Il conflitto e la fuga

british

Nell’intervista rilasciata dal collettivo Wu Ming a Repubblica qualche giorno fa si rispolvera la connessione tra sinistra e conflitto. La consapevolezza del quale, dicono gli autori, è fondamentale nel caso ci si voglia ancora chiedere che cosa significhi stare a sinistra e a sinistra schierarsi. Una delle frasi più efficaci compare a metà dell’intervista:

“La sinistra senza la consapevolezza del conflitto diventa il manuale delle Giovani marmotte”.

Da quando ho letto queste parole mi si è accesa in testa una serie di lampadine e alcuni campanellini hanno suonato, come spesso mi succede quando leggo gli interventi di Wu Ming. Chi è davvero di sinistra, dicono i due intervistati, ha coscienza della natura irrevocabilmente conflittuale delle dinamiche sociali, e si situa in un punto ben definito del tempo e dello spazio all’interno di questa fenomenologia, sia in senso storico che in senso individuale. Questo posizionamento è però sempre un fatto dinamico, conseguenza di una consapevole scelta, non un’adesione statica data una volta per tutte.

Io del conflitto ho avuto da sempre sentore, fin da bambino, perché già stare in famiglia nel mio caso significava prendere una posizione, schierarsi, non ci si poteva esimere: in casa mia la Svizzera non esisteva. Poi, crescendo, questo sentimento si è sviluppato perché la famiglia, come campo di battaglia, è traboccata nella società, ed è stato allora, più o meno durante gli anni universitari, che quel sentimento è maturato affinandosi in quella che Wu Ming chiama la consapevolezza del conflitto. Radicalizzando il discorso col rischio di banalizzarlo, si può dire che c’è una guerra in corso, c’è sempre stata e forse ci sarà sempre. Una di quelle guerre che ha senso in sé combattere, indipendentemente dal fatto che si vinceranno o meno.

La domanda che mi ha sempre tormentato però è stata: come si combatte una guerra del genere?

Ai due estremi dello spettro bellico abbiamo due modalità entrambe sconfitte e rivelatesi inefficaci, a mio avviso. Lo spontaneismo armato degli anni di piombo, l’innesco manu militari della rivoluzione che avrebbe portato alla vittoria del proletariato è stata sconfitta dalla Storia. Ciò che davvero è successo durante gli anni di piombo è per la verità ancora in buona parte da mostrare e dimostrare, ma è indubbio che quella generazione ha lasciato un retaggio e passato un testimone assolutamente scottante alle nuove leve dell’attivismo politico. Pensare di fare la rivoluzione imbracciando i fucili è una cosa che forse può accadere in qualche altro punto del globo, magari anche vicino casa, ma non qui da noi, non ora. Il concetto stesso è qualcosa di molto simile a un tabù, ormai inestricabilmente (ma a torto) connesso con la Grande Incarnazione del Male della nostra epoca: il terrorismo.

All’altro capo c’è la battaglia entro l’alveo istituzionale, fatta di politica parlamentare e in cui la figura del partito è il fulcro che permetterebbe alle forze provenienti dalle sterminate fasce disagiate della società di raccogliersi e ribaltare la situazione. Ma il partito oggi si è alleato col nemico all’insegna di un tetro e democristiano concetto di governabilità, che in realtà significa il proseguimento di una guerra con altri mezzi, quelli di un’economia ingegnerizzata al solo scopo di drenare risorse dal basso verso l’alto. Se gli anni 70 sono stati il decennio emblema del fallimento della lotta extraparlamentare radicale e anche armata, quelli che stiamo vivendo adesso sono senza dubbio l’emblema del fallimento analogo e speculare, il fallimento della cosiddetta politica riformista di stampo partitocratico.

Cosa c’è rimasto? Questo vorrei chiedere a Wu Ming. Né il voto né il fucile hanno passato la prova dell’efficacia, e sembra che una terribile miopia ci stia attanagliando un po’ tutti, dal momento che non si riesce a vedere alcuno strumento utile a cambiare la situazione. Infatti la gente sta scappando.

Intorno a me si stanno moltiplicando i casi di persone che abbandonano la nave come se fosse ormai impossibile modificarne la rotta, che la spinge diretta contro il fatidico iceberg. Berlino, città che sto imparando a conoscere da tre anni a questa parte, sembra essere una delle mete-calamita di una fetta sempre crescente di giovani e meno giovani che considera l’Italia una gabbia di matti, senza prospettive né possibilità. Un mese fa proprio in quella città ho sostenuto una conversazione il cui snodo fondamentale è stato il seguente:

(giornalista indipendente di cinema emigrato da Roma nella capitale tedesca): – E tu quando ti trasferisci?

(io): – Non so, ancora non ho deciso di farlo.

(lui): – E che stai aspettando?

(io): – Boh. Magari scapperò pure io quando in Italia si sfascerà proprio tutto (risata imbarazzata).

(lui): – Più di così?

Un tale sentimento, quello di un crollo così imminente da dare l’impressione che stia accadendo di fatto adesso, ma al rallentatore, si sta diffondendo anche grazie al supporto di tanta stampa, soprattutto mainstream, che contribuisce alla creazione della storia dei cervelli in fuga, gente che si ribella e dice vaffanculo, io mi vendo la moto e compro un biglietto di sola andata per Sydney, e se siete furbi (dice una ragazza dalle colonne del quotidiano che la intervista) anche voi fate la stessa cosa. Questi resoconti stanno assumendo le forme di vere e proprie narrazioni para-epiche, con novelli Odissei che hanno in tasca una laurea fresca, una mentalità “snappy” e cosmopolita e tanta tanta voglia di rivalsa, perché loro valgono. E anche voi.

Qualche tempo fa perfino un importante esponente dell’intellighenzia nostrana, rettore universitario, ha scritto una lettera aperta al figlio, dicendo con una schiettezza che ha fatto scalpore che l’unico consiglio che sentiva di voler dare alla carne della propria carne era semplicemente uno: scappa. Fujitevenne, insomma: messaggio che sembra sempre più sponsorizzato e patrocinato dai gruppi che in Italia manovrano importanti leve del potere (dalle università all’editoria).

Dopo l’ultimo di questi racconti dal sapore eroico sono andato con la mente alla questione sollevata da Wu Ming nell’intervista, quella sulla necessità di ripensare le forme del conflitto. E mi sono chiesto: fuggire all’estero – visto che qui si sta sfasciando tutto – è configurabile come una pratica del conflitto? In parole ancor più povere, è compatibile con un posizionamento a sinistra nell’arena politica?

Andarsene, emigrare, coltivare sogni di libertà e autoaffermazione altrove, perché qui non c’è più niente da fare e da salvare. Ho parecchie difficoltà a pensare che quest’azione, unitamente alla sua propaganda, possa essere vista come una pratica di combattimento politico, non posso farci niente. Non voglio dire con questo che sia un comportamento deprecabile né che sia facile o che non serva coraggio per metterlo in atto. Ma è innegabile che si tratti di un movimento facente capo a una strategia dal preciso sapore pragmatico: molto meglio andare da qualche parte dove le cose funzionano ancora, che stare a combattere contro i mulini a vento.

In primo luogo però questa strategia capitalizza su una situazione di vantaggio (il lavoro che in Nuova Zelanda si trova e qui no) senza aver fatto nulla per contribuire alla sua attuazione. Si deflette la responsabilità dell’essere italiani (responsabilità oggettiva e non soggettiva, nel migliore dei casi) e al contempo si gode di quel vantaggio di cui, in maniera analoga, non si è di fatto responsabili. C’è insomma un duplice storno di responsabilità in tale fuga, un atteggiamento che getta inoltre le basi per una passività futura. Se infatti anche nel nuovo paese le cose dovessero mettersi male, le possibilità che si decida di prendere baracca e burattini e trasferirsi nuovamente sono anche più alte che in precedenza, perché il vincolo affettivo da sciogliere questa volta sarebbe ancor minore e perchè ormai la vita sta diventando questa, che lo si voglia o no.

Ma che tipo di personalità verrebbe descritta da questo comportamento, fatto di continui spostamenti in posti migliori, finché non smettono di essere “migliori”? Nessun paese è buono o cattivo in sé, in virtù di qualche mera caratteristica fisica, è la gente che lo abita a renderlo quello che è. Ma gente che si sta abituando da generazioni all’imperativo del “si salvi chi può” come può sviluppare muscoli sufficienti al lavoro di rendere un posto degno di viverci? Sono sempre stato un convinto sostenitore del cosmopolitismo e non c’è nessuna marcatura di segno nazionalista o patriottico in questo discorso; sono però molto dubbioso sul fatto che il concetto di cosmopolitismo e di mondo senza confini abbia a che fare con questa condizione di clandestinità nel mondo. Che il motore del viaggio e dell’esplorazione sia di volta in volta la fuga da una nazione in fiamme o che affoga nella propria stessa merda non è proprio il mio ideale di cosmopolitismo.

In secondo luogo, c’è un contraccolpo anche peggiore, a mio avviso, nella pratica dell’emigrazione come fuga. Il peso di una fazione in lotta diminuisce a favore dell’altra fazione, a ogni salto di confine. Mi spiego meglio prendendo il caso di un altro conflitto, quello tra fautori dei diritti civili anche alle coppie di fatto e chi invece sostiene che alcuni diritti debbano essere riservati solo a chi sceglie di sposarsi. È molto frequente incontrare coppie sposate che hanno scelto il rito (civile o religioso) non perché credano davvero nell’istituzione del matrimonio in sé (anzi…) ma per gli indubbi vantaggi che ne derivano. Appunto il godimento di quei diritti che il nostro ordinamento ancora non riconosce alle coppie che vivono more uxorio. Generalmente nessuno trova niente da obiettare a una scelta così motivata, perché normalmente il pragmatismo mette tutti d’accordo. Quasi mai viene fatto notare che ogni coppia che sceglie la via facile del compromesso (i diritti civili valgon bene una messa) alleggerisce le fila di coloro che invece pesano e premono per un’equiparazione, e va di fatto a ingrossare quelle della fazione avversa, cioè degli sposati. Una coppia che ha fatto quella scelta molto probabilmente perderà la maggior parte dell’impeto e della motivazione a sostenere con pratiche attive (o con la semplice ma reale empatia) la causa delle coppie di fatto. Per la questione dell’emigrazione credo che valga grosso modo la stessa regola.

Se c’è un conflitto è perché ci sono parti della società che prendono una posizione, ed è la somma di queste specifiche posizioni che determina alla lunga le sorti del conflitto stesso. Un po’ come se fossero gruppi di persone sui piatti di una bilancia. Con ogni rivendicazione sociale è stato così. Quasi sempre se si scende dalla bilancia non si sta solo facendo il proprio gioco (istanza pragmatica), bensì automaticamente anche quello della fazione avversa.

Ecco perché è sempre più facile trovare articoli su giornali (immagino anche in televisione) che illustrino quanto si stia meglio prendendo la coraggiosa decisione di saltar giù dal transatlantico Italia: perché maggiore è il numero di persone che lo fanno, minore è la quantità totale di energia reattiva che resta entro i confini nazionali, a masticare amaro, a interessarsi delle cose pubbliche, a struggersi per inventare soluzioni, a dare fastidio a chi invece ha tutto l’interesse che la nave affondi. Ed ecco perché è sempre più marcato il sapore esterofilo di queste narrazioni, quel sottotesto odioso secondo cui tendenzialmente tutto ciò che è italiano è (o è destinato a diventare) merda. Ma è indubbio che, almeno in un senso, ogni attraversamento del confine aumenti l’emorragia in corso, perché quell’energia che fugge, quella voglia di fare e di autodeterminarsi, è energia che è stata formata qui (a spese italiane) però andrà a produrre reddito all’estero. E l’estero ovviamente ringrazia.

Magari alla fine me ne andrò anche io, perché con gli ideali non ci riempi il frigorifero. Magari alla fine farò come i miei amici berlinesi e tutti quelli che sono emigrati, le cui decisioni rispetto comunque, anche se posso riservarmi il diritto di esprimere delle critiche. Quello che mi premeva di metter per iscritto, come riflessione personale, è l’evidenziare che ogni posizione comporta una precisa collocazione nello spazio cartesiano del conflitto politico, e tale collocazione, leggibile attraverso coordinate specifiche, rivela sempre una responsabilità precisa. Anche se uno vorrebbe scansarla.

Provo a immaginare alcune possibili obiezioni. La prima che mi viene in mente riguarda la risposta alla stessa domanda con cui ho iniziato il post. In che misura il semplice rimanere qui dovrebbe essere considerato una pratica “di combattimento” di sinistra? È vero, non necessariamente lo è. Ma non ci sono dubbi che si tratti di una pre-condizione necessaria, perché si può combattere solo se si è sul campo di battaglia, e se si mantiene viva la fiamma della motivazione, accesa dal disagio.

Non so ancora come si dovrà combattere questa guerra, ma quello che è certo è che se la si vuole combattere servono due cose, preliminarmente. L’esserci, e il soffrire. Qualsiasi azione volta alla trasformazione e alla rivoluzione nasce inscritta in queste due condizioni essenziali, due genitori parecchio scomodi, a dire il vero.

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5 thoughts on “Il conflitto e la fuga

  1. Ho letto l’articolo di Wu-Ming sulle pagine di “Repubblica” l’altro giorno e devo dire che gia’ mi aveva fatto girare le palle.
    Il contesto in cui poni i tuoi dubbi sull’esserci o sul non esserci e’ chiaro e ben detto. L’esserci, (o il non esserci) e’ una tattica accettabile rispetto al conflitto?
    E su questo problema mi girano le palle da 10 anni. Calcola che sono emigrato nel 2002. E mi girano le palle ogni volta sento parlare di “fuga dei cervelli” per i motivi che illustrai nel manifesto/bugia del 2008, che se hai pazienza puoi sentirti qui: http://www.vimeo.com/2399227

    In sintesi: prima mi cacciate (dall’universita’, dalla scuola, dalla societa’, dal mondo dell’impresa e dai teatri, dai giornali, dalle professioni) poi dopo che me ne sono andato divento un cervello che e’ scappato (un egoista, un individualista, uno che dovrebbe star zitto e non parlare piu’).
    E ora anche l’idea che “gli eroi sono rimasti”.

    Eh no, CAZZO non e’ questa la storia, e alle nuove generazioni, ai vent’enni non si puo’ continuare a dare la stessa vulgata. Che poi partono, si fanno il mazzo, vanno a Londra, ad Amsterdam, a Dublino o a Berlino, pendolari delle speranze, e tornano a casa per la maggior parte con le pive nel sacco e senza ne’ la moto ne’ i soldi della moto.

    Qualcuno mandi a dire a Wu-Ming ceh stanno facendo il gioco del nemico, magari citandogli Bifo, che ci prova ogni tanto, e che il materialismo dialettico e’ la parte piu’ superata e inutile dell’ideale sociale marxista. State trapanando l’acqua liquida. Non ci sono due alternative in conflitto, la situazione non e’ duale, e soprattutto, in termini hegeliani LO SPIRITO SOGGETTIVO NON SI ASSOLUTIZZA IN ALCUN MODO DAL CONFLITTO CON LO SPIRITO OGGETTIVO, e’ una cazzata, che Hegel usa apposta per giustificare lo stato prussiano che gli dava i soldi e la fama accademica, per i dettagli vedi Arturo Schopenhauer che vox clamantis in deserto ci ha sprecato sessant’anni di vita a scriverne.

    C’e’ altro in giro, c’e’ altro in gioco, il conflitto non e’ quello tra due classi, come spara ex-catedra purii Wu-Ming. Un conflitto che si risolve in sinistra destra e che ti mette giustamente in crisi, per capire da che parte stai e se voler sopravvivere individualmente e’ o no compatibile con i tuoi principi etici.
    Il conflitto (dal mio punto di vista) si risolve nell’accettare l’altrove come categoria dell’anima, e non solo del singolo, anche nazionale. L’altrove e’ dal mio punto di vista ormai un precetto etico e politico. Tutto il resto e’ obsoleto.

    Ti assicuro che ho il concetto molto piu’ chiaro oggi da quel 2008 in cui mi fecero leggere il manifestino matricida di cui sopra. E molto piu’ il concetto prescinde la lettera del testo e e’ diventato, con la sua emozione e i suoi sguardi in camera vivino all’essenza di cio’ che leggo.

    Altrove significa spostare non il proprio corpo e i suoi beni materiali, ma l’intera prospettiva esistenziale e politica. E’ passare da una gestalt storico-politica all’altra, e accettata l’irrimedibile obsolescenza delle categorie del presente vivere direttamente come se tale presente non esistesse gia’ piu’, lasciandosi cadere nel futuro.

    Quale sara’ il risultato del volo? E’ giustificato solo dall’atto stesso di accettare la caduta come inevitabile. Avremo una risultante anarchica? un l’utopia pirata? la TAZ continua in cui rifugiarsi o da cui fuggire? O il concetto-virus che distrugge le societa?
    E’ il fallo-da-te o il design intelligente? La rivoluzione teleguidata o la rivolta mediata o l’insurrezione armata permanente?
    Quali saranno le sue armi? L’internet delle cose, i droni, la sorveglianza totale? E la sua etica? E una sua giurisprudenza e’ ancora possibile?

    Sicuramente e’ altrove. E se ne vedono molti caratteri per rispondersi da soli come si vuole sulle domande che ci si affacciano alla mente mentre si cade.
    Wu-Ming spesso mi fa incazzare perche’ cerca il “vero” nell’elite dei puri e fa le pulci agli altri. Eppure i suoi gesti letterari vanno nella stessa direzione, dovrebbe esserne piu’ coerentemente cosciente.Questo pensiero “di sinistra” non ha mai fatto paura davvero. Non a caso lo pubblica Repubblica.
    Non e’ un arma di “conflitto” che porterebbe alla vittoria il partito avverso. L’unico interesse dei pochi e’ tenere i molti a bada. Ci casca ogni tanto anche il collettivo bolognese.
    Come fai anche tu mi sono chiesto per anni quale fosse la soluzione, e poi sono andato altrove. E ora ci sei anche tu qui con me, come vedo. Benvenuto.

    Perdonami se da filosofo sintenizzo in una boccata di fumo:
    Nel momento in cui l’azione e’ locale e il pensiero globale, e aggiungo all’agire si e’ data la possibilita’ sistemica di essere universale, e’ possibile avere un’etica allo stesso tempo generale e topica. Kantianamente.
    E’ possibile, e allo stesso tempo lo stiamo vivendo anche in questa discussione tra noi, avere una prospettiva di comunicazione e di azione tribale (da conoscente a conoscente, con attaccato pathos e interessi personali e riconoscendosi gruppo), e un intento generale, filosofico e politico, puro. Benvenuti nella realta’ del secolo XXI.

    Il processo e’ aperto, la razionalita’ puo’ collegarsi alle sue sorgenti e regredire all’infinito nella biblioteca di babele, e allo stesso tempo non essere assoluta, la convinzione non esimere dall’azione, il caos regnare con le sue leggi dinamiche. NON IL CONFLITTO, IL CAOS!
    L’arma di lotta del proletariato non assomiglia piu’ all’ OPEN DATA e a PIRATE BAY che a un libretto colorato?

    Allora domandiamoci: non e’ forse piu’ rivoluzionario restare all’interno della crisi e una volta compilata la lista delle obsolescenze (danaro, democrazia rappresentativa parlamentare, famiglia etcetera) darsi alla compilazione della lista risultato inventando i succedanei? Tanto comunque a migliaia, biologicamente impuri “hopefull monsters” stanno uscendo dai nostri cervelli e dalle nostre dita bloccate sulla tastiera che da da mangiare al kraken.

    E l’invenzione di questa lista, per noi che scriviamo, non e’ forse da sempre l’ultima frontiera dell’arma rivoluzionaria?

    Ovvero l’utopia?

    • Mi spiace averti fatto girare le palle, caro Federico. Credo che sia una questione di fraintendimento. Non mi è mai passato per la testa di scrivere che chi se n’è andato è “un egoista, un individualista, uno che dovrebbe star zitto e non parlare più”. Né d’altro canto mi sognerei mai di alzare il livello melodrammatico dei miei post scrivendo cose tipo “gli eroi sono rimasti”.

      Ammetto che c’è stata un’intenzione provocatoria in ciò che ho scritto, ma non nel senso che non pensassi realmente e sinceramente ogni singola parola. La provocazione è stata condensare in poche righe una questione così complicata, e nella condensazione alcuni passaggi delicati possono esser stati poco chiari. Il passaggio fondamentale è la distinzione tra due livelli di discussione e riflessione: uno non politico, l’altro politico.

      Non mi sognerei mai di giudicare chi se ne va, perché tante volte sono stato sul punto di farlo, anche molto tempo fa, e non è per niente detto che alla fine non vada a vivere anche io a Londra, Berlino o Rio. Ma da un po’ di tempo a questa parte – se hai dato un occhio al mio blog te ne sarai accorto – uno dei miei rovelli più acuminati è sulla questione dell’azione politica. Infatti chiedevo ipoteticamente a Wu Ming: voi parlate di conflitto, ma quali sono ‘ste benedette forme del conflitto? Il fucile no? Ok, il fucile no. il voto però neppure, mi pare sempre più ovvio. E allora?

      Ecco, io sto cercando di capire se e quali siano oggi le forme vere, concrete del conflitto politico (ovviamente da sinistra*). Non deve trattarsi però di roba da eroi, per riprendere la tua espressione. No, perché secondo me la politica è una cosa che dovrebbe essere appannaggio di tutti, tutti i giorni, nell’ordinarietà del quotidiano. La politica riguarda le forme del fare, ma il fare minimo, non necessariamente la presa della Bastiglia o le maschere di Guy Fawkes (ok, era una battuta).

      E allora mi è sorto il dubbio che debbano esserci, come per tutte le cose serie, delle pre-condizioni per l’azione politica. E che l’esserci, l’essere-proprio-qui-in-questo-posto-esatto-ed-esattamente-ora, sia una di tali pre-condizioni necessarie, insieme al disagio. Perché chi sceglie di andarsene fa una cosa giustissima e nessuno ha il diritto di giudicarlo nella misura in cui sta inseguendo la propria felicità senza causare male ad altri. Ma c’è anche secondo me un forte contraccolpo sull’altro piano, quello politico: chi se ne va separa il suo destino da quello del posto da cui si allontana. Lo fa proprio per questo motivo.

      E come si fa a stare nel conflitto avendo separato il proprio destino da quello della terra d’appartenenza, visto che il conflitto è sempre strettamente legato al posto, alla terra, al tempo e alla storia?

      Come è possibile che sia come dici tu quando scrivi: “Nel momento in cui l’azione è locale e il pensiero globale, e aggiungo all’agire si è data la possibilità sistemica di essere universale, è possibile avere un’etica allo stesso tempo generale e topica. Kantianamente.”?

      Act local, think global: conosco questo motto. Se non sbaglio significa, come disse Kant, che un’azione è eticamente sostenibile nella misura in cui può essere condotta su scala globale senza alterare gli equilibri globali. È il concetto di sostenibilità, pura e semplice.
      È sostenibile globalmente l’azione dell’abbandono del posto in cui si sta male (nota bene, per motivi legati alla politica, non per problemi ambientali naturali come siccità etc.) per andare a stare in un posto dove si sta meglio? Kant si domanderebbe: e se lo facessero tutti?
      Se tutti finissimo a vivere a Berlino, che fine farebbe la Germania? E il resto del mondo? O anche solo l’Italia? Che facciamo, la obliteriamo semplicemente, come la Zona di Tarkovskij? La cancelliamo dalle carte geografiche? Hic sunt leones? O meglio: hic sunt cojones?

      Forse tu mi puoi dire: a me va benissimo che l’Italia diventi un deserto, se lo merita. Perfetto. Ma ti ricordo che io sono situato sin dall’inizio entro un frame politico, la risposta basata su giudizi di valore, su personalismi a base di rancore o vendetta o quant’altro non possono essere da me accolti se non col beneficio dell’inventario, niente di più.
      “Se lo merita”, al pari del “vaffanculo” del tuo manifesto, è difficilmente considerabile una risposta politica. Laddove per risposta politica intendo la pars construens che DEVE sempre seguire quella destruens. Son tutti bravi a far saltare in aria i treni. Il problema è farli arrivare in orario.

      Ma magari io mi sbaglio, mi son sbagliato dall’inizio, quando ho pensato, forse in termini un po’ troppo tradizionalisti, che si possa partecipare al conflitto solo stando dove si sta male e stando male insieme a chi soffre. Forse quel tuo anodino parlare di “altrove” e di slittamento nel futuro che io non riesco a decodificare (perché lo interpreto come una specie di tentativo di fuga dall’hic et nunc, a cui sono ancora legato: per me esiste solo il presente, ed esiste precipuamente il qui, dato che io non sono uno spettro nella macchina, ubiquo e virtuale, ma una scimmia nuda e vestita, che occupa solo una porzione per volta di spazio, porzione coestensiva col mio corpo e mai di più) in realtà, dicevo, quel tuo parlare è un indizio o un suggerimento per un altro tipo di lotta politica che si può fare slegati dal qui e ora, nell’altroquando, perfino una volta che si è separato il destino personale da quello del posto per cui si vuole lottare**.

      Forse tra le innumerevoli cose che non so e non vedo c’è anche questa, e magari riuscirai a farmi aprire gli occhi e a mostrarmi un nuovo tipo di lotta politica. Spostati nell’atrove e nel futuro come eroi (adesso sì), cavalieri completamente nuovi e con nuove armi e nuovi pensieri e parole, capaci di cambiare le cose non soltanto per il proprio benessere, ma per il benessere di tutti. Anche di chi è rimasto indietro, e per un motivo o per l’altro non ha potuto lasciare quel posto di mmmerda che ci da sempre tanta soddisfazione mandare afffffanculo.

      •••

      *= eh, sì, io la penso come quei rompipalle di Wu Ming: per me non solo esistono ancora i concetti di destra e sinistra (malgrado 60 anni di partitocrazie e mafiocrazie miste abbiano provato a distruggerli semanticamente), ma generalmente il voler eliminare queste differenze è un’istanza proveniente dalla destra, che uno ne sia cosciente o meno.

      **= sì, essendomi posto il problema dal punto di vista politico, ritengo che non solo sia doveroso, ma anche una specie di diritto quello di lottare per fare sì che si stia bene nel paese in cui si vive – o in quello in cui si è nati ma si è dovuto abbandonare. Se tutti facessero così (think global) allora sì che il mondo sarebbe un bel posto dove passare un weekend.

      • Ci sono molte cose, nella mia discussione come nella tua, che rimangono, e rimarranno sempre e solo nel regno della parola.

        Non so’ se sia “piu’ facile far saltare i treni che farli arrivare in orario”. Non ho mai provato a rimediare dell’esplosivo, a piazzarlo, a trovare l’innesco giusto…

        La metafora alle volte ci intrappola sui suoi binari e pensiamo di essere assorti in un dualismo (due possibili vie, due pareri opposti) che anziche’ chiarire le cose le intrappola. Fare risolve spesso e porta conoscenze nuove, eppure ci costringe a fare i conti col cio’ che e’ stato fatto e quindi a ragionare sull’etica delle cose e l’irreversibilita’ delle scelte. Piu’ abbiamo da perdere piu’ e’ difficile fare scelte radicali in base solo a considerazioni morali.

        Ricominciamo quindi dall’idea di non essere davvero disaccordo, tanto il mio “giramento di palle” non era certo diretto al tuo ragionamento ma semmai al suo contesto che accetta come inevitabile la dicotomia “restare/partire”. Una dicotomia che e’ secondo me una trappola non necessaria. L’esserci, categoria di scuola Heideggeriana e ermeneutica, e’ una categoria “dell’anima” non del corpo.

        Io in fondo sostengo che c’e’ scampo, da singoli, solo se si accetta la dicotomia come falsa e si va oltre, immaginando una societa’ post-politica e andandoci gia’ a vivere. Chiamo questo luogo “Altrove” per caratterizzarne il carattere “altro” da utopia romantica.
        Sostengo che quello dell’altrove sia un pensiero fortemente politico. E sostengo che sia radicale.
        Io sono piu’ attivo politicamente da quando sono altrove, e potrei essere altrove anche rimanendo fisicamente li a Roma, ma molto meno efficace per la mia vita e la mia azione.

        Non sostengo che stare altrove significhi “stare bene”. Bisogna raccontare la verita’ a chi cerca l’oro e da retta ai giornali. Non si sta’ bene. Non si sta’ bene sradicati all’estero. Si e’ piu’ capaci (perche’ lo si e’ costretti) di agire. Si parte e si compete al ribasso nel mercato del lavoro locale per cui e’ piu’ facile succeda qualcosa. Si abbandona uno status rigido per aumentare le variabili sociali. Poi inconsciamente si parla inglese sempre peggio perche’ la lingua vuole il dialetto della propria citta’, si cerca di cucinare il proprio cibo e si soffre se la figlia che cresci non lo mangia perche’ gli e’ estraneo. Si guadagna meno per lo stesso lavoro, e quando l’economia si chiude le porte ti si chiudono in faccia. Si e’ discriminati perche’ i capelli sono neri e i pregiudizi fanno male sempre.

        EPPURE
        la possibilita’ di azione e’ fortemente mutata. Scrivere e essere letti con successo da centinaia di persone e’ istantaneo, cosi’ come l’atto di propagare un’idea. Lo strumento di controllo diventa prono a effetti collaterali sorprendenti, la biblioteca universale ha un terminale a casa mia, e posso condividere i trucchi per leggerne i contenuti e tramutarli in “cose fatte”.
        Quindi, perche’ non fare il nostro lavoro di intellettuali fino in fondo e “immaginare”, “dar nome” e “vivere” gia’ ora cio’ che in fondo vediamo succedere?
        Se la struttura (marxisticamente) ti opprime e distoglie, perche’ accettare di viverci? E la categoria dell’esserci e’ diventata per me uno strumento di oppressione subdolo, da stigmatizzare opponendosi con forza all’idea di “Cervello in fuga”.

        SIamo quindi d’accordo che non ha senso ha metterci contro e stigmatizzare le differenze tra noi se poi il comune nemico diventa piu’ forte.

        Da italiano all’estero, che usufruisce di piu’ o meno lunghi periodi di pausa con cui mettere a fuoco la differenza tornando a osservarvi, il nemico e’ chiaro. Basta prendere la metropolitana o osservare lo struscio in una citta’ di provincia.

        La testa non ha informazioni su cui riflettere e e’ privata delle categorie con cui puo’ ordinare tali informazioni da un sistema scolastico degenere; il corpo e’ drogato da un’alimentazione selvaggia e industriale, vestito da pagliaccio, incapace di muoversi e di esprimere altro che la propria superfice, tanto che il tatuaggio diventa letterale, una cosa da leggere ancor prima che da guardare, dall’indossare la personalita’ a scriversala in riassunto sul corpo.
        La sessualità’ spesso una parodia della potenza del desiderio, tanto che per scatenare il desiderio siamo costretti a rincorrere le piu’ inusuali delle provocazioni linguistiche, spaventandoci poi quando questo provoca reazioni nel fattuale (lo stupro, l’omicidio passionale, l’incomunicabilita’). L’affetto famigliare serve sempre piu’ a imbrigliare (guarda le mamme come trattano i loro preziosi figli unici nei parchetti delle nostre citta’ italiane). Le personalita’ disponibili per essere indossate sempre piu’ aggressive: il fascista, la femmina, il vegano, l’anarchico, il cittadino-per-bene, il professore…

        L’anima, che imho e’ l’unione di ognuno con il “collettivo nascosto”, qualcosa a cui aspirare, non da delegare a professionisti, ma un accesso che dovremmo avere tutti a disposizione a un’intelligenza irrazionale e superiore, e’ inquinata ad arte da fabbricanti di distorsione, allontanata con pratiche quotidiane di disumanizzazione, smembrata. Fai la fila alle poste, guida la macchina sul raccordo anulare, stai al lavoro fino a tardi non si sa bene a fare che, parla senza dire nulla, sii sociale, guarda papa Francesco come e’ buono, ah, Berlusconi come e’ cattivo e ipocrita, ah, se ci fosse un capo…
        Non si dorme, non si pensa, non si sogna, non si fa, non si immagina, non si ama, non si fa l’amore. Si pensa di essere chiacciati da tutta questa parodia di potere, che invece e’ solo il velo di Maia. E’ FUFFA. Basta poco e puoi uscirne e essere infinitamente libero.

        La dissoluzione dei ruoli ha portato al NON -RUOLO anziche’ ai grumi di ruoli piu’ autonomi, colorati, coraggiosi… e potremmo continuare per ore con la “pars destruens”.

        Ma ci siamo scocciati abbastanza per vent’anni con la parte distruttiva, costruire e’ necessario. E su questo siamo d’accordo entrambi.
        A questo punto pero’ io sostengo che piu’ che pensare bisogna buttarsi e costruire non importa cosa o come o dove. Basta scuse. Trova un posto che ti e’ vcongeniale e costruisci il tuo altrove.
        Usiamo l’irrazionale, la coincidenza, la possibilita’ e buttiamoci oltre la siepe.
        Non ho paura della rabbia. Credo che saltare la siepe con un “affanculo” o un “viva la liberta’” sia irrilevante purche’ si salti la siepe. I NO che paralizzano sono strumenti di controllo. Cavilli per corpi inutili. Le idee obsolete vanno riconosciute come tali e accompagnate all’ospizio della storia. E in questo essere radicali e’ l’unico modo di sperare nella sopravvivenza.

        Trovare soluzione per se stessi a ognuno di questi “NO” paralizzanti e agire di conseguenza, come tu fai nella tua nicchia e io nella mia, e’ agire in modo rivoluzionario. Immaginare mondi e linguaggi diversi e’ il lavoro dell’intellettuale, costruirci connessioni emozionali il talento dell’artista, e distribuire e produrre cultura “altrove” l’unica politica efficace contro gli assassini.

        Un abbraccio fraterno

  2. Passo dopo passo le nostre parole si limano e si si rimodellano reciprocamente, le abrasioni si addolciscono pur senza scomparire. Dopotutto le scintille e i fuochi nascon sempre dall’attrito. Ti leggo e mi rendo conto che si sono incontrati due pensieri le cui differenze sono macroscopiche. Nessuna meraviglia che ci abbiamo messo millemila parole solo per prenderci la distanza, per studiarci come fossimo due karateka sul tatami.

    Non so molto sul potere dell’irrazionale. Quando lo uso lo faccio per insufflare forza vitale nelle storie che voglio raccontare, ma quando affronto problemi “reali” devo rivestire ogni mia scelta irrazionale di abiti razionali per rendermela accessibile. La mia formazione scolastica è scientifica, anche nello studio di filosofia ho scelto l’indirizzo epistemologico, e questo non c’è dubbio abbia portato il sottoscritto a destreggiarsi nell’arte dell’analisi come uno jedi con la spada laser. Quindi, fondamentalmente, sono un handicappato quando si tratta di parlare dell’irrazionale, perché vorrei farlo in modo razionale, analitico, e in qualche modo sento, con questa mia pretesa, di stare camminando sul ciglio dell’abisso del riduzionismo.

    Per esempio, mi balzano subito all’occhio le contraddizioni nel tuo dialogare. Non ridere, per favore. Quando dici di immaginare una dimensione post-politica e chiami questo luogo “altrove”, e solo due righe dopo affermi che quello dell’altrove sia un pensiero fortemente politico, io sento lo stridore tra queste due frasi. So bene che è da questo rumore che parte una possibilità musicale, ma da solo, a quanto pare, ho difficoltà a orecchiare, ci riesco solo se l’interlocutore (“l’altro”) è davanti a me in carne e ossa. Col suo esserci, per intenderci.

    Ora, mi frega cazzi di stare a fare l’elenco delle parti in cui quello che dici è dialetticamente incongruente, non sono così scemo, anche se ammetto di non aver capito una mazza quando vidi ‘La montagna sacra’. Mi reputo ancora abbastanza sensibile da percepire (magari oscuramente) che ogni contraddizione è il nido potenziale dove può nascere un’immagine, qualcosa di forte, anche magico, magari. Quindi credo che a questo punto, sì, serva la birra di cui mi dicevi altrove. Serve parlarsi usando anche il resto: corpo e metalinguistica. Magari pure qualcosa a base di THC, perchè no.

    Davanti a una birra probabilmente riuscirò a spiegarti la mia diffidenza nei confronti di un pensiero che sembra volersi scollegare dall’hic et nunc in virtù di una nuova epica decorporeizzata, in cui DOVE si sta è poco importante fintantochè si resta aggrappati al costrutto ubiquitario della Matrice, la cosiddetta Rete. Non credo nel dualismo cartesiano, credo nell’ embodied mind (vedi Lakoff) e credo nel corpo (di cui mi fido pur con tutti i suoi insondabili misteri, perché non mi ha mai tradito) e non mi piace questo slittamento paradigmatico secondo il quale dovremmo alla fine lasciarci alle spalle l’involucro fisico come un serpente che perde la pelle. Quindi tendo a contrastare ogni discorso che secondo me tenda surrettiziamente verso un paradigma postumanista, e così ho fatto d’istinto quando ti ho letto parlare di cose come ‘altrove’ o spostamento nel futuro.

    E, cio che più conta, magari tu davanti a quella stessa birra riuscirai a farmi venir voglia di rivedere ‘La montagna sacra’. Ricambio l’abbraccio.

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