Disordine alimentare

wicker man

Un agnello col ciuccio. È una delle immagini che è ormai consuetudine vedere sullo schermo del computer mentre si srotola la home di Facebook durante il periodo pasquale.

Un commando vegano assalta una saga paesana dove si stanno mangiando arrosticini di pecora.

Ancora l’ovino, una delle più longeve icone dell’innocenza sacrificata. Due considerazioni mi vengono da fare legando concettualmente queste immagini. La prima è che ogni società ha i terroristi che si merita. La seconda è che il più importante ingrediente delle nuove culture alimentari è il senso di colpa. Brutto metterla giù così, lo so.

Non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere qualcosa in senso reattivo rispetto a un costume alimentare. La mia indole anarchica mi spinge a considerare inviolabili i confini della libera scelta e dell’autodeterminazione. Il problema è che lo stesso non si può dire di queste nuove forme di khomeinismo gastronomico, che non solo trovano sempre più spazio nei nuovi ipermercati della comunicazione sociale, ma spostano sempre più l’asticella, un po’ come i coloni israeliani fanno coi loro confini nei territori palestinesi. È una provocazione, è una metafora, non cadeteci dentro. Dopotutto è una metafora anche quella dell’agnello col ciuccio. Vero?

Quando parlo dello spostamento dell’asticella parlo di frasi come queste (trovate su un blog che si chiama “dissapore” e il cui claim è, piuttosto emblematicamente, “niente di sacro tranne il cibo”):

«… Merita un supplemento della nostra attenzione tornare sulla frase che noi onnivori opponiamo quando i presunti avversari ci definiscono mangiacadaveri, ovvero [la frase]: ”Beh, lo faccio per comodità, dipendesse da me mangerei gli animali anche da vivi. ».

«In realtà, se inorridiamo all’idea di mangiare qualcosa di vivo, è solo per infingarda codardia: ci facciamo forse scrupoli a mangiarlo morto?»

In questo blog gli onnivori vengono simpaticamente chiamati “mangiacadaveri”. Come i ghoul, mostri del folclore islamico. Tecnicamente, parlando da esperto di iconografia horror, il ghoul è peggio dello zombi, perché quest’ultimo almeno è schizzinoso, non mangia carne putrescente, gli piacciono solo i vivi che deve ammazzare lui, a morsi. Questo solo per dire.

L’offensiva è palese, e fa leva su un presunto senso di colpa che noi ghoul dovremmo imparare a sviluppare a forza di immagini come quella del ciuccio o articoli come quello succitato. E se siamo proprio de coccio alla fine si passa alle maniere forti, arrivano gli incursori antiarrosticino. Esiste anche una frangia scientifica della nazione veggie che cerca di dare supporto a questa crociata spiegando che è scientificamente sbagliato mangiare carne, specie quella rossa: è cancerogena, fa malissimo, guai al mondo! Ma, per come mi sembra di vederla, si tratta appunto di un fiancheggiamento sul fronte scientifico, niente di più. La maggior parte dei vegetariani (ma soprattutto delle loro tropas de elite, i vegani) basa la sua scelta sul principio che il primo passo verso un mondo cruelty-free vada fatto partendo da se stessi. E che se tutti quanti facessero questo passo il mondo viaggerebbe a vele spiegate verso un futuro completamente senza più violenza e crudeltà.

Quindi chi mangia i cadaveri è ancorato a un mondo bestiale e primitivo e in questo senso, pur non facendolo attivamente, da un punto di vista di responsabilità oggettiva supporta tutto l’andazzo di crudeltà e prevaricazione e violenza che c’è nella nostra civiltà. Tant’è.

A mio avviso il dispositivo concettuale qui all’opera è parecchio difettoso. Fossero solo gli stessi veg-qualchecosa a patire gli effetti di tale difetto, a quest’ora probabilmente starei ascoltando un disco dei Creedence mentre cucino un leprotto. Ma, lo ripeto perché per me è un punto importante, non sono solo loro a scontare la cattiva gestione di personali e originari sensi di colpa, perché è proprio questa cattiva gestione che li spinge a disfarsene scaricandoli sugli altri senza riuscire a metabolizzarli efficacemente.

Dov’è l’intoppo del punto di vista veg-? È presto detto. Il punto di vista veg commette l’errore classico di ogni pensiero collocabile a destra: traccia un discrimine arbitrario, lo spaccia (prima di tutto ai suoi stessi occhi) per assoluto, e addita come avversario chiunque non abbia tracciato il discrimine nello stesso identico punto.

Rifacciamo il percorso dall’inizio e questo assunto diverrà chiarissimo.

Punto primo. Per nostra stessa natura non possiamo nutrirci se non di elementi di provenienza organica. Le uniche fonti alimentari non organiche sono i sali minerali e l’acqua. Ma non si può campare di sale e acqua. Se dobbiamo nutrirci di cose organiche significa che dobbiamo nutrirci di cose che sono o quantomeno erano vive. Non ci piove.

Punto secondo. È adesso che arriva il discrimine. Perché non possiamo nutrirci indiscriminatamente di tutto ciò che è vivo, dal muschio all’amministratore delegato. Il vostro senso etico si ribella all’idea, a meno che non vi chiamiate Hannibal Lecter. In tal caso non fareste mai del male al muschio. Allora, dove lo vogliamo segnare questo limite? Dove metter il confine tra cosa è eticamente lecito uccidere per sopravvivere e cosa no?

Punto terzo. Il veg- alza la mano e dice: la differenza la fa madre natura stessa. È la differenza tra mondo animale e mondo vegetale. E chi non è d’accordo è un mangiacadaveri e presto o tardi farà i conti, con la sua coscienza quantomeno.

Punto quarto. Il nerd laggiù in fondo, quello che a lezione di biologia, a scuola, stava attento, si alza in piedi e dice: innanzitutto la natura non ha mai davvero diviso un bel niente in queste categorie così precise. Non si tratta di divisione ma di distinzione, cioè di una separazione non ontologica ma logica. Esistono classi di entità che mostrano come non solo i confini tra flora e fauna siano sfumati (i funghi) ma addirittura lo siano quelli tra viventi e non viventi (i virus e i parlamentari del Pdl). La realtà è dunque un continuum, dunque la natura non ci dà facili indizi o suggerimenti. Se vogliamo tracciare un confine, dobbiamo farlo come risultato di una nostra libera scelta. E ce ne dobbiamo assumere le responsabilità.

Punto quinto. Smettiamo dunque di tirare la giacchetta a mamma Natura e facciamo gli adulti. Dove tracciamo ‘sta benedetta linea? Ci viene in soccorso un filosofo, uno dei padri del pragmatismo, Jeremy Bentham, di cui una volta lessi una frase che mi cambiò la vita. Bentham disse (cito a braccio, non me ne vogliano gli accademici seri):

«Alla fine ciò su cui dovremo focalizzare la nostra attenzione non sarà più la domanda se un essere pensa, dovremo soltanto chiederci se quell’essere soffre».

Chapeau. Respect. Applausi e ovazioni. Sembra effettivamente un indizio perfetto che può indicarci un punto eticamente accettabile. Sembra metter d’accordo tutti, veg e ghoul. O no?

Punto sesto. In realtà lo spostamento di prospettiva proposto da Jerry apre un mondo di indagini, perché devia l’attenzione su una questione per niente banale.

Che cos’è la sofferenza?

Mentre siamo tutti d’accordo sul fatto che un’oca da foie gras soffra mentre le devastano il fegato cacciandole nel gozzo grassi con l’imbuto, è meno pacifico stabilire se esistano o meno livelli qualitativamente differenti nello spettro della sofferenza. Cioè siamo chiamati a capire la differenza che intercorre tra dolore e sofferenza. Il dolore è fisico. La sofferenza è la costruzione mentale che si edifica (anche ma non solo) a partire da quel dolore.

Punto settimo. Ogni essere vivente prova dolore? Sì. Anche una cipolla che viene sradicata e mangiata (praticamente ancora viva, se la si mangia subito dopo) prova dolore, perché il dolore è la reazione del vivente all’aggressione che subisce il suo status di cosa viva. Ogni essere vivente soffre? Chiedete a chiunque abbia una stretta relazione con le piante, vi dirà che le piante reagiscono agli stimoli, percepiscono ostilità nella persona che hanno vicino, se questa è ostile, o al contrario, se questa è amichevole, sono in grado di sentirlo. I più recenti studi dulla neurofisiologia vegetale forniscono supporto a queste affermazioni, già sperimentate da chiunque abbia il pollice verde. Le cose quindi sembrano complicarsi invece di semplificarsi.

Punto ottavo. Tutte le sofferenze sono uguali? Decisamente no. Più un essere vivente è complesso, più è complesso il livello di sofferenza che esso può provare. Facciamo un esempio. Chiunque abbia dimestichezza con gli animali da compagnia sa bene qual è il trucco per praticare un’iniezione a un cane. Il trucco consiste nel distrarre il cane, indirizzando il suo sguardo lontano dalla siringa in arrivo. In questa maniera, se si è capaci, la puntura verrà ridotta a quello che effettivamente è, nella maggior parte dei casi: un semplice pizzicore. Perché è stato svuotato di tutto quel correlato psicologico ed emotivo che trasforma il pizzico in sé in una tortura medicalmente inflitta.

Per noi purtroppo questa tattica funziona poco o nulla. Perché il giorno in cui dobbiamo fare le analisi del sangue già comincia dalla mattina con il suo correlato emotivamente carico. Arriviamo nell’ambulatorio e siamo circondati da una cornice che la nostra mente traduce in suggestioni negative. L’ambiente spoglio e freddo, impersonale; l’odore dell’alcool; l’esibizione del set di strumenti, siringhe, aghi, provette, tutta roba lugubre che in quel momento intimamente ci evoca immagini da camera dei supplizi; la visione del sangue (il nostro sangue), scuro e denso, che piano piano sale succhiato dallo stantuffo. Ahia!

Qualche giorno fa ho provato io stesso quell’esperienza. Mentre la dottoressa mi intervistava sulla mia anamnesi (allergie ai farmaci, malattie importanti e compagnia bella) l’infermiera mi stringeva al braccio un laccio emostatico e mi applicava l’ago nella vena. Ma io ero distratto dal dover rispondere alle domande. Hanno operato come se fossi un chihuahua, né più né meno, perché sanno bene come funziona la psicologia del paziente. Infatti quando è arrivato l’ago a bucare la mia amata cute il pizzico che ho provato per un istante non mi sembrava quello della puntura. È stato nell’istante successivo che mi sono reso conto che la mia epidermide era stata appena violentata. Ma era già troppo tardi.

Proviamo a espandere il concetto sottostante questo esempio. Se un medico mi diagnosticasse un tumore incurabile che mi fulminerà in una manciata di mesi o anni la mia esistenza emotiva ne sarebbe distrutta, e con essa anche un po’ quella di chi mi vuole bene. Un giovine ancora nel pieno della sua vita, pieno di belle speranze, di ambizioni, di voglia di vivere, di fare esperienze, vedere il mondo, amare, magari (si fa per dire) di lasciare il suo segno nella storia scrivendo libri meravigliosi o chissà cos’altro. Cazzo, avevo appena iniziato a divertirmi (si fa sempre per dire) e ora mi dicono che al massimo posso metter su un laboratorio clandestino e darmi alla produzione di metanfetamine. La vita è una merda. E via dicendo.

Sarebbe la stessa se fossi un cavallo? No. Per un animale non esiste il concetto di vita e di morte così come è per noi. Un cavallo non ha un’aspettativa esistenziale. Un cavallo vive finché deve vivere, soffre se è malato, senz’altro, o se il suo referente umano lo maltratta, senza dubbio. Ma non ha la stessa idea di sé che ho io.

Sarebbe la stessa cosa se fossi un grillo o un lombrico? No. Anzi, ancora meno. Perché un cavallo è un animale superiore, dal punto di vista della complessità della sua fisiologia e del suo sistema nervoso centrale. Infatti gli animali superiori, come i mammiferi, hanno anche loro relazioni forti con i loro simili. Soffrono se la loro prole viene predata e uccisa, a volte perfino (lampante è il caso dei primati) se i loro simili significativi soffrono o muoiono o semplicemente scompaiono. Un lombrico no. Quello che fa la differenza è la complessità del sistema nervoso centrale. È quella la sede dell’organismo in cui ha luogo la costruzione del senso di sé. Quella che nell’essere umano diventa così complessa da formare la persona. Con i suoi desideri, le sue paure, i suoi sentimenti, il suo attaccamento alla vita propria e quella dei suoi pari.

In realtà questa serie di considerazioni non incontrano la resistenza degli stessi veg-. Mi risulterebbe difficile credere che un veg- o in senso lato un animalista (adesso si chiamano antispecisti) riesca a provare lo stesso dolore per la perdita del proprio compagno di vita e del proprio animale domestico, per quanto affetto possa provare per quest’ultimo. Per la semplice verità che tutti noi, indipendentemente dalle nostre abitudini alimentari, percepiamo che c’è una scala, una differenza, tra la vita di un fungo, quella di un lombrico, quella di uno scimpanzè e la nostra. Questa differenza è data dal senso di sé, ed è il senso di sé che connota in maniera radicalmente differente la sofferenza. Un tonno non ha il senso di sé che ha un uomo, non ha mai pensato (ammesso che si possa parlare di pensiero nel suo caso) che nella vita avrebbe fatto l’astronauta o avrebbe messo su famiglia con quella tonna e avrebbe avuto tanti tonnini da portare allo stadio la domenica a vedere Tonnoroma contro Tonnolazio. Quando finisce nella bocca di un’orca non pensa «la vita è una merda, c’erano ancora così tante cose che volevo fare, mari in cui nuotare e tonnarelle da invitare a cena». Certamente tenta di salvarsi la vita, ma quella vita non significa per lui quello che significa per noi.

Quindi lo schema è:

complessità del sistema nervoso centrale –> costruzione dell’identità e del senso di sé –> attribuzione di significato esistenziale alla propria vita –> percezione della preziosità della vita stessa –> sofferenza derivante dalla prospettiva di perderla.

Dove ci porta tutto questo? A decidere che ci sono esseri viventi che hanno meno diritto di vivere e altri di più? No, assolutamente. L’unica via per me accettabile all’antispecismo è proprio smetterla di pensare che a questa differente scala di complessità, di per sé innegabile, corrisponda una gerarchia di dignità e di diritti. Siamo tutti animali, non dobbiamo dimenticarlo.

Ci porta però a una possibile scelta su dove tracciare il discrimine di cui stavamo parlando. Ci porta intanto a riconoscere per le aberrazioni che sono le immagini dell’agnello col ciuccio che chiede di non essere cucinato perché anche lui sarebbe un po’ come il figliolo che ha appena messo il primo dentino e che è tutto suo padre e che da grande sarà un premio Nobel. Siamo noi che abbiamo il tabù della morte perché siamo solo noi ad avere il totem della vita. Gli animali no. È il caso di smetterla di proiettare i nostri costrutti esistenziali su esseri viventi che non li hanno e che chiedono altri diritti, non quelli di essere identificati come bimbi in fasce.

In conclusione, quindi, a me sembra molto più sensato infilare questo benedetto discrimine in altra maniera nel continuum della vita, e modificandolo sostanzialmente. In primo luogo riconoscere che se tutti, perfino le cipolle, soffrono, noi stiamo comunque usando un atteggiamento che non è cruelty-free perfino se siamo vegani duri e puri.

Dunque forse vanno ripensate le coordinate concettuali secondo cui definiamo cosa è crudele e cosa non lo è.

E forse è il caso di decidere che crudele è ciò che non rispetta la dignità dell’animale, la sua non volontà di soffrire gratuitamente, di vedersi la libertà privata per il sollazzo dei bambini allo zoo, di non essere smerdato da liquami industriali che distruggono il suo habitat, o di non essere usato per esperimenti medici o scientifici di dubbia o nessuna reale utilità. Di non vivere in una gabbia costretto dolorosamente come succede per i polli Arena, ma anche di non essere relegato a bambolotto da vestire e umiliare e su cui riversare gli stessi disturbi del suo padrone amorevole, come obesità o nevrosi.

Ma per quanto riguarda l’atto in sé del cibarsene io ci andrei molto più cauto, cosa che i veg-integralisti molto spesso non fanno, o tendono a fare sempre meno. Perché il loro punto di vista sta diventando una moda accettata sempre più acriticamente, come il caso della mensa scolastica su al nord che ha da poco inaugurato il menù vegano. E la tendenza è appunto quella di far sentire in colpa chi continua a nutrirsi di cadaveri, perché quello sarebbe tout-court un atto di crudeltà, un abominio.

In realtà questo atteggiamento a me sembra piuttosto rivelare una certa confusione su cosa sia la violenza e la crudeltà. È ancora una volta la dimostrazione di quanto forte sia la tentazione di risolvere con una risposta semplice un problema complesso come quello del grado di egoismo e di violenza e crudeltà che effettivamente permeano la nostra società.

Sentirsi in colpa perché ci stiamo autodistruggendo e insieme a noi portando nel baratro anche questo mondo va benissimo.

Decidere che vada tamponato questo senso di colpa eliminando dalla propria dieta tutto ciò con cui è facile costruire una relazione di proiezione e identificazione non è una strategia per me efficace, ma la vita è dura per tutti e ognuno ha diritto a scegliere le modalità che preferisce per tentare di stare meglio.

Arrivare a far sentire in torto chi non adotta le stesse strategie scaricandogli addosso quel senso di colpa, quello no, quello non mi va bene.

Dal mio punto di vista potremmo idealmente raggiungere un traguardo come civiltà smettendo di farci del male e di distruggere il nostro ambiente senza alcuna necessità di diventare tutti dei mangiacipolle (è il corrispettivo dei mangiacadaveri), eliminando dalla nostra cultura le modalità industriali disumane (quelle sì) di allevamento e macellazione ma non per questo smettendo di cibarsi di carne o pesce o loro derivati.

Mi viene in mente una scena di Avatar, quando gli alieni blu insegnano al terrestre ad andare a caccia. E gli insegnano che l’animale va cacciato e ucciso in modo etico: rispettando la sua vita fino al momento in cui gliela togli, in maniera rapida e pulita, e perfino dopo che l’hai portata via, avvicinandoti al suo corpo ancora caldo, accarezzandolo, chiedendogli scusa e ringraziandolo per il suo sacrificio. La sua vita continuerà oltre lui. Perché è vero, è proprio così che funziona. Tutto è un grandioso unico ciclo di trasformazione dell’energia e, in questo senso, ha più ragione il cervo di noi, che sa che la morte non esiste. Non nel senso che gli diamo noi, quantomeno. Forse è l’unico momento veramente bello di quel film, benchè non originale.

Una soluzione idealistica, impraticabile o semplicemente molto complessa da realizzare? Chissà. Tanto giriamo sempre intorno al medesimo punto: se il problema è complesso anche la sua soluzione lo deve essere. Tutto il resto son palliativi.

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