S’è fatta una certa

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Ancora sul papa. Non è per fervore mangiapretistico, piuttosto per la personale necessità di chiarire (e chiarirmi: ché uno quando scrive prima di tutto le cose le chiarisce a se stesso) che la diffidenza provata nei confronti di Bergoglio ha radici profondamente politiche, innaffiate dai nubifragi di entusiasmo che sembrano adesso provenire dagli ambienti più insospettabili. Ossia da quegli stessi settori della società che fino all’altro ieri erano nel mirino della Chiesa.

Prendo in  prestito le parole di Albert Einstein, grande produttore di aforismi prêt-àporter: “Non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati”. Il punto è proprio questo, un punto squisitamente politico.

Qualche giorno fa parlavo con una persona che in passato aveva provato, dall’interno di una lista civica, a proporsi come candidato alla carica di sindaco in un piccolo paesino vicino Roma. Non ce l’aveva fatta, perché aveva rifiutato gli appoggi che le forze politiche forti offrivano alla sua lista, senza le quali, mi diceva, raggiungere la poltrona di primo cittadino sarebbe stato impossibile. In effetti parlando non aveva usato la parola “appoggi” ma “inciuci”. Per me era stato un attimo pensare: se perfino per fare il sindaco in un paese di diecimila anime bisogna sottostare alle regole degli inciuci, immagina per fare il parlamentare. O il ministro. O il capo di uno stato.

O il monarca assoluto dello Stato Vaticano.

La grande questione della politica è proprio questa. Essere selezionati nella classe dirigente – qualsiasi classe dirigente – significa essere stati approvati dall’establishment. L’establishment funziona secondo i rigidi schemi della sopravvivenza e dell’autoconservazione. Chiedete a qualsiasi analista quale sia la prima regola di un politico (la prima vera regola), e lui senza alcun dubbio vi risponderà: essere rieletto. Un imperativo paragonabile per potenza a quello che sta alla base stessa dei meccanismi biologici, ossia l’imperativo di cui parla Richard Dawkins nel libro Il gene egoista: tutto quello che è importante per i nostri geni è che essi siano perpetuati, poco importa che noi si muoia nel tentativo. Ecco perché Leopardi chiamava matrigna la natura. O perché nelle leggi di Murphy si legge che “Madre natura è una puttana”. E se lo è la natura, immaginate cosa può essere la politica.

Partendo da queste premesse, aspettarsi che l’establishment selezioni qualcuno a cui dare potere politico per riformare il potere stesso e ridurre il coefficiente di oligarchia insito in esso è di un’ingenuità straziante. Sarebbe come aspettarsi che un pool genico riuscisse a superare le difficili prove della selezione naturale pur essendo portatore di caratteri fenotipici svantaggiosi per la sopravvivenza. Almeno secondo l’ortodossia darwiniana.

Da qui la grande impasse: se gli unici a cui viene dato il potere di “fare qualcosa” sono quelli a cui viene dato con l’esclusivo mandato di conservare e perpetuare lo status quo, allora niente cambierà mai davvero. Se non con le rivoluzioni. Poi però uno lascia perdere i sussidiari scolastici e scopre, oltre la versione ufficiale, che perfino le rivoluzioni erano sempre state pilotate da gruppi di potere più o meno nell’ombra che avevano interesse a un drastico cambio della guardia. E alla fine si rende conto che non si chiamano rivoluzioni perché c’è una ridistribuzione del potere politico su scala collettiva, ma semplicemente perché è arrivato il momento che al potere ci vada qualche altro gruppo.

Una visione troppo cinica della storia? Sicuramente. Ecco perché c’è un’enorme resistenza da parte dell’opinione collettiva. La difficoltà ad ammettere che le cose vadano effettivamente così è enorme, al punto che, malgrado la situazione globale disastrosa sia sotto gli occhi di tutti, le belle speranze di chi continua a credere che si possa fare la differenza giocando secondo le regole (ad esempio mettendo una crocetta dentro le cabine elettorali una volta ogni tanto) sono difficilmente eradicabili: la gente ha bisogno di credere nell’esistenza di una politica che sia capace di automigliorarsi.

Questo bisogno fortissimo è il terreno fertile del marketing politico. Un’opinione pubblica resa coriacea dal livello di cinismo di cui sopra rigetterebbe immediatamente (solo per fare un illustre esempio) l’advertising di Obama “Yes we can” come infantile. Si indignerebbe per l’assegnazione preventiva, “sulla fiducia”, del Nobel per la pace al presidente USA. Quindi si riverserebbe nelle strade alla notizia che la sua amministrazione non ha alzato un dito contro i sacerdoti di Wall Street responsabili del crollo finanziario del 2008. Infine brucerebbe Casa Bianca e Pentagono venendo a scoprire la “modern warfare” promossa dal primo presidente nero. Una guerra in cui si mandano droni ad ammazzare persone dall’altra parte del mondo e in cui chi denuncia i “collateral murders” (ovvero civili massacrati dalle mitragliette di un elicottero Apache in un sobborgo di Baghdad) finisce incarcerato, torturato e passato per la corte marziale, rischiando il carcere a vita. Eppure nulla di tutto questo succede. La febbre pro-Obama che aveva infiammato gli animi semplici di tutto il mondo è passata, tutto qui. Si è andati in cerca di un nuovo articolo da comperare. Magari stavolta sarà quello buono.

L’esempio di Obama non è scelto a caso. È un caso lampante di rifacimento del maquillage del sistema politico americano dopo gli orrori dell’amministrazione Bush. Parafrasando un modo di dire anglosassone: same shit, different administration. Anche in Vaticano c’era bisogno di una ricopertinatura sostanziosa, dopo l’amministrazione conservatrice e reazionaria di Ratzinger, un pontefice che i più avevano cercato di digerire malgrado l’evidente antipatia, ma che non aveva mai scaldato i cuori come Wojtyla. L’antipatia poteva andare bene fino a un certo punto, ma non quando la Chiesa comincia a scricchiolare pesantemente sotto il peso dei suoi stessi scandali, che abbiano a che vedere con la pedofilia o con i magheggi dello IOR. O a causa delle vibrazioni sempre più pesanti della crisi globale, che porta sempre più persone a chiedersi che senso abbiano le esenzioni e i trattamenti di favore verso un’istituzione che è tutto tranne che povera, la stessa che poi ha nel suo statuto la missione di fare del bene e stare dalla parte dei poveri. Ecco che serve il volto nuovo, ecco che arriva il papa compagnone, che non usa il valletto per allacciarsi le scarpe e che parla di lobby in vaticano, che dice di non giudicare i gay e via dicendo.

Ma qui la domanda da porsi è una. Come ci è arrivato il papa compagnone al Soglio pontificio? Lo hanno scelto per la sua intenzione di dare tutte le ricchezze del Vaticano ai poveri del mondo e di smetterla di perseguitare chiunque non sia allineato con l’asfissiante e paternalistica morale cattolica? Perché se non stiamo parlando di questo, ma di “svolte simboliche” allora stiamo parlando di niente. Perché dall’altra parte abbiamo gente che muore di fame e di sete e gente perseguitata per le proprie scelte sessuali o di vita.

Purtroppo, malgrado i desiderata dei credenti più fervidi, e malgrado l’offesa all’intelligenza umana rappresentata dal dogma dell’infallibilità papale – che rimarcherebbe il filo diretto tra il pontefice e la divinità – a scegliere il vicario di Cristo in terra non è Cristo, ma il Conclave, cioè i cardinali che si chiudono a chiave (cum clave) in una grande sala e decidono chi debba essere questo vicario. Niente di più terreno, niente di più colluso col potere. Come si può pensare che questo consesso di persone, da sempre capace di chiudere un occhio e volgere lo sguardo dall’altra parte rispetto a dittature e crimini contro l’umanità, piuttosto che perdere privilegi e status, possa dare innesco alla soluzione di un problema che – nei secoli – esso stesso rappresenta? Come può la soluzione del problema Chiesa venire dall’interno della stessa Chiesa?

In realtà di domanda ce n’è anche un’altra, e fa un po’ più male porsela. Perché tutto questo terreno fertile al marketing della politica? Perché la gente non dice: oh, ma dài, state cercando di venderci ancora una volta lo stesso prodotto scadente? Credete che non ci accorgiamo della verità? Ci prendete ancora una volta per coglioni?

La mia personale risposta è nelle prime righe di questo post. La parola chiave è impotenza. Se gli unici che hanno il potere di cambiare le cose sono stati investiti di questo potere col preciso compito di non cambiarle, significa che nulla cambierà mai davvero. È una prospettiva che fa troppo male, è il trionfo dell’inconcepibile. L’unica scappatoia all’impensabile è aggirare le regole del pensabile. Ciò che non si può aggirare è l’assioma secondo cui la gente “comune” possa fare la differenza. L’impotenza è riconfermata. La parte invece che viene percepita come più “morbida”, quella meno resistente all’immobilità, è quella che riguarda gli altri, la gente non comune, i potenti. Il miracolo che uno dei buoni da comune possa diventare potente e finalmente farci stare tutti meglio è tuttora dotato di un allure irresistibile, ma soprattutto reputato più verosimile di molti altri miracoli.

In questa scelta si situa per me la maggiore amarezza del nostro tempo. Non si sceglie di credere nel miracolo per cui noi, da “qui sotto” si possa cambiare le cose, ma in quello per cui alla fine qualcuno “da là sopra” ci verrà in soccorso e ci farà stare meglio. Magari, per un momentaneo bug nel sistema, finirà sullo scranno dei potenti uno che incepperà l’ingranaggio degli stessi potenti, non si sa mai.

È molto triste che sia questo il sentimento dominante. Perché resta inscritto nel frame dominante, quello patrocinato proprio dall’establishment che si vorrebbe cambiare. È il modello del padre autoritario, quello secondo il quale c’è qualcuno migliore di noi che a noi provvede, perché siamo immaturi e non sappiamo, non possiamo, non vogliamo. Così, elezione dopo elezione, conclave dopo conclave, a noi resta solo il putrescente conforto della speranza che papà (l’etimo di papa) arrivi a farci stare meglio. Dobbiamo credere, votare e aspettare. Però a forza di aspettare s’è fatta una certa.

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One thought on “S’è fatta una certa

  1. non sarei capace di esprimere così chiaramente, come ha fatto lei, il mio pensiero. Riguardo papa Francesco, infatti, il problema più che religioso, è politico. Come può rovesciare una struttura piramidale e rigida come è la chiesa? Anche perché è uno che dice: “so io quello che vi serve, so io cosa bisogna fare”. E i cattolici battono le mani e sono contenti, senza farsi nessuna domanda, convinti che nel governo della chiesa c’è sempre e comunque lo zampino dello Spirito Santo. Qui proprio non si può discutere: la chiesa è governata da Dio, e quindi non può sbagliare.E anche se sbagliasse è una istituzione voluta da Dio e di cui Dio si fa garante.

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