Excelgate

Il diavolo si nasconde anche in un foglio excel.

Nel 2010 mi capitò per le mani questo ponderoso tomo da 450 pagine, scritto da due autorevoli economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff:

thistimeisdifferent

Non era ancora stato pubblicato in Italia, infatti era una stampa da pdf, e lo dovevo leggere non per piacere ma per lavoro: a quel tempo facevo lavori di editing e di valutazione per Rizzoli. Sapevo di economia ancora meno (molto meno) di adesso, ma la curiosità era la stessa.

Non mentirò: non lessi per intero il volume, fitto di grafici e per giunta in un inglese molto tecnico, ma lo affrontai alternando sorvolate a volo d’uccello a frequenti zoomate (pratica peraltro incoraggiata dall’editore, che assegnava lettura e scheda di valutazione di volumi come questo anche in un arco di tempo inferiore alla settimana). Comunque questa lettura accelerata bastò per affascinarmi.

Per quel che ne capii io conteneva un messaggio molto forte. Il titolo andava letto in chiave ironica: si riferiva alle crisi economiche, le vere protagoniste del tomo, e al fatto che queste, succedendosi a intervalli anche di parecchi anni le une dalle altre, vengono percepite (anche dagli accademici) ogni volta come un evento straordinario, eccezionale, unico. Invece Reinhart e Rogoff ci tenevano a sfatare questo mito (il mito appunto dello “Stavolta è differente!”) raccontando i normali cicli biologici che un’economia deve affrontare quando attraversa fisiologici e necessari passaggi di fase. Riti di passaggio, venivano spesso chiamati. In ottocento anni osservati, con maggiore attenzione per gli ultimi tre secoli, la situazione di default o ristrutturazione del debito è stata ciclicamente una norma per quasi tutte le nazioni, non un’eccezione. Un momento che segue con incredibile regolarità fasi di espansione dell’economia. Ogni volta ci sembra l’apocalisse, invece dovremmo stare calmi e smetterla di gridare al lupo, e prendere le medicine giuste.

Ricordo le mie sensazioni dopo aver letto questo libro. Ciò che lo distingueva da molti altri paper, si diceva, era l’enorme mole di dati empirici raccolti, che spaziavano nella storia, arrivando fino al medioevo, e nella geografia, comprendendo una grande quantità di paesi in tutto il mondo. Non avevo mai letto un libro di economia in vita mia, eppure la sensazione soggettiva fu: questo è un libro come si deve, così si fa dell’economia una vera scienza. Raccogliendo con fatica e pazienza un’ingente messe di dati. Avendo un’educazione dalle radici scientifiche, se mi mostri tanti dati e sfoggi metodologie matematiche per trattarli io mi sciolgo come neve al sole e puoi fare di me quello che vuoi. Perché mostri serietà e attendibilità.

L’effetto fu molto interessante, perché mi tranquillizzò. Non stavamo andando incontro all’apocalisse, non era la fine dell’economia, del capitalismo, della civiltà occidentale, della galassia. Si trattava solo di normale fisiologia macroeconomica, ampiamente prevista e studiata, e soprattutto risolvibile.

Dopo una manovra così lenitiva e calmierante, ero pronto ad accettare qualsiasi prognosi da quei dottori che mi avevano dato sollievo.

La prognosi, scoprii in seguito, era stilata in un paper precedente, scritto sempre da R. & R. usando stesse metodologie e approccio scientifico, solo basandosi su dataset più ristretti. Si intitolava «Growth in a time of debt», la crescita in tempo di debito. In questo primo lavoro, praticamente opera seminale da cui sarebbe germogliata la seconda, quella su cui avevo messo le mani, si evidenziavano le correlazioni tra aumento del debito pubblico (sovereign debt) e tasso di crescita. E si scopriva che oltre una certa soglia di aumento di tale debito, la crescita, invariabilmente, si arrestava, si innescava la recessione e si spalancavano le porte del default. Le medicine da prendere dunque erano quelle che impedivano a qualunque costo l’espansione incontrollata del debito pubblico.

Una bottiglia di sciroppo amaro ma preziosissimo sulla cui etichetta c’era scritto – riassumendo brutalmente – politiche di austerità. Quelle che ci stanno stritolando oggi.

Poi il colpo di scena. Se oggi cercate con Google “Reinhart e Rogoff” il motore vi rigurgita addosso centinaia di risultati, moltissimi risalgono agli ultimi giorni. E spesso ricorre un termine  bizzarro: Excelgate. Ma che è successo?

È successo che in un’università americana un professore ha assegnato a tre studenti un lavoro che troppo poco spesso si fa, un esercizio invece fondamentale per sviluppare i giusti muscoli scientifici. Si chiama peer reviewing: prendere dati e risultati del lavoro di un collega e rifare completamente tutti i calcoli, da capo, per vedere se si arriva alle stesse conclusioni.

Per inciso: il peer reviewing non è un lavoretto opzionale in una comunità scientifica sana e funzionale. Dovrebbe essere la norma, l’ovvio, il minimo sindacale.

I tre studenti hanno rifatto tutti i calcoli di «Growth in a time of debt». Sono venuti fuori una serie di errori e di arbitrarietà che hanno messo seriamente in discussione l’integrità deontologica dei due autori del libro.

Addirittura è stata trovata una distorsione nelle formule utilizzate in un foglio di calcolo excel. Un errore così marchiano, scoperto dalle prime tre matricole che ci hanno seriamente messo le mani sopra, che è impossibile non farsi rodere dal dubbio di intenzionalità, dunque di mala fede.

Anche perché, una volta rifatti i calcoli, le conclusioni sembrano tirare nella direzione esattamente opposta rispetto a quella proposta da R. & R. O, nel migliore dei casi, NON giustificano la propalazione delle politiche di austerità con tanta ostentata sicumera. Però questi lavori sono stati usati dai tecnocrati europei e americani per giustificare l’indirizzo da dare alle nostre economie. Le politiche di austerità sono state promosse e avallate da pretese di scientificità come quelle sbandierate in libri come «This time is different».

Non è per questo libro che stiamo pagando gli effetti di una cura più perniciosa della malattia, ma è anche a causa di esso che prosegue l’inganno su cos’è l’economia e come dovrebbe funzionare la grande macchina della moneta, del debito e delle dinamiche macroeconomiche.

Ma al di là delle conclusioni che ognuno di noi deve trarre da sé su questa vicenda, c’è una domanda che mi assilla. Un po’ mi atterrisce, un po’ mi elettrizza. Perché se perdono di autorevolezza i signori R. & R., allora perde di valore anche l’ironia con cui hanno voluto titolare il loro libro.

E se stavolta, malgrado gli sforzi fatti per sedarci, fosse davvero differente?

•••

Per chi volesse approfondire:

un bell’articolo su Keynes Blog, con profluvio di dettagli tecnici e link

Lo sfogo di Mike Norman, con il suo colorito ma efficace modo di esprimersi, che da tempo queste cose le aveva dette (lui e chiunque segua la Mosler Economics – Modern Money Theory)

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One thought on “Excelgate

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