Effetto clessidra

mcdonald

Leggo da Micromega un articolo di Marco Revelli, sociologo e storico, docente di scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, pubblicato originariamente sul Manifesto del 13 dicembre.

Oltre alla puntualità delle sue osservazioni (Revelli è quello che, non unico né ultimo, punta il dito su alcuni interessantissimi parallelismi tra Italia di adesso e Germania negli anni della Repubblica di Weimar, quello che scrive: “Hitler ha vinto perché dall’altra parte non c’era più nulla”), rimango colpito dalle precise pennellate con cui dipinge e caratterizza la fetta di società che si sta mettendo sotto i riflettori con le agitazioni di questi giorni. Insomma la faccenda dei forconi.

Egli menziona anzitutto i nuovi poveri, anzi, i nuovi “impoveriti”, tutti provenienti dal ceto medio:

«Gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse».

Quindi dalla semplice fenomenologia risale indietro, o meglio affonda nella diacronia e nella dinamica, prova a riassumere in poche parole da dove arriva questa fetta di società, cosa l’ha generata storicamente, cosa la caratterizza. Parla della

«Com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co​.co​.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della crea­tive class, ma mano­va­lanza a basso costo…). Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carte revol­ving, del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto».

Questo pezzo di mondo, afferma inoltre Revelli, è quello che lui ha visto in strada a Torino nei giorni scorsi. Ciò che lo ha colpito è la sua eterogeneità. Dice che l’unico tratto che accomuna i manifestanti è:

«Una viscerale, profonda, costitutiva, antropologica estraneità-ostilità alla politica».

Dal punto di vista comunicativo, l’unica frase che può fare da comune denominatore, sempre secondo l’osservazione del sociologo, è:

«Non ce la facciamo più».

Il fenomeno del forconismo perplime più di quello che può sembrare, a mio modesto avviso. Sembra stimolare due settori antagonisti nel cervello della gente, quella normale, quella bella e progressista e che ha voglia di un genuino cambiamento, quella gente a cui certamente appartengo anche io.

Da un lato c’è questa voglia dentro che prude da morire, la voglia di sentirsi un po’ più al centro dell’azione, protagonisti, anche solo per fare un po’ di casino e trovarsi tutti insieme nel farlo, sperando che questa sia la buona volta che qualcosa cambia davvero, non in senso gattopardesco. È una vita che la mia generazione (e le successive) si sente come gli stormtrooper di Guerre Stellari, per quanto riguarda la vita pubblica: non contiamo un cazzo, siamo tappezzeria sociale, carne da cannone, eppure stiamo nello stesso film in cui la parte di Luke e Leila la fanno gente come Matteo Renzi e Renata Polverini. O Alfano e la Melandri. O Razzi e la Santanchè, dipende dai vostri gusti.

Perché in fondo anche noi, pur se cerchiamo di non pensarci, appassionandoci alle serie tv o alle nostre vite sentimentali, siamo sempre più convinti che «non ce la facciamo più».

Ma dall’altro lato c’è questa cosa problematica che il forconismo è una bolgia, c’è dentro di tutto, dall’ex leghista che ha perso la sua bussola politica al simpatizzante no-TAV convinto che la terra sia di chi ci vive, dal capobastone camorrista all’affiliato casapoundino coi nunchaku appesi al muro in camera. E insomma, con chi mi vado ad ammischiare, con questa gente? Ma io non mi ci riconosco in questa spuma sociale. Sono snob? Oppure la mia diffidenza è giusta?

Ah, però quanto vorrei per una volta far parte di qualcosa di grande, che cambi sul serio questa situazione merdosa. Che peccato che queste occasioni se le stia accaparrando la destra.

Il che è, appunto, una cosa rilevata dallo stesso Revelli, quando dice:

«È preoccupante dirlo, ma i movimenti di quell’area [l’estrema destra] sono gli unici che sanno come parlare al Paese che insorge, che conoscono il codice giusto. Tentano di infilarsi in questo spazio. E questo potrebbe avere effetti a medio termine».

Che peccato che un pezzo di teatro del genere veda come protagonista un Borghezio britannico come Godfrey Bloom, mentre sarebbe stato bello vederlo interpretato da qualcuno un tantinello più a sinistra:

[E sì, in Inghilterra hanno dei Borghezi che dicono queste cose. È che loro hanno avuto Shakespeare.]

Personalmente questo dissidio lo risolvo considerando ciò che io chiamo “l’effetto clessidra”. È un modellino mentale che mi permette di capire anche il fenomeno del grillismo.

Quello che Revelli vede nelle strade di Torino, ad esempio, è materia sociale altamente compressa. Il suo enorme coefficiente di eterogeneità è tenuto a bada perché tutta quella biomassa è fatta passare per una strozzatura, che la mette sotto pressione, la uniforma. Pensate a una clessidra: la strozzatura è il punto in cui la diversità si annulla virtualmente, perché tutto deve passare per un punto strettissimo. Attraverso quel punto si vede un granello solo di sabbia alla volta. Non si vede più tutta quella differenza.

La strozzatura della clessidra è il «non ce la facciamo più».

È il «vaffanculo» di Grillo.

L’annullamento della diversità è appunto solo virtuale. La strozzatura attrae i granelli di sabbia, che man mano che si avvicinano a essa scorrono sempre più veloci, come magnetizzati, e li fa passare tutti attraverso di sé, ordinatissimi, come soldati perfettamente addestrati. Ma non appena finiscono sparati via oltre quel collo di bottiglia, quell’ordine si sfalda, e la chiassosa eterogeneità ritorna in tutta la sua voluminosità. Era sempre stata lì, non se n’era mai andata davvero.

•••

Vaffanculo™

Vi fa sentire più vicini gli uni agli altri dal 1953.

•••

Quel collo di bottiglia è dunque una forzatura logica, retorica e politica. Nessuna forza o movimento politico può camminare saldo sulle sue gambe se il big bang che l’ha prodotto è un’imprecazione, o l’esternazione della propria insofferenza. Può andare bene per una cerimonia ad alto tasso catartico, come i due minuti d’odio di Orwell; per il rito del vaffa ai politici man mano che lo ierofante, dal palco, declama i loro nomi uno dopo l’altro. Per una liturgia distruttiva come un falò in piazza in cui si brucia una bandiera, magari quella dell’Unione Europea (gesto di una capacità evocativa e di una forza simbolica enormi, ma anche quello è un punto che segna la destra, perchè la sinistra è stata in buona parte sedata dal girotondismo, paradigma del dimostrare senza dare fastidio).

Ma come diceva qualcuno, a metter su un esercito son buoni quasi tutti. I problemi arrivano all’ora del rancio. Ovvero: logistica, organizzazione, convergenza degli sforzi e delle forze verso un pannello di obiettivi comuni. E dove si andrebbero a cercare questi obiettivi comuni? Quella gente è tutta diversa, pensa, sente e vuole cose differenti. Una dinamica del tutto simile è appunto quella in atto nel movimento politico di Grillo e Casaleggio. Ogni discussione che verta su di esso si trova di fronte necessariamente a un punto di stallo: il detrattore menzionerà strafalcioni di portavoce che sospirano sulle cose buone fatte dal fascismo, il sostenitore parlerà invece degli interventi del capogruppo alla Camera, che inchiodano con argomenti inoppugnabili l’ipocrisia del governo, asservito ai banchieri. Chi ha ragione? Entrambi, perché entrambe quelle tipologie di persone sono effettivamente presenti dentro il partito. Ci sono i militanti duri e puri, quelli della sinistra che ci piacerebbe, quelli che gliela cantano a Letta e Alfano, quelli che fanno proposte di leggi cazzute e espongono le magagne delle larghe intese. E ci sono  quelli che gli immigrati niente da dire ma devono rimanere dove stanno, quelli che se leggono il nome di un giornalista in una lista di proscrizione gli cominciano a fare mailbombing con offese e minacce da far rabbrividire.

Queste realtà esistono entrambe contemporaneamente. Il vaffa generatore le ha rese compossibili. Quindi il detrattore continuerà a menzionare gli scivoloni che rendono molti esponenti, anche parlamentari, goffi e improponibili, sottolineando la mancanza di cultura e di intelligenza politica del movimento. Il sostenitore continuerà a linkare l’intervento mozzafiato del senatore senza paura o la coraggiosa proposta di legge del partito, purtroppo affossata dalla maggioranza cattiva.

Il problema è proprio quello: si tratta di movimenti-calderone in cui non si controlla le credenziali a nessuno, basta che reciti il vaffa e salti su. Poi si vedrà.

Già: poi si vedrà cosa?

Secondo me si dovrebbe vedere il maggior numero di cose possibili e da subito. Posso essere di bocca buona se entro in una trattoria: se spulcio bene, qualcosa nel menù che non mi faccia pentire della scelta del locale magari lo trovo. Al massimo mi becco un’indigestione, che vuoi che sia. Ma non se scelgo di dare la mia preferenza, il mio impegno, a un movimento.

Né posso farmi andare bene il semplice trovarmi gomito a gomito con un esponente di Casapound durante una manifestazione, parlarci un momento e scoprire che anche lui vuole riprendersi la sovranità monetaria. Proprio come me. La tentazione potrebbe essere forte, lì in strada con tutto il contorno degli slogan cantati, suonati o urlati, tutti insieme no matter what. Che cazzo, se anche lui vuole quello che voglio io, allora forse forse…

No. Proprio no. è una fallacia logica letale. Un errore prospettico spiegabile geometricamente.

Mettiamo (vedi scarabocchio sottostante) che ci siamo io (anarchico) e il casapoundino (neofascista) e siamo rappresentati come due punti su un foglio (cioè un piano geometrico). Per rispettare le nostre divergenze di posizione, i due punti sono piuttosto distanti, sul foglio. Anche le linee che partono da noi e ci uniscono con i nostri obiettivi ideali sono linee ben distinte, tutt’altro che parallele. La linea che parte da me arriva a una società di adulti pari, libertari, volontaristi ed egualitaristi, dunque senza stato inteso come autorità astratta e slegata dal corpo sociale. La linea che parte dal casapoundino invece arriva a uno stato forte, potentemente gerarchizzato, possibilmente guidato da una classe di migliori che fanno tutto per il popolo ma senza che il popolo faccia nulla, perché è l’elite che sa cosa è buono per lui. Anche i nostri due obiettivi sono rappresentati da due punti ben distinti e distanti sul foglio. Ma le linee che uniscono ognuno dei due coi suoi ideali si incrociano in un punto. Un solo e unico punto, una sola volta. Poniamo che quel punto sia la riconquista della sovranità monetaria.

clessidra

Se non considerassi il foglio nel suo insieme, ma soltanto il punto d’incontro delle due traiettorie, farei esattamente lo stesso errore del granello di sabbia in prossimità della strozzatura della clessidra. To’, visti da qui sembriamo davvero tutti uguali.

Il problema è che il neofascista vuole la sovranità monetaria perché vuole il ritorno a uno Stato Forte; io voglio la sovranità monetaria perché la moneta dovrebbe essere pensata, gestita, amministrata e controllata dalla gente, non da un direttorio europeo la cui filiale italiana è la camarilla di Napolitano.

Quanto ci metteremo a tornare in disaccordo? Meno di zero.

Se mischi tutti i colori alla fine ottieni il nero. Secondo me non è affatto un caso. In precedenza su questo blog ho espresso il timore di un ritorno massiccio dei venti di destra. Revelli è solo l’ultima conferma di questa mia sensazione. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito (passivi come soldatini di piombo) a una peculiare metamorfosi del tessuto politico, in cui le sinistre (probabilmente come movimento finale di un processo molto più lungo) hanno occupato gli spazi di potere che sulla carta spetterebbero alle destre. Eppure, come dice anche un’osservatrice attenta quale Susan George, le destre stanno vincendo. Il che è abbastanza chiaro se uno si ferma a pensare che chi è appena uscito vincente dalle primarie del PD (quasi un plebiscito, se si leggono le fonti ufficiali) è lo stesso che diceva che il liberismo è un concetto di sinistra. La deriva neoliberista delle socialdemocrazie europee, la chiama Bauman. Quindi, in realtà, cosa sta succedendo?

Forse l’ennesima alchimia geopolitica, di quelle che si fanno ai piani alti. Chi le immagina viene tacciato di dietrologia e complottismo, ma spesso il tempo gli dà ragione, come è avvenuto nel caso della strategia della tensione durante gli anni di piombo, quella teoria degli opposti estremismi che alla fine la storia ha riconosciuto per ciò che era, una diabolica e rivoltante tattica per stabilizzare attraverso la destabilizzazione.

Forse, appunto, qualcosa di simile sta accadendo anche adesso. La pseudosinistra al potere si trova di fronte a un bel mucchio di castagne sul fuoco da togliere. Perché il nostro primo ministro è uno che ha scritto un libro dal titolo Euro sì. Morire per Maastricht, e si avvicina un bel giro di vite nei confronti dell’europeismo, quella religione laica al cui vertice c’è l’idolo trifronte della Trojka. Ormai le voci sull’uscita dall’euro e sull’iniquità dell’Unione Europea sono penetrate anche nel dibattito mainstream, che prova a marginalizzarle etichettandole banalmente come populismi. Gli scossoni arriveranno e saranno forti, cosa che accade sempre quando la gente comincia a passare dal problema dello smartphone obsoleto a quello del frigorifero vuoto.

Niente di meglio di un po’ di sana maretta politica che metta paura a tutti (il forcone tra l’altro è un’icona che riecheggia effettivamente sapori da bolgia infernale dantesca) in modo da far capire chi è che comanda davvero. Oltretutto sarebbe anche un lieto fine: un governo “di sinistra” che riporta l’ordine minacciato da un esercito con troppi colori sui quali dominano innegabilmente i toni scuri. Daltonismi del terzo millennio.

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One thought on “Effetto clessidra

  1. Siamo d’accordo sul daltonismo e sulla deriva forcona sembra essere funzionale allo status quo. D’altronde e’ il motivo per cui in grecia sono usciti fuori quelli di Alba Dorata, che sono il prossimo passo.
    MA
    Non sono d’accordo sul foglio di carta, perche’ non siamo in un mondo bidimensoionale, esiste una terza dimensione, in cui si puo’ disegnare una terza linea che non interseca le due che hai disegnato te perche’ e’ in un’altra dimensione. Parlo del mondo cosi come lo descrive la terza rivoluzione industriale, il mondo della decrescita controllata, il mondo in cui il danaro e’ obsoleto.

    In questo mondo per esempio non e’ necessario uscire dall’euro per avere di nuovo la sovranita’ monetaria, perche’ ogni area puo’ battere moneta connessa all’energia rinnovabile prodotta o al cibo a km. zero. E’ solo un esempio, ma se ne possono fare mille tutti concreti e pratici. E allora possiamo scoprire che la rivoluzione non si fa con i forconi, ma accorgendosi che determinati meccanismi sono ridicoli e inefficaci e dicendo, come Barthelby lo scrivano, “preferirei di no”.

    Ti do’ alcuni links su cui sono caduto da poco:
    http://www.reconomy.org/
    http://www.transitionnetwork.org/

    che puoi sommare alla interessante parabola per esempio di bitcoin…

    Continuo a monitorare per es. i lavori delle commissioni ambiente in camera e senato e devo dire che le persone li del M5S sono molto in sincronia con questo genere di “ideologia” da cambio di paradigma a cui accenno. Mi fa ben sperare perche’ la tecnologia e’ li, serve un’altra narrativa, un’altra retorica, perche’ la lamentazione ha rotto definitivamente il cazzo.
    Anche moti giovani che vedo e conosco mi fanno ben sperare. Poi escono le tassazioni sulla rete, le leggi e leggine bavaglio, e nel contesto mi fanno ben sperare pure quello, perche’ questo mondo bidimensionale e’ alla canna del gas (che trall’altro ha il rubinetto eterodiretto).

    I forconi guidati esattamente come dici tu, sono per me la prova che sono DISPERATI. Si tratta di resistere e contrattaccare…

    E di rimanere anarchici e liberi pensatori, cum grano salis…

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