Il circuito spezzato

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La questione del morto famoso sui social network è così densa di implicazioni da un punto di vista comunicativo e sociologico che benché se ne sia parlato parecchio, pure coi mezzi della satira, e anche disegnato, ancora non sembra aver esaurito la sua fecondità.

Con Lou Reed, uno tra i morti più totemici degli ultimi tempi, così trasversale da aver fatto scomodare anche gente come Formigoni (su Twitter), alcune dinamiche interessanti si sono rivelate palesemente, almeno per il sottoscritto.

Che pure non essendo mai stato uno zelota febbricitante per la musica dei Velvet e di Lou (non sono mai stato un rockettaro nel vero senso della parola: mentre nei primi Anni 90 i miei coetanei prendevano fuoco per i Nirvana, io scoprivo la musica dei Weather Report, osannavo Mlles Davis e mi stupivo per il virtuosismo di Jaco Pastorius: al grunge sarei arrivato poi, facendo un giro molto largo), apprezzo tantissimo i loro lavori e credo che Rock’n’roll Animal sia uno dei più bei dischi live di sempre.

Quindi, quando il totem muore, ho anche io un leggero sussulto, vado sul Tubo e mi metto a sentire un po’ dei suoi grandi successi, cominciando dalla Passeggiata sul lato selvaggio, proprio perché in quanto rocker della domenica è quello il pezzo che mi viene subito in mente. Poi tutti gli altri. Ah, mi dico, un giorno di questi mi riascolto tutti i Velvet, crepi l’avarizia!

Poi però arriva l’effetto social, la coda lunga. Ancora non è finita. Vagolando qui e lì per Facebook ancora incontro status di questo tipo:

«Molti di voi, però, non sanno veramente chi e cosa è stato zio Lou per la musica mondiale. Molti di voi amano questa menata del ricordare i morti, per un like in più, perchè si porta. Lou Reed è stato qualcosa che voi non potete capire».

E la voglia di metter su i dischi dei Velvet mi passa. Si potrebbe obiettare: grazie tante, tu col rock c’entri poco. Metti che moriva Dave Brubeck e stavi ancora là a piagne il morto. Errore. L’autore di Take Five è effettivamente morto. Credo che sia stato l’unico caso o quasi in cui ho messo sulla mia pagina fb il mio personale necrologio: ho postato il link di Take Five e ci ho messo il commento “Ciao Dave”. Perché, come dice il mio contatto fb qui sopra (non me ne voglia), “si porta”. Niente altro. Non è mai stato un mio amico e i suoi dischi stanno ancora tutti là, in cloud o nel mio hard disk. Questo conta, scusate l’iconoclastia.

Qual è il punto? Il punto è che non posso fare a meno di domandarmi come stia cambiando il nostro modo di comunicare. Nella fattispecie, non riesco a evitare la domanda: ma la gente che posta il suo cordoglio sui network, inerpicandosi sulla sintassi e sullo stile per superare in visibilità, solennità e serietà le stramigliaia di esternazioni identiche, non si rende conto dell’effetto saturazione a cui partecipa?

In realtà sì. Lo status che ho riportato testimonia in maniera vibrante questa consapevolezza. È evidente dalle parole usate il forsennato sgomitamento per spiccare in mezzo a una home page letteralmente infestata di voci, tutte uguali in maniera imbarazzante. Ma per quanto ne si possa esser coscienti, non ci si rende conto che cosa succede a stare dall’altra parte del circuito comunicativo. La parte del ricevente.

Si percepisce, questo sì, l’affollamento, ma lo si percepisce solo “lato mittente”. Dal lato del mittente, il fatto che tutti stiano gemendo la loro tristezza per la morte del musicista è una iattura terribile, perché significa che per essere visibili, per essere percepiti, tocca farsi un mazzo così. E alla fine perfino le entrate a gamba tesa (“Lou Reed è stato qualcosa che voi non potete capire”) sono lecite. Tutti questi exploit però, proprio nella misura in cui rilanciano dal punto di vista dell’aggressività del messaggio, non si rendono conto di cosa accada dall’altra parte. Perché il circuito di saussuriana memoria, che ogni linguista o semiologo ha fatto suo come un rockettaro si è fatto le ossa a partire da Stairway to Heaven, si è spezzato.

Questo circuito:

saussure

Si è spezzato perché l’altro non è veramente preso in considerazione, è semplicemente diventato una spalla, come lo era Peppino per Totò: gli serve per dare la battuta.

Se così non fosse, la saturazione tematica (cioè la momentanea desensibilizzazione rispetto all’argomento in esame) sarebbe l’ultimo degli effetti che il (buon) comunicatore vorrebbe causare, dal momento che il testo del suo messaggio riguarda proprio la celebrazione del caro estinto, la sua “presa in carico” emotiva.

Come è potuto accadere che in questi tempi di ipercomunicazione si sia rotto questo circuito comunicativo (e secondo me siamo solo agli inizi), fatto che sembra contenere in sé una cruciale contraddizione? Forse un indizio andrebbe cercato in quello che con il networking sociale si sta verificando: le nuove tecnologie stanno dando a ognuno di noi la possibilità di diventare un mass medium in miniatura, potenzialmente capace di raggiungere chiunque dalla propria scrivania (o dalla propria tasca) ma, contemporaneamente, senza poter davvero vedere e “sentire” nessuno. Rendendo sempre più ognuna delle voci che affollano l’infosfera una chiassosa vox clamantis in deserto. Un deserto globale che sta prendendo il posto del villaggio globale.

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Foto: 1961, ufficio mobile

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