Gli alfieri dell’integralismo ateo

Chain bridge china 1930

«A me sembra una cosa infantile credere in Dio. Un po’ come credere alla Befana». Margherita Hack

«La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno». Unione Atei Agnostici Razionalisti, campagna pubblicitaria sugli autobus di Genova, 2009

Con buona pace della compianta astrofisica Margherita Hack, non c’è nulla di infantile nel credere in un qualsiasi dio.

Il sentimento religioso è una parte integrante della cosiddetta natura umana, perché è intrinseco all’essere umano sentirsi aggrediti dal caos incessante che ci circonda, percepire la minaccia della mancanza di senso, soffrire la propria finitezza e la propria irrimediabile caducità. Fin da quando l’uomo ha cominciato a disegnare sulle pareti delle caverne ha dovuto fare i conti con questa primordiale percezione di incompletezza e ha elaborato soluzioni per far fronte a essa. Credere in un essere superiore che in qualche maniera orientasse teleologicamente l’universo, cioè lo ordinasse dandogli un fine (da telos, che in greco significa appunto fine o scopo) e lo risolvesse escatologicamente (l’escatologia, da éskhatos, ultimo, è la risposta al problema del fine ultimo del destino umano e universale), è stata una delle prime e più importanti strategie di sopravvivenza esistenziale.

Immanuel Kant tre secoli e passa fa disse la sua sull’impossibilità di risolvere il problema dell’esistenza di Dio entro i limiti della sola ragione, che pure per lui, da bravo illuminista, aveva un’importanza fondamentale. Per quanto si siano prodotte in seguito fior fiore di altre argomentazioni, il suo punto di vista appare a molti, me compreso, un caposaldo fuor di discussione. La nostra ragione è limitata e probabilmente cio è una fortuna, perché le aree oscure che essa non può rischiarare restano appannaggio di altre facoltà umane, che non essendo legate al lento passo da montanaro della scienza e della logica, possono tentare un approccio libero dai legacci della razionalità e dare tutta un’altra serie di risposte ai problemi che ci assillano. Facoltà che possiamo riassumere per brevità con il termine di arte: poesia, pittura, letteratura, cinema e via dicendo.

La risposta atea è la risposta di chi, per un motivo o per l’altro, sente intimamente che la bussola teistica non gli corrisponde, e che anzi crea più problemi di quanti apparentemente ne risolva. È la risposta che mi sono dato io, quando man mano che vivevo e studiavo mi rendevo conto che nella mia visione del mondo centrare tutto su un baricentro esterno a me, esterno al mondo e alla storia, mi toglieva un elemento fondamentale di protagonismo, mi spingeva a orientarmi oltre il qui e ora, rinnegava il presente per una dimensione al di là della vita stessa. Per come sono fatto io, questa impostazione esistenziale invece di orientarmi mi faceva sentire smarrito. Di contro, sapere che, per esempio, esiste solo una vita e dopo questa probabilmente non c’è niente altro, mi spingeva a dare il massimo valore alle mie giornate e alle mie azioni. Non abbiamo altre chance: queste sono le nostre carte, queste ci dobbiamo giocare bene, indipendentemente da quanto ci paiano buone. Non c’è alcun sistema di valutazione e remunerazione delle nostre azioni, non c’è un paradiso o un inferno, non c’è alcun dispositivo karmico che ci faccia avanzare o regredire nel grande ciclo delle rinascite (il samsara indiano). Nessun vecchio con la barba bianca, come diceva Guccini, nessun padre metafisico a cui render conto e di cui temere il giudizio. Siamo soli con le nostre scelte, e l’universo è un posto complesso e caotico a cui siamo noi a dover dare un senso, quasi sempre a posteriori. Messa giù così, a me la vita sembra molto più accettabile, perché ritorna a me tutta la responsabilità del bene o del male che faccio, del quale sono io, con la mia etica, a dover rispondere, sempre e comunque. Agire eticamente per paura di un giudizio finale quale che sia, come lo stesso Kant evidenziò, è una sottile contraddizione in termini, che dissolve intrinsecamente lo stesso significato di azione morale.

Man mano che crescevo mi rendevo conto che la differenza tra me e un credente era semplicemente questa: una diversa strategia esistenziale per non impazzire di fronte allo scandalo dell’universale nonsenso (apparente?). Il mondo del credente era un po’ più accettabile per il fatto che prevedeva un fine ultimo, un ordinatore supremo, un orientamento teleologico metafisico; il mio era un po’ più accettabile perché non prevedeva nessuna di queste cose. Tutto qui. Due punti di vista assolutamente speculari e se vogliamo magari equivalenti, ma soprattutto dotati della stessa dignità. Nella mia visione di un mondo perfetto nessuna delle due concezioni tenta di assorbire, combattere o screditare l’altra; entrambe si rispettano, perché entrambe riconoscono che vivere è una cosa terribilmente complicata e ognuno deve fare fronte alla sofferenza ineluttabile come può. Come sempre, il concetto che si rivela centrale è il rispetto dell’alterità.

Purtroppo non viviamo in un mondo perfetto. Come dice Daniele Luttazzi, se questo mondo fosse perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono. In questo mondo imperfetto una delle due visioni del mondo ha da sempre cercato di marginalizzare l’altra, tendendo a eliminarla. È il problema delle religioni istituzionali, che si fanno autorità e potere, e come tutti i poteri tentano con ogni mezzo di espandersi indefinitamente. Mentre il mio rispetto per il sentimento religioso in sé e per sé, come ho appena detto, è massimo, quello per le religioni storiche, nella misura in cui diventano integraliste e scioviniste, non ammettendo l’altro da sé, è pressochè nullo.

In questi ultimi travagliati tempi però anche l’ateismo sta tentando di costituirsi come forza e come potere. Esce allo scoperto come mai prima d’ora e in qualche maniera assume tratti e fisionomie da vera e propria lobby. Come tale ha le proprie armi di propaganda, i propri frame inclusivi e i propri alfieri. Per come la vedo io l’UAAR è una di questi bracci armati (ideologicamente parlando). La famosa campagna pubblicitaria di Genova del 2009 utilizzava uno slogan che li ha rivelati per quello che sono. A parte infatti un italiano incerto, smascherato da una virgola di troppo che separa il soggetto dal predicato verbale, quello slogan tradiva una concezione e un atteggiamento del tutto equiparabili a quelli della stessa Chiesa che si promette di contrastare e di cui pensa di esser meglio. Se infatti la Chiesa parte dal dogma dell’esistenza di Dio, l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti parte dal dogma opposto (l’apodittica sentenza “Dio non esiste”), ma sempre dogma è.

Dio non esiste? E chi l’ha detto?

Qualcuno potrà obiettare che sono stato proprio io a dire che non c’è alcun essere divino creatore e ordinatore del cosmo. Verissimo. Ma io non sostengo assolutamente che questa verità (esistenziale e non scientifica) debba essere accolta come verità oggettiva; né in alcun modo cerco di convincere altri a pensarla come me. In quanto ateo rispettoso di qualsiasi punto di vista, tutto ciò che posso chiedere e volere è semplicemente che anche il mio parere venga rispettato, e che non venga considerato una risposta di serie B ai misteri della realtà. Mai mi verrebbe in mente di tappezzare autobus con la perentoria affermazione che non c’è alcun vecchio con la barba bianca. Perché, per l’appunto, non siamo nel campo delle verità oggettive, scientificamente verificabili (o meglio, falsificabili), bensì, mi si scusi la ripetizione, nel più delicato settore delle strategie di sopravvivenza esistenziale. Nessuno sa veramente come stiano le cose, se lassù ci sia una cabina di regia, se ci sia un’altra vita dopo la morte e se in tal caso continueremo a pagare le tasse; nessuno può affermare con onestà intellettuale che una concezione sia migliore o più rispettabile di un’altra. Chiunque affermi di saperlo perde tale onestà intellettuale.

Non è un caso che Margherita Hack sia stata uno degli alfieri di tale integralismo ateo. Perché è stata una scienziata, marcatamente orientata a sinistra, per giunta. Lo scientismo è un altro tentacolo di questa macchina ideologica, che poco ha a che vedere con lo spirito scientifico genuino. È un tentativo di ridurre ogni discorso e ogni pensiero sulla realtà a ciò che abbia o possa avere l’imprimatur della logica e della razionalità. Ma il razionalismo è un cavallo di Troia, uno dei più subdoli. Tende a convincerci che la risposta scientifica sia ammantata da un’oggettività che in realtà non ha né deve avere. Tende a mettere al centro il proprio punto di vista formale, la propria Weltbild, spodestando ogni altra perché non dotata di tale presunta obiettività. Ma è la stessa storia della scienza, se osservata con attenzione e senza paraocchi, che sbugiarda lo scientismo e il razionalismo integralista. Perché la scienza è un procedimento per errori: un assunto, una teoria, stanno in piedi finché non vengono integrati o addirittura smentiti e sostituiti dai successivi. E nessuno sa quando e come ciò accadrà.

La stessa logica, indagando su se stessa senza pietà, ha prodotto attraverso il teorema dell’incompletezza di Kurt Gödel il proprio epitaffio, per così dire. Gödel ha dimostrato infatti che un qualsiasi sistema logico formale sufficientemente evoluto è capace di produrre proposizioni indecidibili. Vale a dire che è capace, usando le sue stesse regole, di arrivare tanto alla proposizione (“A”) che a quella opposta e contraddittoria (“non-A”). Sintetizzando con fervore iconoclastico, si può affermare provocatoriamente che il teorema di incompletezza ha dato infine la risposta alla domanda che segretamente tutti noi ci siamo sempre fatti: ebbene sì, in un certo senso la matematica è un’opinione. Ciò che ci permette di prendere una strada rispetto a un’altra, di preferire A o non-A, è qualcosa che va cercato oltre la logica, e alla fine, oltre la scienza stessa. È qualcosa che ha a che vedere con la libera scelta.

Perchè malgrado ciò che dice chi cerca di convincerci del contrario, il bello e il brutto della vita è proprio questo: non ci sono risposte certe, solamente scelte.

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Foto • Cina, 1930: ponte di catene

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2 thoughts on “Gli alfieri dell’integralismo ateo

  1. io ho fatto un percorso opposto. Mi sono accorto che si vive meglio senza l’ipotesi di un Dio, e che è possibile ugualmente dare un senso alla propria vita. Anzi ho visto che le religioni (soprattutto la cattolica) sono uno dei mezzi più subdoli per raggirare la gente, e quanti mali hanno portato all’umanità! Inoltre non c’è alcuna maniera per dimostrare che Dio non sia il frutto di una propria illusione

    • In realtà è il mio stesso percorso. Rendersi conto cioè he una vita eticamente orientata e esistenzialmente affrontabile è possibile anche senza fare ricorso alla divinità. Per quanto riguarda la religione come istituzione secolarizzata, che campa parassitando le originali istanze dell’uomo che cerca dio per trarne potere, il mio giudizio è il più severo possibile, che si tratti di cristianesimi, islamismi o ebraismi.
      Sull’ultimo punto, ossia l’impossibilità di arrivare a dimostrare l’esistenza di dio in maniera dialettica-scientifica, credo, come ho detto nel post, che l’ultima parola sia ancora quella di Kant: non se po fa’. Il che se ci pensi è di un’ovvietà sconcertante. Se fosse dimostrabile la sua esistenza (o non esistenza) le disquisizioni e le diatribe sarebbero finite da quel dì. Nessuno si sogna di disquisire sull’esistenza del wurstel di tacchino, perchè è solare e acclarato il fatto che il wurstel di tacchino esista. E comunque questa cosa che non a tutto si può arrivare con la ragione è una roba fantastica. Grazie di esser passato di qui.

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