Roma val bene un teatro

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Note banali sulla differenza tra legalità e giustizia.

Questa è l’intervista di Giacomo Russo Spena a Marcello De Vito, il candidato a 5 stelle alla carica di sindaco di Roma.

Il passaggio cruciale dell’intervista:

Russo Spena: «Vuole sgomberare il Valle?»
De Vito: «Difendiamo la legalità».

Questo punto illustra benissimo ciò che i sociologi hanno descritto da tempo parlando delle dinamiche di trasformazione di un movimento (rivoluzionario o innovativo che dir si voglia), quando questo cessa di essere puro impeto ideale e si comincia a fare cosa concreta, penetrando nella realtà della politica. È l’inizio di un processo chiamato istituzionalizzazione.

Tale stadio di trasformazione è evidente già da tempo nel Movimento, ma qui il ruolo delle parole scelte è così diamantino, così perfetto nella laconicità del botta e risposta, che sembra scritto da un capace sceneggiatore o da un ispirato commediografo. Un passaggio tutto inscritto nella scelta lessicale, che si sposta dalla difesa della giustizia a quella della legalità.

Perché uno dei cavalli di battaglia del Movimento stesso è stato sin dall’inizio la distinzione netta tra legalità e giustizia. Ciò che è legale è definito tale da una legge. Ma le leggi sono emanazioni umane, non di una giustizia metafisicamente perfetta e assoluta. Viviamo in un paese dove spesso i capitoli più efferati sono stati scritti all’insegna della copertura legale, o dove le azioni più sordide sono state generate su impulsi nati nei palazzi dove le leggi si facevano, proprio per avere il riparo di quell’ombrello. Un paese dove il segreto di Stato è il marchio legale di un lasciapassare per crimini e delitti di ogni tipo. Dove la tortura esiste solo come dato di fatto, ma non come reato (è il lato opposto della legalità: anche l’illegalità deve essere definita tale da una legge, se questa non c’è, quel determinato comportamento non è perseguibile).

E queste sono tutte cose dette a suo tempo dal padre fondatore del Movimento.

Ora però il Movimento aspira a farsi esso stesso Istituzione. All’interno del framing istituzionale quello che va consolidato è ciò che è legale, piuttosto che ciò che è giusto. L’Istituzione dà molto (in termini materiali e non) perché chiede tanto, tantissimo: chiede la conferma di se stessa. Si richiede quindi primariamente l’abbandono (graduale, certo, e ammantato possibilmente di keyword come “merito” e “trasparenza” come fa De Vito, ma questo dipende dalle capacità strategiche del movimento in sé) di quegli impulsi originariamente ribelli e rivoluzionari che servivano alla comunità per nascere, farsi vedere e acquistare la giusta accelerazione ideologica.

Di fatto però, l’idea di un Teatro Valle riconquistato dal basso, strappato alla speculazione e attivo come mai era stato prima, secondo modalità autarchiche o semplicemente autogestionali dovrebbe essere nella teoria del Movimento, nel suo abbiccì. Vedi le posizioni anti TAV.

Anzi, ci si potrebbe spingere ad affermare che l’esperienza del Valle Occupato appare complessivamente come uno dei più luminosi esempi di riconquista di risorse culturali da parte di una cittadinanza attiva e un tantino incazzata. Risorse dismesse dall’oggi al domani da burocrazie artificialmente impoverite, e in attesa di essere mutate in centrali di produzioni del profitto da chi ha le giuste credenziali capitalistiche.

[Qui la pagina di presentazione del Valle Occupato, qui una sulla storia dell’occupazione stessa. Vale la pena dargli un’occhiata.]

Cercando di immedesimarmi nello spirito che ha reso il Movimento 5 Stelle quello che è oggi, quello spirito grazie al quale ha preso milioni di voti, mi viene da dire senza alcuna incertezza: questa è una bella storia. Se fossi io il candidato sindaco del Movimento la proteggerei, la patrocinerei (lasciandola autonoma) e la trasformerei così nel mio fiore all’occhiello.

Invece cosa accade? Che chi aspira a un posto così allettante come quello di sindaco della capitale deve dichiarare da subito di essere d’accordo nel pagare il prezzo che l’Istituzione chiede. Quindi con buona pace dello spirito del root movement (il mantra “dal basso”, così spesso ripetuto che ormai non si capisce più cosa voglia dire) si dichiara che, in ossequio alle famose legalità & trasparenza, si affiderà la gestione del Valle, in base a bandi pubblici regolari, a chi «presenterà la proposta più credibile».

Ma credibile in base a quali criteri? Quelli di una legalità che fa vincere chi chiede meno soldi all’amministrazione pubblica? Ancora gare, ancora appalti. La verità è che a quanto pare le modalità di gestione non siamo neppure noi (romani o italiani) a sceglierle, o a decidere come operare le selezioni. Serve un bando di gara europeo, perché servono i soldi dei privati. È per questo che il 14 giugno 2011 i lavoratori dello spettacolo hanno iniziato una protesta che ha portato all’occupazione. Perché la cultura nella nostra città dovrebbe essere nostra, gestita e organizzata da chi sente di prendersi quest’onere insieme al relativo onore.

Questa sembra una cosa giusta. Quindi dovrebbe essere legale. Non il contrario.

•••

[Qui c’è il commento di Rodotà (uno che il Movimento aveva trasformato oltretutto in uno dei suoi uomini-icona) a quella intervista]

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