L’avanzata dei nuovi pauperisti

norimberga_cattedrale di luce 1936

I simboli sono una cosa seria. Chi lo sa conosce anche le maniere di usarli. Chi lo sa, spesso se non sempre, si trova in posizioni di potere e/o di prestigio e ha capito una cosa di importanza fondamentale: il razionalismo è il più grande cavallo di Troia della nostra cultura. Quasi tutti quelli che stanno “su” infatti, anche i più insospettabili, hanno da sempre un rispetto profondo, letteralmente religioso, per i simboli e per il lato nascosto, magico, alchemico, iniziatico della realtà.

“Loro” sono massoni, illuminati, alchimisti, gnostici, maghi, seguaci della Skull & Bones, della Thule, credono nello spiritismo e nella teosofia, da sempre.

“Noi” no, noi crediamo in quello che è razionale, in quello che viene trattenuto dal passino della logica ruspante che ci hanno insegnato e dell’artitmetica da fruttivendoli, del materialismo, dello scientismo, del pragmatismo ragionieristico. Come diceva John Carpenter, noi dormiano. Loro vivono.

Se si ha la giusta potenza di fuoco comunicativo e si conoscono gli alfabeti dei simboli, si può condurre al guinzaglio la maggior parte dell’umanità. Ma i simboli non sono necessariamente codici occulti e astrusi, alla Dan Brown. Spesso anzi la loro enorme forza deriva dall’essere qualcosa di perfettamente visibile e perspicuo, superliminale. Chi sa come manipolare questi dispositivi cognitivi può usarli come una leva, un piede di porco che si insinua nelle fessure della nostra mente e la solleva.

Un simbolo è una sineddoche epistemica. Manovrando la parte si manovra il tutto che a esso è collegato. Il macrocosmo è rappresentato nel microcosmo, dicevano gli alchimisti. Come sopra, così sotto.

L’esempio più attuale di queste armi di cognizione di massa è la ventata di pauperismo (simbolico appunto) che sta investendo la cultura italiana, nello specifico la politica. Se la storia d’Italia fosse opera di uno sceneggiatore, verrebbe voglia di stringergli la mano, prima di infilargli una camicia di forza. A distanza di giorni infatti arrivano alla ribalta due fenomeni di portata immane: il Movimento 5 Stelle approda in Parlamento e il cardinale Bergoglio arriva al soglio pontificio. Col nome di Francesco.

Cominciamo il giro di danza dei rimandi: Grillo registra il Movimento al notaio proprio il giorno di San Francesco, in onore del voto di povertà fatto dal santo; Bergoglio sceglie, per primo in duemila anni di Chiesa, il nome di Francesco e da subito inizia una serie di gesti che simboleggiano modestia, umiltà e distacco dal potere. Il Movimento 5 Stelle, a coronamento di una campagna elettorale potentissima il cui cavallo di battaglia è intaccare i privilegi della casta, inizia praticamente nello stesso momento una manovra del tutto omogenea. Dalla pubblicazione di scontrini di pizzate (altro che linguine all’astice e champagne di craxiana memoria) alla rinuncia a parte dei compensi e quant’altro, entrambi i protagonisti della scena politica italiana (e internazionale) giocano l’apertura della loro partita manovrando i simboli dell’umiltà, della rinuncia e del sobrio risparmio. Grillo si compiace di Francesco e Francesco probabilmente di Grillo. Il risultato è furor di popolo.

Non che ci fossero dubbi. È sotto gli occhi di tutti che la nostra civiltà ha completamente cannato ogni obiettivo di fondarsi su principi di libertà, uguaglianza e fraternità. Che non è lo slogan della Rivoluzione francese (altro fallimento), ma il messaggio dell’unico rivoluzionario degno di questo nome della storia occidentale, quel capellone anarchico e irascibile di Gesù. Che forse, sia detto con la massima stima, è il più grande fallito di tutti i tempi, visto che la civiltà occidentale si fonda ufficialmente su quel messaggio. Roba da procurargli una peritonite perforante, se venisse a dare un’occhiata a come stiamo messi quaggiù, e tutti con una croce al collo o il santino appeso in macchina.

Quindi insomma usare la catchphrase “dagli al ricco” è d’obbligo se si vuol cavalcare gli umori terribili che corrono oggi in giro per le strade. Il problema è come usarla se il ricco sei tu.

Se sei solo ricco non c’è niente da fare. Se sei ricco e anche intelligente la cosa è fattibile. Per esempio, se conosci e sai usare la forza dei simboli.

Bergoglio e Grillo non sono solo ricchi, questo è evidente. Le loro strategie per predicare modestia e disprezzo per l’ostentazione del privilegio sono molto simili, e fanno leva appunto sul meccanismo simbolico.

Così Grillo può impostare uno tsunami politico imbrigliando la pura invidia sociale (“dagli al ricco”) e sfruttandone l’impeto per deviare l’attenzione dai veri problemi della nazione, ma comunque per riuscire a fare dama a Montecitorio e Palazzo Madama. Qualsiasi persona che abbia superato i dieci anni di età e sa leggere un fogliaccio sa benissimo che ridurre i costi vivi degli esponenti della classe dirigente comporta il risparmio di briciole inconsistenti rispetto al totale dei soldi che ci servono per non morire di povertà. Eppure anche i più lucidi sostenitori del Movimento restano ammaliati dal potere simbolico del gesto e seguono la scia. È un gesto simbolico, è importante, è un primo passo per il cambiamento, è così significativo.

Parallelamente, il fratello spirituale di Grillo, Francesco I, si espone all’occhio pubblico mentre si fa vedere agghindato in maniera più sobria, mentre paga il tassì, mentre non chiama se stesso pontefice ma vescovo di Roma, mentre si allaccia le scarpe da solo senza chiamare il valletto di turno. Quest’uomo è un rivoluzionario.

Tale uso del linguaggio simbolico forza la mente, la hackera passando dall’entrata secondaria, quella su cui c’è la scritta “emozioni” e le impone ancora una volta il primato della forma sulla sostanza. Uno degli effetti collaterali (disastrosi) del razionalismo sfrenato. Succede infatti che a moltissimi non viene più da pensare: ma a me che diamine importa se Papafrancesco risparmia i soldi dell’elicottero (forma), quando è ancora il monarca assoluto di uno degli stati più ricchi del mondo (sostanza)? In che misura il fatto che si faccia chiamare vescovo di Roma e non papa dovrebbe contribuire a evitare che un miliardo di persone in tutto il mondo soffrano la fame e la sete? Se anche questa domanda si affacciasse alla coscienza vigile, c’è comunque pronto il buttafuori incorporato, che urla “E’ comunque un vento di cambiamento, è un simbolo importante di rinnovamento”. E più non dimandare.

Sull’altra sponda del potere, accade che un sacco di gente in Italia rinunci alla spinosa domanda: ma a me che cosa diamine importa se i parlamentari risparmiano qualche migliaio di euro al mese? C’è un’emorragia economica in corso che fa impallidire, e questa gente vince le elezioni perché cavalca la tigre dell’invidia sociale: forse le cose non tornano. Di nuovo il buttafuori: “E’ un importante simbolo di cambiamento, finalmente un rinnovamento culturale, non se ne poteva più dei soliti figuri, e poi comunque il cambiamento è sempre una cosa buona, no?”.

No. Ovvio che no. Non se hai superato i sette anni. Anche il fascismo era un movimento rinnovatore. O lo stalinismo, se è per questo. Anche Berlusconi. Anche le emorroidi sono un cambiamento.

Quest’uso della comunicazione simbolica appare a un occhio spregiudicato una specie di perversione dell’auspicabile indirizzo che la politica dovrebbe avere. È come se il senso sotteso da questi comportamenti sia l’avvicinamento del ricco al povero, ricco che per buona educazione e rispetto si abbassa, diventa un po’ povero anche lui. Mentre sarebbe sperabile l’esatto contrario, e cioè che sia il povero a diventare un po’ più ricco. O almeno meno povero. Questo no, non sia mai.

A costo di sembrare didascalico e irrispettoso (ma dopotutto siete finiti su un blog parecchio iconoclasta), metto in calce a queste riflessioni un suggerimento di cambiamento vero, per entrambi i protagonisti del neopauperismo rampante. Così magari si può vedere meglio la differenza.

Per Papafrancesco: lascia perdere vestiario e liturgie, ché dall’altra parte del mondo, quella da cui tu stesso vieni, se al posto di Prada calzi espadrillas la gente continua a morire lo stesso. Piuttosto prova a dismettere il patrimonio immobiliare e artistico della Chiesa e tutte le sue oscene ricchezze finanziarie e distribuisci a fondo perduto il ricavato a chi non ha da campare, invece di fare bella figura mandandoci i soliti missionari senza una lira perché la via del missionario è fatta di sofferenza. Non è un consiglio da veterocomunista (non è il mio caso), ma è quello che ha fatto il tizio da cui hai preso in prestito il nome.

Per Grillo: invece di solleticare la mente stremata del poveraccio preda di Equitalia togliendo qualche auto blu e qualche spiccio dalle tasche dei parlamentari; invece di riformare il linguaggio comune sostituendo “cittadini” a “onorevoli” (il che è formalismo nella sua parte più bieca) osserva quello che sta tentando di fare il primo ministro irlandese Enda Kenny. Quello che ha alzato la testa contro la BCE dicendo che non rimborserà più rate annuali da usura impoverendo il suo Paese, e che al posto dei soldi darà indietro titoli di stato a lunghissima scadenza, anche trent’anni. Che è come dire che prima userà i soldi del prestito per rimettere in piedi e in salute l’Irlanda, e poi pagherà i debiti, una volta che farlo sarà possibile (e remunerativo per la stessa BCE) non ai danni dei suoi stessi concittadini. Enda Kenny è il primo e forse l’unico finora ad aver fatto con Bruxelles la voce grossa, ricordando a tutta l’Europa quelli che sono i veri compiti e le vere funzioni di una banca centrale in una federazione di nazioni che voglia davvero dirsi tale.

Anche questi sono gesti simbolici. Il problema è che queste azioni cambierebbero davvero le cose. O almeno comincerebbero a farlo. Anche nella testa della gente.

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Foto • Norimberga, 1936: la Cattedrale di luce

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One thought on “L’avanzata dei nuovi pauperisti

  1. D’accordissimo con tutto tranne l’accomunare papa Francesco con Grillo. Uno è come giustamente scritto “Monarca di uno degli stati più ricchi al mondo” l’altro è “leader” di un movimento d’opposizione di un parlamento inutilizzabile. Dovrebbe indicare l’esempio del primo ministro irlandese all’omologo italiano.

    Saluti

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