Sepsi – infezioni cognitive #2

Proseguono le sessioni di Sepsi, il folle gioco di ruolo basato sull’ipotesi che si sia chiamati a metter giù le basi teoriche di un progetto politico rivoluzionario. Se foste voi i giocatori, da cosa comincereste? E come proseguireste?

Io ho dato il via al gioco stilando tre domande di una semplicità disorientante, ma che troppo raramente qualcuno ci porge, aspettandosi poi una risposta articolata. O semplicemente ponderata. Tre domande che costituiranno, con le loro risposte via via sempre più articolate, una sorta di nervatura, di spina dorsale. Per fare in modo che tale progetto risulti infine solido, robusto, che chi lo condivide abbia sempre ben chiari i principi guida; che non si sbrillenti alla prima incertezza pratica, come di fatto vediamo avvenire in questi tempi con le nuove proposte politiche.

Qual è il senso di tutto questo? Divertirsi, innanzitutto, usando una parte del proprio cervello che troppo spesso resta ferma, o gira a vuoto nelle chiacchiere da bar. In secondo luogo, dimostrare una tesi a mio avviso molto interessante. In questo blog spesso asserisco che servono risposte complesse a problemi complessi, che le risposte semplici sono demagogiche o semplicemente illusorie. Eppure, cos’è la complessità? Complesso non significa necessariamente criptico, capzioso, di difficile comprensione, come potrebbe essere una formula di stechiometria o un testo in cinese. Complesso, in realtà, ha a che vedere con il livello all’altezza del quale si situa lo sguardo, il punto di vista indagatore. Si tratta solo di risalire, come si farebbe con un fiume per arrivare alla sua sorgente, o al codice sorgente, se parliamo, metaforicamente, di un software.

È questo processo di risalita che comporta degli sforzi intellettuali, e spesso anche emotivi, perchè il livello su cui è settata la maggior parte della cosiddetta infosfera è troppo alto. Troppo in superficie. Ma, come accennavo anche nell’ultimo post, il problema è che il sistema operativo dell’infosfera è basato su un set di regole che tende fortemente a scoraggiare chi tenta di avventurarsi sotto la superficie o su sentieri meno battuti. Ecco quindi che provare a farlo diventa difficile, faticoso, complicato.

Ma per fortuna esiste il gioco. Come diceva Johan Huizinga, noi apparteniamo alla specie chiamata homo ludens. Il gioco è la possibilità di utilizzare un sottoinsieme di regole che possono anche pervertire il mindset dominante. E quindi bypassare il sistema operativo dell’infosfera. Se si ha voglia e impegno di giocare – ma in maniera seria, chè niente va preso seriamente quanto il gioco, cosa che i bambini sanno perfettamente – è possibile hackerare per un momento tale sistema operativo. Come fanno i protagonisti di «Matrix». Nuotare controcorrente fino a raggiungere la sorgente, il livello più basso di indagine. Quello che in filosofia viene indicato con un aggettivo spaventevole: teoretico.

È quando si raggiunge questo stato cognitivo non ordinario (cioè quando si è dentro il cerchio magico del gioco), che improvvisamente le cose si fanno di una semplicità spiazzante. Come se il velo di Maya venisse strappato. Come se potessimo imparare il kung fu infilandoci uno spinotto in testa per cinque secondi.

Semplice come rispondere alle Tre Domande con cui inizia il pazzo gioco di Sepsi:

1. Come vorresti che fosse la tua vita?

2. Come vorresti che fosse la società a cui appartieni?

3. Come vorresti che fosse il pianeta su cui vivi?

Di seguito, il post sul blog di Laspro (la rivista cartacea di arti, letteratura e mestieri dove Sepsi ha trovato la sua prima accoglienza e cittadinanza, per poi rimbalzare anche nel mondo digitale) in cui si abbozza una possibilità di risposta alla seconda domanda (per la prima il link è invece questo: http://laspro.wordpress.com/2013/07/08/sepsi-infezioni-cognitive/).

Sepsi #2 – Facile, sperimentale, etica

Pubblicato su ottobre 31, 2013 da L

di Emanuele Boccianti

1: Come vorresti che fosse la tua vita?

Sicuramente facile. Tra le invenzioni migliori dell’ingegno umano io metto l’ascensore, gli antibiotici e l’aria condizionata, e mi sembra una bella tripletta. Facile vuol dire non morire per un’influenza, andare a vedere una città dall’altra parte del mondo senza metterci una vita, o accedere a una grande quantità di informazioni stando seduti in casa. Vuol dire il più possibile lontana dal concetto arcaico della valle di lacrime: «Con dolore partorirai figli, con dolore trarrai il cibo dal suolo per tutti i giorni della tua vita, con il sudore del tuo volto mangerai il pane» eccetera.
La vorrei anche progressiva, nel senso di esplorativa, sperimentale. Mi piacerebbe, per esempio, che non si morisse più per gli stessi motivi per cui si moriva secoli fa. Credo nell’idea di evoluzione nel senso di crescita, soprattutto dai propri errori, attraverso la spinta della curiosità, dell’intelletto e della creatività. Ci sono troppe cose che non sappiamo nell’universo, che continuiamo a guardare come si guardano le stelle da un pantano, per dirla con Oscar Wilde.
Ancora adesso non sappiamo la funzione del 98% del nostro DNA (il problema del “DNA spazzatura”) né riusciamo a trovare il restante 90% dell’universo (il problema della materia oscura). In pratica non sappiamo che il 10% scarso di tutto. Siamo troppo impegnati a truffarci, inquinarci, ammazzarci e derubarci l’un l’altro per preoccuparci del resto. O anche solo per capire quanti problemi che oggi ci sembrano cruciali e irrisolvibili (l’accesso a fonti alternative di energia, per esempio) potrebbe essere risolto proprio da quella curiosità che ci stiamo perdendo per strada. Quel virtute e canoscenza di cui parlava Dante.
Soprattutto vorrei una vita giusta. Quando dico giusta intendo etica. L’etica non esiste in natura. In natura pesce grande mangia pesce piccolo, pesce piccolo mangia pesce piccolissimo e così via. L’etica è un invenzione dell’uomo. Alla base c’è l’idea che si sia maturati e ci si sia spinti così tanto “oltre” i confini della pura animalità da potersi vedere non più come commensali in questo atroce ristorante in cui tutti mangiano sempre tutti. E in cui appena ti distrai un attimo a letto c’è tua moglie che subito dopo l’eiaculazione si volta e ti stacca la testa con un morso (maledetti ragni). Sì, la natura è questo, non è solo panda carinissimi e fiori che sbocciano, ma anche parassiti che abiterebbero dentro il vostro bulbo oculare con la stessa soddisfazione con cui voi soggiornereste allo Sheraton. Stiamo insomma parlando di cooperazione e di empatia. Di esserci evoluti abbastanza da poterci preoccupare di tutti. E smetterla di vedere l’altro semplicemente come un concorrente per lo stesso panino. O come il panino stesso.
In una vita etica l’altro verrebbe considerato finalmente non più come un potenziale nemico, ma come una risorsa.

Concludendo, la vita come la vorrei io è fondamentalmente (in ordine di importanza crescente):
1. Il più possibile facile – e sicura;
2. Il più possibile esplorativa – e basata sulla conoscenza;
3. Il più possibile etica – e basata sull’empatia.
Ogni punto è subordinato al successivo. Il che vuol dire che finché il parametro “facilità” non entra in conflitto con “esploratività” esso è legittimo, ed entrambi hanno voce in capitolo e possono orientare la nostra vita finché non entrano in conflitto con il parametro fondamentale, che resta sempre quello dell’eticità.

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