La rivincita dei fusibili aziendali

cover 300pm

È appena uscito il mio libro, si intitola «Trecento piccolissime mani – mémoire quasi serio di un cuoco terminale», pubblicato da Lorusso Editore.

Tre anni fa un’idea mi aveva colto alla sprovvista e con prepotenza. Versavo in una condizione lavorativa piuttosto critica: ero incastrato in un mondo aziendale che mi stava lentamente trasformando in uno zombi, ne avevo in cambio uno stipendio che non bastava neppure per pagarmi le spese, ed ero anche oggetto di mobbing. A un certo punto riuscii a rendermi conto lucidamente di tutto questo e alla domanda “ma cosa cazzo mi sta succedendo?” trovai come risposta proprio questa idea: dovevo scriverci sopra un memoriale. Sarebbe servito a ricordarmi come e perché ero finito in quelle condizioni.

«Dovevo mettermi comodo da una parte, con calma, e senza fretta raccontarmi la mia storia, come se non la conoscessi. Partire non dall’inizio, ma da un inizio, per ritrovare il bandolo impazzito all’estremo opposto».

Ero un cuoco, quella era la mia professione, cucinare per gli altri. Avevo cominciato nei ristoranti alla fine degli Anni 90, e per un po’ le cose erano andate bene. Tanto lavoro, parecchie soddisfazioni, il portafoglio spesso pieno, ritmi di vita frenetici. Poi però avevo iniziato a rendermi conto che anno dopo anno si stava accumulando un residuo di vita non vissuta che mi pesava addosso come una zavorra. Una cucina era uno spiraglio troppo angusto da cui osservare il mondo. Mi mancava troppo una parte della mia vita precedente, fatta di lettura, di scrittura e di una socialità accettabile. Ma abbandonare la strada che a suo tempo aveva significato il raggiungimento dell’adultità e dell’indipendenza aveva un che di scandaloso, così adottai la tattica della retrocessione graduale, sperando che in qualche maniera non mi sarei accorto di ciò che stavo facendo.

Prima lasciai i ristoranti per le mense, ma lo feci come direttore amministrativo e logistico. Niente più spadellamenti e nottate in cucina, ma un orario di lavoro come tutti i cristiani, weekend liberi, ferie e malattie. Anche se lo stipendio ne risentì pesantemente. Che importa, mi dissi, sono libero. Ho un sacco di tempo da dedicare a quello che voglio fare. Qualsiasi cosa ciò volesse dire.

Fu allora, quando entrai nel mondo delle aziende vere, le S.p.A., le multinazionali, che entrai in guerra. Un conflitto avvertibile da subito, eppure in qualche maniera mimetizzato in mezzo a tutti i cosiddetti vantaggi che la vita d’ufficio sembrava riservare. La guerra divenne poi esplicita col passaggio di azienda in azienda e mi ritrovai in un mondo di persone che sembravano aver abdicato da tempo alla propria umanità. Un mondo alieno, fatto di regole assurde, impostato su basi di controllo e coercizione così sottili da essere inoculate sotto pelle, inavvertitamente, e subito metabolizzate. A fronte di una busta paga offensiva ero per giunta sottoposto a cure massicce di superlavoro non retribuito. Altro che orari d’ufficio. Entrai alla fine in scontro frontale con i miei datori di lavoro, perché rifiutavo di diventare anche io un fusibile aziendale.

«Un fusibile aziendale è progettato e addestrato per molti versi al pari di un fusibile vero e proprio, deve sopportare le scariche a cui è sottoposto, e qualora il voltaggio sia troppo alto, saltare, interrompendo il circuito e impedendo così che i danni arrivino fino ai componenti importanti. I miei colleghi si comportavano secondo una logica assolutamente analoga, gestivano loro la tensione, scaricandosela l’uno sull’altro, ma sempre attenti a non permettere che, attraverso di loro, arrivasse fino ai piani alti. Quando infine, allo stremo delle forze, bruciavano, venivano semplicemente sostituiti».

Non potendomi licenziare, i miei capi mi mandarono nel loro equivalente della Siberia: una mensa scolastica, dove presi di nuovo in mano la parannanza e mi misi a cucinare per più di quattrocento bambini. Era un nuovo fronte di guerra. L’azienda sembrava lontana, ma era comunque abbastanza vicina da continuare a rendermi difficile la vita, malgrado scolari e insegnanti apprezzassero le mie capacità culinarie. Quando infine mi resi conto che mi stavano colpendo in maniera vigliacca, togliendomi soldi dalla busta paga senza che me ne accorgessi, decisi che era giunto il momento di fuggire via da tutto questo.

Si è trattato di un’esperienza formativa, nel senso in cui uno che è riuscito a uscire da Auschwitz è poi diventato un esperto di sopravvivenza. Ma come nel caso del ragionier Fantozzi, era all’opera un microdramma travestito da farsa, e ho scelto quindi di raccontarlo usando un taglio fortemente ironico, a volte io stesso non ero il protagonista ma il bersaglio di quell’ironia. Dopotutto da Fantozzi la nostra società non ha mai preso davvero le distanze. Lo chiamiamo lavoro, perché ogni altra definizione ci metterebbe addosso troppa tristezza. E allora ridiamo, ma sono sempre risate verdi.

Le compagnie per cui ho lavorato erano esperte nel mettere in atto complicate strategie per tenere alti i margini di profitto. Molte di queste erano illegittime e spesso illegali. Erano vere e proprie frodi ai danni del cliente. Ho lavorato anche per criminali più pittoreschi e conclamati, come racconto nel periodo in cui facevo lo chef nei ristoranti (e non appena me ne sono reso conto mi sono licenziato), ma quelli conosciuti nei corridoi delle corporation erano i più temibili. Una frode infatti è spesso, in quei contesti, un atto illecito spezzettato in tantissime piccole parti, ognuna affidata a un anello della catena, un découpage del malaffare sofisticatissimo, che rendeva la frode stessa virtualmente invisibile perfino a chi stava dentro. Anche perché chi sta dentro subisce pesantemente il rimodellamento mentale del frame dominante, e tende a osservare le dinamiche interne con una sorta di interferenza che gli incasina la bussola etica.

Non credevo che qualcuno avrebbe mai pubblicato questo mémoire, pensavo che sarebbe rimasto un oggetto di valore personale, uno degli elementi che mi aveva aiutato a uscire da una profonda crisi lavorativa e personale esplosa con l’arrivo dei quarant’anni. Anche perché reputavo che nessun editore volesse compromettersi con un libro che, malgrado il tono sarcastico e le numerose battute al vetriolo, puntava l’indice anche contro un malcostume penalmente perseguibile, radicato in un settore produttivo italiano (e non solo italiano).

Non solo. Preso da furore filosofico, nel suo almanaccare e ricordare l’autore fa anche altro: punta il dito contro un intero sistema lavoro, che impedisce di poter mantenere salda la propria identità morale. Perché se ti servono i soldi per campare stai zitto e tiri dritto e ringrazi iddio di avere un contratto a tempo indeterminato.

Io sono uscito da quell’inferno a bassa intensità solo girando le spalle a tutto e riprendendo la mia libertà senza tergiversare con me stesso: l’urgenza era tale che sono saltato via dal treno senza aspettare che rallentasse, senza un paracadute. Cioè senza un lavoro alternativo che già mi aspettasse. È stato un salto nel vuoto, e quando sono atterrato mi sono fatto parecchio male. Ma sono vivo, molto più vivo e molto più libero di prima. Questo è il messaggio più incoscientemente rivoluzionario del libro. Pur nella sua banalità.

Certe volte licenziarsi è l’unica via di salvezza, e lo puoi fare solo se l’idea che hai di te è di un te stesso molto più esteso della semplice identità di lavoratore. Noi non siamo il lavoro che facciamo, i soldi che abbiamo o i debiti che abbiamo contratto. Siamo molto di più. Solo quando è chiaro questo concetto, ed è almeno in parte chiaro cos’è quel di più, possiamo tentare di rimettere davvero in moto l’avventura della nostra vita. Per dare spazio e poi seguire quel “resto” di noi che finora era costretto a identificarsi con un conto in banca, una dichiarazione dei redditi o una busta paga. Se non ce la facciamo, se ci facciamo convincere dall’inganno che ci circonda, siamo deboli, manipolabili e a rischio. Il rischio è il destino riservato a un fusibile aziendale, che può bruciare sul lavoro, nell’esercizio delle sue mansioni, o può bruciarsi con le sue stesse mani, perché il lavoro l’ha perso.

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Qui c’è un’intervista di Luca Persiani al sottoscritto su Laspro, la Rivista di Letteratura, Arti & Mestieri pubblicata da Lorusso editore.

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