthulhu. Era bastato solo il caro vecchio sesso.

Appena mi disse l’ultimo numero sospirai un genuino: «Grazie!», e con un brivido riattaccai.

Cinque minuti dopo ero l’eroe del giorno. Per la prima volta il rituale del cacciatore trionfale era riservato a me: un’emozione impossibile da descrivere. Portai il modulo compilato a Monica, l’addetta alle registrazioni, che chiese un momento di attenzione a tutta la sala.

«Emanuele ha chiuso un contratto, bravo Emanuele, un applauso!».

Tutti guardavano me e applaudivano. Monica, come da liturgia, mi scattò una foto col suo telefonino: io, con un sorriso sdrucciolevole a distorcermi il volto, che facevo il gesto della vittoria con una mano mentre nell’altra reggevo, ben leggibile, il modulo col nome e i dati della mia vittima, come fosse un trofeo.

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