La Storia siamo ancora noi?

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Che il lavoro di Adam Curtis non sia ancora stato pubblicato in Italia è un crimine a tutti gli effetti. Non che sia chissà che, è solo un documentarista della BBC. Ma i suoi documentari fanno qualcosa che il giornalismo attuale, di cui lui è sia esponente che critico (si veda l’intervista che ha concesso a Vice) non è più in grado di fare, malgrado sia necessario come l’acqua: esporre le narrazioni sottostanti, tentare collegamenti sottotraccia per scovare i grandi frame che hanno portato la nostra storia al punto attuale. Provare a spiegare il perché, dopo una sbornia di come e dove e quando che satura i nostri browser e i nostri schermi senza però fornirci gli spunti per un’interpretazione critica.

Io ho visto Il secolo del sé e Il potere degli incubi e sto guardando in questi giorni La trappola. Al momento attuale sembra che solo quest’ultimo sia disponibile in rete sottotitolato. Ne consiglio caldamente la visione, perché la sensazione che si ha mentre le immagini e le parole si srotolano è quella di un velo che almeno parzialmente si alza e lascia scoperti i paradigmi sottostanti, una volta tanto.

Nella Trappola, per esempio, si comincia ad avere cognizione di cosa sia successo a livello teorico – verrebbe da dire filosofico – al nostro stesso modo di concepire le relazioni umane e, in fondo, a quale versione dell’essere umano ci stiamo abituando sempre di più. Al punto di darla per scontata. Ma non è mai scontata, e proprio questo è il punto. Sotto ogni visione c’è sempre l’adesione a un particolare paradigma culturale, e il giornalismo di Curtis fa proprio questo lavoro di disseppellimento. Un paradigma è sempre figlio di una cultura, ma quale? Chi lo propone? E per quali fini? E soprattutto, se non lo vediamo, come possiamo porci criticamente nei suoi confronti? Il non vederlo ci porta a scambiare quella prospettiva come neutra, imparziale, obiettiva. Invece non lo è mai. Nessuna prospettiva è fuori dalla Storia, anzi, è sempre con essa collusa. Addirittura i paradigmi scientifici sono soggetti a questa marea storica.

Per quanto ne so, solo Il potere degli incubi è stato trasmesso nel 2005 dal programma di Minoli La storia siamo noi. È una specie di canto del cigno di un’idea di televisione pubblica che ormai non esiste più, e che al massimo propone pollai televisivi come quelli di Santoro (pure lui emigrato nel privato, ma a me non sembra una grande perdita), ancora una volta schiacciati sull’immediatezza del battibecco e dell’esposizione del personaggio trendy del momento, ma con una capacità di analisi e approfondimento rasente lo zero.

Potrà apparire inutile o, nel migliore dei casi, terribilmente ingenuo, eppure lo stesso mi piacerebbe rivolgere una richiesta, a quelli che tra i miei numerosissimi lettori potrebbero avere il modo o l’interesse di inoltrarla a qualcuno che possa farlo, editore o altro: acquisire i diritti di sfruttamento e pubblicare questi documentari. Renderli magari disponibili per il grande pubblico nelle librerie, accanto ai grandi classici o ai nuovi cult del giornalismo d’inchiesta.

Perché se un lavoro in cui si vede il patimento fisiologico di un tizio che mangia da McDonald’s per un mese al solo scopo di mostrare quanto sia tossico quel tipo di alimentazione (e chi l’avrebbe mai detto?) raggiunge le sale cinematografiche, forse i documentari di un giornalista che cerca di mostrarci perché il nostro mondo è diventato qualcosa di inesplicabile e che ci fa così tanta paura meriterebbe almeno lo scaffale di una libreria.

«Media create time, not the other way around.»   Douglas Rushkoff

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Foto: cimitero olandese. Due coniugi, uno protestante, l’altro cattolico, e il muro che tentava di separarli.

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