La sindrome dello stormtrooper

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L’Impero è grande.

Dà da vivere a tutti, anche ai meno meritevoli, come me. Fossi un capace psicologo, ora vivrei nei livelli interni, mi prenderei cura dei dignitari dell’Imperatore e guadagnerei milioni di crediti. Siccome non ho mai avuto talento ma so adattarmi, vivo ai livelli esterni della stazione orbitante, guadagno meno di trentamila crediti l’anno e rimetto a posto gli stormtrooper. Ognuno deve fare la sua parte.

All’inizio ero riluttante all’idea di avere per pazienti dei cloni riprodotti in serie, a miliardi. Poi però ne ho capito i vantaggi. Anche i disturbi sono clonati, perché gli stormtrooper avranno pure molte frecce al loro arco, ma certo tra queste non rientra una grande personalità. I problemi psicologici che possono affliggere un soldato delle truppe d’assalto si contano sulle dita di una mano. I più comuni sono distorsioni identitarie provocate da difetti nel bioware, seccature come il trooper che perde il proprio numero di matricola e crede di essere qualcun altro. Ho avuto a che fare con soldati convinti di aver incontrato loro stessi. Fare manutenzione su inconvenienti così è davvero roba da poco. Mi sembra quasi di rubare lo stipendio.

Però una volta ogni tanto capita qualcosa di emozionante. Come la sindrome dello stormtrooper. Ne soffre un clone su seicentomila. Quando mi trovai di fronte il primo caso della mia carriera fu un momento difficile.

Feci sedere F453BH211 nel mio piccolo studio senza neppure guardarlo in faccia, mentre trascrivevo sul verbale le altre quaranta cifre della sua matricola. Una volta che hai visto un clone li hai visti tutti. Sempre la faccia di Jango Fett, il ghigno più inflazionato della galassia. Eppure quella volta c’era qualcosa di diverso. F453BH211 sembrava aver pianto.

Esordì spiegandomi che non capiva perché dovesse indossare l’armatura. Fui preso completamente alla sprovvista.

«Puoi ripetere?», gli chiesi.

«Dottore, ha mai saputo di qualche soldato a cui questa plastica abbia salvato la vita?», mi fece lui piantandomi addosso i suoi occhi spiritati.

«Certo che no», risposi.

Sapevo bene che l’armatura serve a molti scopi, ma non a proteggere dalle ferite. Produrre placche resistenti al fuoco dei folgoratori costa molto di più che produrre un nuovo soldato.

«Appunto», fece quello. Pareva costernato. «E i nostri fucili… spariamo in continuazione ma non colpiamo mai nessuno».

Sospirai e mi lasciai andare sulla poltrona con un vago senso di vertigine, tentando di mantenere un contegno professionale. «Perché non ti rilassi e non mi racconti tutto dal principio?».

Cominciò a spiegarmi: «Io non sono mai statodavvero in prima linea . Passo la maggior parte del mio tempo a guardia dei generatori di questa stazione. Per un po’ mi avevano spostato al livello delle prigioni, e allora mi capitava ogni tanto di vedere qualche detenuto. In quei casi mi sembrava di essere al centro dell’azione, di stare in battaglia. Stringevo il calcio del fucile, a volte toglievo la sicura senza farmi vedere, immaginavo la sensazione del dito sul grilletto, quel clic soffice che in un istante avrebbe scatenato una tempesta di fuoco. Per una volta il nome “stromtrooper” avrebbe avuto un senso per me. Poi sono dovuto tornare di sentinella ai generatori. Lì tutto quello che vedevo era una parete in penombra e il mio compagno, ma lui neppure per intero. In ventidue anni non sono mai riuscito a scorgere il suo profilo destro».

Io guardavo quel soldato e non capivo dove volesse andare a parare. Mi sentivo a disagio.

«Ti dispiace non aver mai preso parte ad azioni mortali? Voi cloni morite come batteri, a milioni per volta, nei sistemi esterni. I tuoi compagni darebbero tutte e due le gambe per stare al posto tuo e tu ti lamenti di questa fortuna?»

«Ma per me non è una fortuna. Quando leggo le vecchie storie della guerra contro la Ribellione immagino i piloti fatti a pezzi dagli X-Wing, i soldati impegnati a morire contro la banda di Skywalker. E penso: quella è vita».

«Ah, sì? A me quella sembra morte».

«Non importa. È morire da protagonisti. Io vivo qui, un decennio dopo l’altro, senza correre alcun pericolo ma lontano dall’azione. Mi sembra di essere la comparsa di un film. Tappezzeria umana».

«Be’, in un certo senso lo sei. Sei un clone».

«Sì, lo so. Ma non ne posso più, vorrei essere qualcuno attorno a cui la storia si muove. Un Fener, magari un Tarkin. Mi andrebbe bene anche un Greedo: una vita breve ma intensa, finita per mano del pirata Jan Solo in un vile tranello. Immagini l’adrenalina che pompa, mentre la pistola le squarcia l’addome».

«No grazie. Io l’adrenalina la faccio salire in modi più tradizionali. Hai una visione un po’ sballata della faccenda, mi spiace dirtelo». Stavo improvvisando. Pensavo: mancano ancora quaranta minuti. Come lo aggiusto questo qui?

Lo scoprii in seguito. Fu un collega a parlarmi della sindrome da stormtrooper e a suggerirmi come gestirla. Quindi quel disastro aveva un nome e anche una storia clinica. Fu un sollievo saperlo.

Quando F453BH211 tornò avevo messo a punto una strategia. Bisognava aiutare il povero marmittone a ricombinare gli elementi della sua esistenza in maniera che si vedesse come il protagonista e non come un pezzo della scenografia. Era un problema di prospettiva.

Mi feci raccontare per filo e per segno la sua patetica vita, identica fino nei minimi dettagli a quella di qualsiasi altro clone uscito dalle fucine di Kamino; quindi feci del mio meglio per ricucinare quella melma insipida dandogli un po’ di sapore. Il trucco, mi era stato detto, era trovare un dettaglio che distinguesse F453BH211 da tutti i suoi simili. Non fu facile, ma lo trovai.

Un errore nella codifica ribonucleica aveva causato una lieve malformazione alle ossa del suo torace. Il risultato era che la clavicola destra sbatteva contro il pettorale dell’armatura. Lo sfregamento continuo lo tormentava. Quello era l’attrito di cui aveva bisogno, la tensione che gli serviva per vedere la sua vita come un racconto dominato dal conflitto. Una storia di cui lui e nessun altro poteva essere il protagonista.  Lo aiutai a scoprire il potenziale narrativo che si celava sotto quel lembo di pelle ulcerata. La plastica contro la carne, il duro contro il morbido, l’impersonale contro l’individuale: i simbolismi si sprecavano, e alla fine per lui quel fastidio epidermico si trasformò in un’epica sfida. Come sarebbe finita? La plastica avrebbe consumato la pelle e infine l’osso, oppure sarebbe riuscito a far trionfare la volontà dell’individuo contro l’inerzia della materia?

L’ultima volta che lo vidi usciva dal mio studio con lo sguardo e il portamento di un comandante. La pelle gli bruciava ancora ma la sua mente era serena.

Adesso, ogni volta che a fine terapia congedo un soldato con la sindrome da stormtrooper mi viene da pensare a F453BH211. Chissà come starà la sua clavicola. Come se fosse davvero importante. E tutte le volte mi assale una domanda: ho davvero curato quell’uomo o l’ho messo in condizione di prendersi in giro da solo, cambiando il modo in cui vedeva la sua vita perchè rinunciasse a voler cambiare la vita stessa? Poi mi correggo e mi tranquillizzo. Non si trattava di un uomo ma di un clone. E io l’ho rimesso in sesto, così che potesse continuare a fare la sua parte. Tutti noi, uomini e cloni, dobbiamo fare la nostra parte. E grazie all’Impero possiamo. L’Impero è grande.

 

 

 

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