Un’altra violenza

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I nodi cominciano a venire al pettine.

Probabilmente tra tutte le opzioni pensabili per il Quirinale (Marini, Prodi, D’Alema e altri campioni dell’apparato), quella poi concretizzatasi è la più lugubre e foriera di sventure. Nella rosa delle possibilità non ho messo Rodotà, ma non è una dimenticanza, “l’insigne giurista” non era altro che il simbolo di un desiderio espresso dalla “società civile”, ma un desiderio del tutto irrealizzabile. Le poche prese di posizione, poche ma significative, fatte da Rodotà in merito alla mutazione costituzionale a favore del dogma suicida del pareggio di bilancio, o sulla nocività del fiscal compact, lo rendevano a priori un candidato solo formale, simbolico appunto. Assurdo credere alle dichiarazioni degli uomini del Pd, secondo cui Rodotà era un nome fatto dal M5S e il Pd aveva diritto e dovere di esprimere un suo candidato, non uno di Grillo.

Dovessero servire altre delucidazioni in merito, si rimanda all’articolo del Corsera che parla della telefonata di Draghi a Napolitano. I mercati, gli investitori internazionali, dice il capo della BCE, non capirebbero, si spaventerebbero di fronte all’ipotesi di un’Italia con un governo dimissionario, un parlamento senza maggioranza, un capo di stato affidabile che se ne va.

«Gli investitori italiani ed esteri che ogni settimana finanziano il Tesoro, le banche e le aziende del Paese, non avrebbero capito: la reazione martedì, alla riapertura degli scambi, poteva essere molto pesante».

Ancora i mercati, le foglie di fico più grandi del mondo. Lo chiede l’Europa perché lo chiedono i mercati. Se ancora ce ne fosse bisogno (eccome se ce n’è), ecco l’ennesima dimostrazione del fatto che non ha senso cercare, invocare o sperare in un assetto democratico quando uno stato sovrano deve andare a raccattare i soldi con cui finanziarsi sul mercato della finanza usuraia.

Val la pena rispolverare la lancinante frase del barone Mayer Amschel Rotschild: «Datemi il controllo sul denaro di una nazione e non mi preoccuperò di chi ne fa le leggi».

Non so voi ma io di uno che si chiama Rotschild, quando parla di controllo politico attraverso le leve monetarie mi fiderei.

Napolitano, lui sì, lui è affidabile. È lui l’uomo dell’apparato, amico degli USA e asset della NATO fin da prima del suo storico viaggio in America del 1978. È lui che trasforma l’Italia nella fase più avanzata dell’esperimento neoliberista neomercantilista e shockterapeutico europeo, infilando a Palazzo Chigi, cosa inaudita in una democrazia occidentale avanzata, un uomo del Bilderberg, per giunta senza alcun alcun mandato da parte del popolo. Lui si che può far stare tranquilli i mercati.

Forse adesso anche i più romantici e naïf di noi si renderanno conto della potenza del frame in cui chi prova a cambiare le regole “dall’interno” è costretto a entrare. Il frame del gioco geopolitico. Non politico, ché la politica comunemente intesa è piuttosto l’equivalente del campionato nostrano di calcio: attori che si muovono e si azzuffano e fanno un gran casino come il povero guitto  del Macbeth, e come lui non significano nulla al di là, appunto, del rumore. Che pure affascina e cattura l’attenzione di quasi tutti.

La geopolitica è la vera partita a scacchi, il vero Risiko che si gioca sulla nostra pelle, un gioco da tavolo raffinatissimo e micidiale la cui plancia sterminata nel tempo e nello spazio conta nomi (uno solo, pescato a caso nel mucchio: Brzezinski) spesso sconosciuti, perché la stampa poco ne parla. La stampa usa titoli da Guerin Sportivo, Berlusconi contro Prodi, Fini contro Feltri, Maciste contro il Pd.

Il potere di uomini come Napolitano viene da lontano. Chi entra nell’agone politico deve capire che con tali ampiezze – di poteri, di coordinate, di vedute, di mire – deve avere a che fare. Ma ancora di più: deve rendersi conto che sperare di poter riformare il sistema dall’interno, accettandone il set di regole, se forse un tempo era una speranza minimamente (anche se comunque idealisticamente) fondata, adesso è un’idea del tutto assurda. Continuare a perseverare in essa è un crimine, una letale mancanza di responsabilità verso se stessi e verso chi si dovrebbe rappresentare.

L’esempio del Movimento 5 Stelle è perfetto e terribile. Senza addentrarsi ancora una volta nel merito della bontà politica di questo esperimento politico, è sufficiente considerare ciò che stava rappresentando per buona parte dell’opinione pubblica. Esso è cioè la sezione più acuminata di quell’esigenza di rinnovamento e di cambiamento radicale che monta ormai da tempo (e di cui Renzi è un altro alfiere, artefatto o meno che sia). L’Italia intera, vuoi con scetticismo o malcelata preoccupazione, vuoi con giovanile e radioso entusiasmo, stava guardando curiosa cosa sarebbe successo ora che questa nuova anomalia era stata introdotta nel sistema. Anche se i più cinici di noi faticherebbero ad ammetterlo, siamo un Paese che ha voglia di un’anomalia vera, qualcosa che sparigli le carte e faccia sinceramente casino, magari rozzamente, magari rompendo un sacco di uova per una frittata forse pure piccola, ma che perdio frittata sia.

Invece niente.

D’accordo, l’avventura non è finita. Ma quali sono, concretamente, le speranze adesso, le prospettive?

Il buio più nero. La voglia di scappare. Di mandare affanculo tutto e fuggire all’estero. Che affondi questa cazzo di nave, una volta per tutte, io prendo la scialuppa e mi allontano remando. Oppure, se le scialuppe son finite (probabile), anche solo un salvagente, e mi allontano a furia di bracciate.

Io però continuo a essere idealista. La storia non cessa mai di impartirci lezioni, e forse alla lunga qualcosa ci entrerà in testa, perché in questo settore dell’universo funziona così: si cresce, si evolve attraverso la sofferenza. La sofferenza di rendersi conto che i signori che dominano il gioco lo dominano perché hanno dalla loro le regole, forse alla fine ci scaverà nella testa e produrrà un risultato. Quello che è successo in questi giorni fa male, un sacco. Forse ci aiuterà a capire, come fa il computerone di War Games, che è il gioco in sé, e il mindset che da esso deriva (il frame, la cornice mentale appunto) a esser fallato, che l’unica maniera di vincere è non giocare più.

Ma attenzione: non giocare più secondo quelle regole, che sono le loro, non le nostre.

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Si chiama rivoluzione quando si cambiano le regole. Non le rivoluzioni farlocche, che mirano soltanto a invertire chi sta giù con chi sta su. Ma come farla, questa benedetta rivoluzione? Con i forconi o le P38 o le bombe? Assolutamente no, perché quel tipo di violenza non cambia il mindset e anzi può rafforzarlo: noi siamo avvantaggiati nel capirlo, perché a noi la storia ha riservato, generosa, la lezione degli anni di piombo.

Non so come si possa fare una rivoluzione che cambi davvero il paradigma del pensiero collettivo. Da tempo continuo a ripetermi che chi vuole mantenere lo status quo lotterà con tutte le armi possibili per il suo scopo (e di armi ne ha tante) e dunque, se scontro ci sarà, si tratterà di un massacro.

Non ci pigliamo per il culo come nel maledetto Sessantotto, quando si pensava di cambiare il mondo scopando un sacco, vestendosi di fiori, passando le giornate a letto come John e Yoko e cantando poesie o canzoni tipo People have the power (magari guadagnandoci sopra quantità vomitevoli di soldi), mentre era chiaro che la gente aveva tutto tranne che il potere. Un sacco di violenza probabilmente sta per arrivare, come una tempesta perfetta che per prepararsi ci mette parecchio, e poi si scatena tutt’insieme.

Ma a proposito di violenza, c’è un’idea che mi alleggia da tempo nella testa, confusa, ma intuitivamente piena di suggestioni folli e stimolanti.

Un’altra violenza è possibile.

Non quella delle bombe o delle P38. Non so ancora quale, come chiamarla, ma percepisco che c’è un vuoto concettuale ed emozionale che da qualche cosa deve essere riempito. Una forza differente ma importante che ancora non ha nome.

Una nuova idea che ancora non c’è ma preme per venire fuori, partorita dalla necessità della Storia e dalla volontà della gente che soffre e si è rotta il cazzo di soffrire.

Il problema però è proprio quello:

abbiamo smesso di avere idee nuove.

Non le produciamo più. Siamo concentrati nella produzione (industriale o privata) di derivati, di riproposizioni, di remake, di sequel, di revival, e da decenni non tiriamo fuori un’idea davvero nuova.

Questa è la sfida. L’idea nuova da proporre più urgente di tutte. Non come si fa una rivoluzione, ma come la si vince. Evitando di distruggere il villaggio allo scopo di salvarlo.

Non so quale sia il percorso né dove questo percorso porterà. Sono però sicuro che è proprio quello il primo passo da fare: sforzarsi di pensare il nuovo, magari l’impensabile. Io mi ci arrovello continuamente, non posso farne a meno, e accolgo come benvenuto qualsiasi apporto o suggerimento. Perché da soli non è difficile, è impossibile.

•••

Foto • Scene da War Games, 1983

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