I ricchi e i poveri

guillotine

Se uno vuol guardare un programma di qualità sulla TV pubblica può ancora farlo, sorprendentemente. C’è Presa Diretta, il cui autore Riccardo Iacona è professionale e propone un prodotto d’impatto, ben confezionato e intelligentemente reazionario.

Due sere fa è partita la nuova serie, spostata al lunedì, che sarà intercalata – se non ho capito male – a intervalli di quattro puntate dall’altro programma di punta, lo storico Report di Milena Gabanelli. La puntata scorsa si intitolava icasticamente “I ricchi e i poveri”. Segue spoiler.

Prima metà della serata: come vivono i ricchi. Porto cervo, Olbia, ville da milioni di euro, Lamborghini, yacht da fantascienza. Poi Roma, appartamenti al centro storico da millemila euro al metro quadro, interviste a matrone, sposate a magnati dell’industria, le quali dicono che il lusso senza cultura è un abuso, che quelli che si suicidano per la perdita del lavoro hanno qualche tara mentale preesistente, che la gente farebbe meglio a lavorare di più, e se il lavoro proprio non c’è comunque deve continuare a sperare, perché la speranza dà la forza.

Seconda metà: come vivono i poveri. Licenziamenti, casse integrazioni, mobilità, persone che prima erano commercianti o imprenditori e che sono ridotti a fare il pane in casa con la farina della Caritas; gente che ha perso la casa col mutuo, che ha venduto anche la fede nuziale per mangiare e che ha considerato pure, lucidamente, l’idea del suicidio.

A punteggiare questo panorama stile Elysium, alcune interviste per proporre o quantomeno suggerire possibili soluzioni. Perché è la riflessione sulle soluzioni che dà senso alla trasmissione. Che i ricchi siano (sempre più) ricchi da vomito e i poveri siano (in sempre maggior numero) poveri da schifo, be’, quello uno già lo sa se vive nel mondo reale. Se Presa Diretta si fermasse alla descrizione dell’attuale situazione avrebbe lo stesso valore di un servizio meteorologico che ti comunica che sta grandinando nel momento in cui sta grandinando. Metti la testa fuori dalla finestra e dici: grazie tante.

Già, il punto sono le soluzioni, ché a menzionare il problema si ha fin troppo buon gioco. E dove va a puntare il dito Iacona col suo programma?

Tre gli interventi. Eccoli riassunti in poche parole.

Pietro Modiano, ex direttore generale di Intesa San Paolo: la patrimoniale. Un una tantum di ottanta miliardi da trasferire dall’alto in basso. Loro, i ricchi, se ne accorgerebbero a malapena (mi pare parli di meno dell’un percento solo sui patrimoni liquidi), ma sarebbe un impulso formidabile alla ripresa della domanda e quindi dell’economia tutta. Giusto. Se uno dà i soldi ai poveri quelli li spendono. Non diceva così Keynes?

Giorgio Airaudo, prima segreteria nazionale della Fiom e da febbraio deputato di Sel: ridare lavoro a chi non ce l’ha. Dice che avrebbe fatto un calcolo con Luciano Gallino e che per creare mezzo milione di posti di lavoro servono solo undici miliardi di euro. Ma Iacona lo incalza: e dove dovremmo prenderli questi soldi? Aumentando la spesa pubblica produttiva (in fondo non era questo l’insegnamento di Keynes?) spostandola da quella improduttiva. Airaudo menziona come esempio gli ormai famigerati F35. Poi anche lui parla di “una piccola patrimoniale sui redditi molto alti”.

Alessandro Baricco, scrittore, intellettuale. La sua risposta è più articolata – giustamente – e anche più fumosa. Parla di sistema che sta crollando, usa la metafora dello tsunami, che sarebbe anche affrontabile se non avessimo tutte le zavorre ai piedi, zavorre che ci faranno morire annegati. Parla del malcostume dell’evasione fiscale, malcostume in alcuni casi avallato anche da esponenti politici. E dice in conclusione che dovremmo tutti essere un po’ più cittadini, interessarci insomma un po’ più di politica, della cosa comune. Ma conclude significativamente: “però i nostri leader, perché i leader ci vogliono, devono lasciarcelo fare [i cittadini]”.

Verso la fine, curiosamente, compare anche Marine Le Pen, in un assaggio di come anche oltralpe lo scontento stia montando e prenda direzioni antieuropeiste. La sentiamo dire che si deve sostituire la classe politica attuale con figure dotate di spirito patriottico.

Bene.

È proprio analizzando le soluzioni proposte che si capisce, a mio avviso, quanto programmi di questo tipo siano nella sostanza reazionari, e perché possano essere ospitati dai media mainstream in tutta tranquillità,  media che poi anzi possono continuare a fregiarsi della loro etichetta “di sinistra”.

Perché reazionario è un messaggio così confezionato: si addita un problema reale per proporre soluzioni fittizie. O, nel migliore dei casi, soluzioni che non vadano a toccare il problema alla sua radice. Un po’ come il candidaco sindaco M5S a Roma Marcello De Vito, che questa primavera prometteva, in caso di vittoria, di risolvere i problemi dei piccoli commercianti contrastando la piaga delle bancarelle abusive. Guerra tra poveri.

Bernard Lietaer, un simpatico signore belga studioso dei sistemi monetari e sufficientemente colluso col meccanismo finanziario (ha lavorato anche per la Banca centrale del Belgio) da sapere di cosa sta parlando, disse una volta in un intervento una cosa molto interessante: never touch the money system. Stava parlando di come il premio Nobel per l’economia fosse un premio anomalo rispetto agli altri Nobel, in quanto unico a essere conferito dalla Banca centrale svedese. Si può diventare premi Nobel per l’economia dicendo anche cose molto scottanti, molto radicali e “da sinistra”, vedi i vari Krugman o Stiglitz, senza correre il pericolo di infastidire i monetaristi della Banca centrale svedese, fintantochè non si tocca il meccanismo stesso dell’emissione della moneta. Perché il trucco di tutti i trucchi risiede proprio là.

«Never touch the money system»

Il sistema monetario è una nebulosa composita e assolutamente astrusa, fatta così apposta per non poterci mettere le mani se non con la mediazione dei sacerdoti che – bontà loro – si mettono tra noi e questo Olimpo inarrivabile: gli economisti. Sono loro che ci spiegano cosa fare.

Però se uno ha tempo e voglia può comunque arrivare a farsi delle domande. Anche se non conosco come è fatto un motore nella sua componentistica fine, posso comunque osservarlo nel suo insieme e capire se funziona o meno. Ad esempio se l’energia che ci metto dentro è minore di quella che ne esce fuori, in fisica si parla di macchina svantaggiosa: non vale la pena, meglio mettersi a fare qualcosa di diverso, se proprio non si riesce a farla diventare vantaggiosa.

Nel caso specifico, basta una sola domanda per aprire le danze delle questioni davvero scomode. Perché nessuno nel mondo reale sta beneficiando del prezzo incredibilmente basso a cui la Bce sta immettendo il denaro (al tasso record dello 0,75% 0,25%)? Il motivo è che di questo sconto beneficiano solo le banche (proprio quelle che creano i casini, vedi Lehman Brothers, Dexia, Montepaschi) che poi speculano rivendendo il credito a tassi molto superiori, proprio agli stati membri della UE. Mica usano questo denaro “sottocosto” per fare prestiti a famiglie o aziende, macchè.

Analogamente: chi li ha visti i 16.000 miliardi di dollari che la sola Federal Reserve ha immesso nel sistema dopo il crack americano del 2008?

Sedici. Migliaia. Di miliardi.

Nessuno li ha visti, perché erano prestiti segreti (sic) per salvare le banche, non solo americane.

Da questa domanda ne vien fuori subito un’altra, la domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Di chi è il denaro?

Il denaro è di uno stato sovrano che lo emette. In teoria quindi sarebbe nostro, dopotutto sulla targa all’ingresso in Italia c’è scritto “democrazia”.Tradizionalmente è così. Anche per la lira era così, ma a un certo punto si è deciso, nel 1981, che il denaro andava comprato sul mercato del denaro (cioè dalle grandi banche e dai grandi fondi che lo drenano dal fondo del tessuto sociale da secoli). Come tutto ciò che si compra, lo si compra a un prezzo. Un prezzo di mercato, per l’appunto. Attraverso i titoli di stato l’Italia si ritrovò a comprare da privati il denaro a un prezzo che non poteva decidere più, come aveva fatto prima del 1981, perché il Ministero del Tesoro aveva perso la possibilità di calmierare l’andamento dei prezzi: il nostro Paese cioè non decideva più lui il prezzo dei titoli (detto in soldoni), ma doveva assecondare le decisioni dei compratori. Fu così che il nostro debito pubblico esplose(*).

Val la pena ricordare che il cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro fu una sorta di “congiura aperta” secondo l’espressione degli stessi artefici, e che questi furono il ministro del Tesoro Andreatta (governo Spadolini) e il numero uno della nostra Banca centrale, Ciampi. E un’altra eminenza grigia – allora non tanto – che sostenne e promosse tale divorzio fu Mario Monti. Proprio quello che oggi ci tramortisce con lo spettro del debito insostenibile.

Ecco la risposta: il denaro non è più nostro. È di qualcun altro già da prima dell’introduzione dell’euro, anche se dal 2001 abbiamo perso ogni remota possibilità non solo di gestire le nostre politiche monetarie (già abbandonata appunto dagli anni 80) ma addirittura di poter decidere in autonomia quelle fiscali, industriali o anche sociali. Andiamo sempre a sbattere contro lo stesso problema: non ci sono soldi.

Eppure i soldi sono l’unica cosa che non può finire mai, perché la moneta moderna, dal 1971 slegata dall’oro, la creiamo noi. Tutto il resto può finire: acqua potabile, oro, petrolio, fantasia. I soldi no, perché sono pezzi di carta o impulsi elettronici, e basta.

Le domande sul meccanismo monetario potrebbero andare avanti per molto. Si potrebbe infine arrivare a chiedersi come è possibile permettere che esista un sistema in cui si creano ricchezze colossali semplicemente con stratagemmi finanziari speculativi, molti dei quali si basano sulla possibilità di scommettere sul fallimento di intere nazioni, soprattutto visto che poi quegli stessi scommettitori hanno il potere di intervenire direttamente o indirettamente (vedi le agenzie di rating) sull’andamento economico di quei paesi. Stiamo parlando di un meccanismo per cui non ha più senso fare soldi col lavoro, inteso come economia reale: per fare soldi servono solo altri soldi, politici compiacenti e algoritmi matematici. E quando la bolla scoppia, perché scoppia sempre, quelli che ne sono responsabili non solo non ci vanno di mezzo, ma vengono rimpinzati di soldi e continuano a farne altrove.

Altra nota divertente (per i masochisti): uno dei bastioni della regolamentazione finanziaria era una legge americana denominata Glass-Steagall Act. Serviva a moderare la speculazione da parte delle banche, che erano rigidamente divise: o eri un istituto di finanziamento del credito per privati e aziende, o eri una banca che faceva giochi di prestigio speculativi. Dopo la sua abolizione ogni banca poteva fare entrambe le cose. Sapete chi fu a spazzarla via nel 1999? Clinton. Sempre a proposito della “sinistra” politica.

Eccolo il debito. Eccolo l’impoverimento artificiale di un intera civiltà, passo dopo passo.

Così un modo reazionario di presentare il problema diventa il modo in cui vai a chiedere come risolverlo a quelli che già sai che ti daranno risposte innocue, o che fomentano comunque il conflitto a basso livello. Tra i poveri, appunto.

Così la patrimoniale, che non tocca il sistema tramite cui sono sempre gli stessi che si arricchiscono, diventa la questua dell’elite una tantum che rimette artificialmente in moto il meccanismo, fino alla prossima bolla speculativa. È come asciugare per terra l’acqua che esce da un tubo senza prima fermare la perdita.

Così la mortificante diatriba su dove prendere i soldi per coprire le tasse abolite è solo l’ennesima versione del problema della coperta corta, con nessun indizio sul fatto che potremmo effettivamente avere una coperta lunga a sufficienza per tutti (non diceva così la Costituzione?).

Così l’intellettuale en vogue può usare metafore come quelle dello tsunami per parlare della crisi, ma senza pagare il prezzo dovuto per ogni metafora ideologicamente pregnante. E la pregnanza sta nell’aver identificato la crisi con un fenomeno naturale: che ci vuoi fare, ti devi barricare e aspettare che passi. Il che è più o meno quello che dicono Reinhart e Rogoff, due economisti pro-austerity, quelli che dicono ai politici di mezzo occidente come regolarsi. Due che hanno scritto un tomo grosso come il Signore degli Anelli per convincerci che le crisi sono normali e fisiologiche anche se a noi ogni volta sembrano la fine del mondo (di loro ho già parlato qui).

A dirla tutta l’intellettuale parla anche delle tasse, probabilmente senza sapere cosa sia e a cosa serva il meccanismo della tassazione, e ne parla neutralizzando a priori ogni discorso critico su di esso, banalmente ricordando quanto incivile sia evadere (e ricordando tra le righe da quale parte politica disdicevole sia arrivato il messaggio che le tasse si possono pure non pagare). In effetti Baricco fa qualcosa di ancor più ameno: ci esorta a essere cittadini (cioè gente che ha senso civico e si occupa della politica) però premunendosi di specificare che i leader – gente di cui c’è comunque bisogno, mai vada dimenticato! – ce lo devono lasciar fare. Come a dire: se non partecipo alla politica come la democrazia mi richiederebbe ho già la scusa pronta. Sono loro che non me lo permettono.

E infatti eccolo lì, l’antidoto antisistema eppure pro-sistema per eccellenza. Sono proprio le parole di Baricco a fornire l’assist, subito dopo, per l’entrata in scena della Le Pen. Dopotutto se i politici sono corrotti e non ci fanno partecipare alla vera democrazia cosa dobbiamo fare? Li dobbiamo sostituire. Sono i giocatori a barare.

No. È il mazzo che è segnato sin dall’inizio. L’idea seminata da questi finti movimenti rivoluzionari – in realtà con finalità di stabilizzazione dello status quo – è proprio che basta sostituire la classe dirigente predona e molle, marcia di corruzione, con “gente dotata di spirito patriottico” e le cose torneranno a marciare. Fate quello che volete ai giocatori, cambiateli, sfanculateli, appendeteli in piazza: sono loro il male. Ma non toccate il mazzo di carte e chi lo fabbrica. Non fate nemmeno i loro nomi.

Alla fine di quelle estenuanti due ore di trasmissione (ma ammetto di aver barato: quando ci si dilungava sugli yacht da centomila euro di solo gasolio al giorno, o sulle pagnotte fatte in casa con la farina della Caritas, io skippavo col cursore, perché non è questa la pornografia che mi eccita) a me è rimasta in testa solo una vera ipotesi di soluzione, perché in fondo solo quella il programma elargiva. Tra le righe, certo. Il ritorno all’emigrazione di massa. Andare dove si sta meglio. I ricchi nelle loro case da milioni di euro a Knightsbridge, Londra, come si vede nel programma di Iacona, i poveri a Soho, con le loro valige di cartone, o l’equivalente che nel terzo millennio si porta.

Vi sfido a vedere per intero la puntata e non essere tentati di concludere la stessa cosa: andarsene è l’unica possibilità di vittoria realisticamente alla portata del singolo. Bella vittoria.

«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo» – Warren Buffett, terzo uomo più ricco del pianeta, a proposito di vittorie.

•••

(*) In realtà, com’è facile intuire, la storia è più complessa, e benchè il capitolo del divorzio Tesoro-bankitalia sia dolorosamente vero, ci sono altri capitoli che spiegano come mai l’Italia sia diventata un pessimo posto in cui vivere. Ce lo spiega un eroe discreto, uno che la Storia ha provato a cancellare ma c’è riuscita solo in parte: Nino Galloni. L’intervista dura un’ora, ma è emozionante. Altro che Iacona.

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3 thoughts on “I ricchi e i poveri

  1. Ottimo articolo.
    Il denaro e’ obsoleto.
    A proposito di Greenspan/Carter l’ideologia e’ benissimo illusrata da Adam Curtis in un suo documentario, mi sembra “Watched over by Machines of Loving Grace”. Consigliabile molto piu’ di Iacona. Ora mi guardo l’intervista che consigli tu. Grazie.

  2. Iacona pizzica il segretario del PD a frequentare uno dei circoli più esclusivi del jetset romano (Antico Tiro al Volo), come dice il presidente del circolo stesso nell’intervista.

    Stupenda la smentita di Epifani: “Ma non faccio sport, ci vado qualche sera. Cercavo un posto a modo per un rinfresco con gli amici”.
    La smentita riguarderebbe il fatto che lui non è socio, non paga l’esorbitante quota associativa (30k euro) più la quota annuale.

    La diabolicità di questi personaggi è letteraria. Non solo grazie allo spalleggiamento di cremosi giornalisti come Luca Telese riescono a fare la figura delle vittime calunniate, ma sanno anche far passare nel sottotesto che loro sono più vip dei vip.
    Perchè i vip per entrare in certi posti pagano, loro no.

    L’articolo di Telese: http://www.linkiesta.it/epifani-vip

    Il suo lubrificato sofisma: “Qualsiasi club esclusivo vuole poter esibire dei vip, e inviterebbe volentieri, che ne so, Francesco Totti: se Totti va non gode di privilegi, ma semmai ne concede uno lui, la pubblicità”.

    Quindi il povero Guglielmo avrebbe fatto un favore al circolo sopportando di essere ospitato in quell’Eden (di plastica), favore che consisterebbe nell’aver dato lustro con la sua sola presenza. Un faraone, un semidio.

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