Likapitalism

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Facebook rispecchia la realtà in maniera pedissequa, e la realtà, si sa, fa schifo.

La realtà funziona su base capitalistica, ovvero per fare soldi bisogna avere soldi. Ricordate il vecchio schemino di nonno Marx? Il passaggio da un sistema merce-denaro-merce a uno denaro-merce-denaro? Anche i social network si adeguano.

Per avere visibilità devi essere già visibile. Una dinamica sperimentata dal sottoscritto tempo fa quando, per tentare di promuovere il mio modesto blogghino ho provato a twittarne alcuni link, inserendo nei tweet degli hashtag caldi. Niente da fare: se poi andavo a cercare i miei stessi tweet usando quegli hashtag, non li trovavo. Perché? perché io uso Twitter in maniera passiva, non sono un “selfcaster” – non trasmetto me stesso in continuazione su qualsiasi argomento – ma soprattutto nessuno mi si caga: ho a malapena una manciata di follower. Il che ci sta, visto che ho un centinaio di tweet all’attivo, ormai pure vecchi. Detto in altre parole, se vuoi essere visibile su Twitter, devi esserlo già in qualche altro modo, meglio se la tua visibilità proviene dal mondo reale. Se no si va sempre a sbattere contro il lato sbagliato di un muro, quello dell’ io so io e voi non siete un cazzo.

Al pari del denaro, la visibilità la aumenti solo se già ce l’hai. Questo la dice lunga sulla mancanza di gerarchia della Rete, osannata e apologizzata come democratica, libera e via dicendo.

Da qualche tempo l’algoritmo di Facebook ha cristallizzato questo stato di cose, lo ha per così dire estremizzato. Le nuove impostazioni prevedono che ad avere maggiore visibilità (cioè a comparire in alto nella home page) siano i post che ricevono più like o che comunque causino più traffico a livello di conversazione o reblog. La questione è riassunta abbastanza chiaramente in questo articolo, con allegate le legittime e personali opinioni dell’autore.

L’unica chiosa che mi va di fare su tale storia è che non c’è alcuna meraviglia né dovrebbe esserci, riguardo alla gestione o ai meccanismi di funzionamento dei cosiddetti kudos.

Perché se una cosa funziona come un’altra, è normale che alla lunga (o anzi da subito) di questa ne assimili dinamiche e fisiologia. Se insomma nella nostra testa un like diventa (o ha un peso paragonabile, confrontabile o anche solo minimamente analogo a) una specie di valuta, qualcosa che non soltanto viene rivestito di un valore soggettivo (“che bello il mio post ha ricevuto cento like!”) ma tende a diventare prezioso oggettivamente (i like diventano espressione della forza o del seguito di un’identità, reale, commerciale o politica che sia, e così, come i follower, diventano a loro volta mercato, ci sono aziende che dietro pagamento te li aumentano, come gli steroidi aumentano artificialmente i muscoli), allora a una valuta esso verrà assimilato.

Così come una vera valuta, tenderà ad accumularsi laddove ce n’è già di più e a fuggire da dove minori sono le possibilità di sedimentare.

Così come una moneta, quindi, modificherà in maniera meccanica ma inesorabile il nostro comportamento, perché è ovvio che, se uno vuole seguito (e seguito vuol dire engagement, vuol dire like e commenti, vuol dire visibilità), smetterà di scrivere cose su temi di rilevanza minoritaria e si dedicherà a topic sempre più mainstream, rispecchiando in maniera lugubre il mainstream esterno alla rete e a cui la rete, si dice, offrirebbe alternativa.

Così avremo un socialmondo dominato da gattini, calcio, celebrità con le chiappe di fuori, buonismi d’accatto, musica da sala d’attesa, bufale però divertenti, aforismi da bacioperugina, fintapolitica, cinepugnettoni, tenerezzerie. Tutte cose che hanno un loro diritto d’esistere, ci mancherebbe.

Siamo così formattati dal paradigma mentale del capitalismo che ne accettiamo la declinazione in qualsiasi ambito? Siamo incapaci di pensare una struttura sociale senza creare distinzioni tra chi è sopra e ha molto e chi è sotto e ha poco?

In realtà secondo me siamo capacissimi di fare un sacco di cose, in teoria. Ma lasciamo che a sviluppare il sistema operativo che usiamo, abitiamo e (alla fine) viviamo sia qualcun altro, che si chiami Zuckerberg, Brin & Page, Gates o altri. E quelli, giustamente, lo sviluppano come conviene a loro, lo chiamano “proprietario”, si arrogano il diritto di blindarne il codice sorgente, e chi ci mette le mani dentro commette un illecito.

Però. Se mai la vita ha un senso è perché è open source. E come tale andrebbe vissuta.

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Foto:  Varsavia, 1947

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2 thoughts on “Likapitalism

  1. Caro Emanuele, sono rimasto molto colpito dal tuo post: è davvero un quadro eccellente che completa le mie esternazioni, alle quali hai apposto l’apposito link, come il coperchio di un barattolo, proprio il suo, quando lo prelevi da una moltitudine di coperchi, ce lo appoggi, chiudi e scopri che è proprio il suo perché chiude perfettamente.
    Credo, però, che i nostri due articoli testimonino perfettamente quale sarà il destino di certe realtà: bolle, che scoppieranno. Mentre, forse, chi cerca di lasciare acceso il cervello tornerà a comportamenti socialmente più utili e democratici, com’è questa coppia di post. Molto più produttivi per la mente rispetto a una manciata di Like.
    E’ stato piacevolissimo imbattermi nel tuo blog che, sappilo, è finito nel bookmark.
    Un saluto e a presto!

    • Ciao Marco, grazie davvero per l’apprezzamento. Non so se condividere il tuo ottimismo in questo caso, sullo scoppio della bolla. Quel che sento al riguardo è che questa bolla sta diventando sempre più stretta per me, e quando mi sento costretto io prendo il largo. Grazie di esser passato di qui e a presto.

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