Su Argentina, Chiesa e Bergoglio

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Una sola certezza, per ora. I preti davvero vicini alla gente li trovi in basso, così in basso che spesso finiscono schiacciati, come Enrique Angelelli. Più si sale in alto nella gerarchia più si arriva vicini a Dio, ma si prendono le distanze da quella pericolosa zavorra che sono i repressi e i perseguitati. E’ dunque la Chiesa stessa, con la sua struttura verticale, a mantenere un’intollerabile distanza tra l’uomo e il divino.
Questo post proviene da thisishooverville: è uno degli articoli più misurati e lucidi finora usciti su questo ustionante argomento.

Note per rimettermi in ordine le idee sull’ex cardinale Jorge Mario Bergoglio, da due giorni papa Francesco. Non credo fossero in molti a conoscere il suo nome prima dell’altroieri, io lo conoscevo. Anni fa, lavoravo per realizzare un documentario sulla dittatura argentina, in particolare sulle complicità e i rapporti che ha avuto con l’Italia, i governi e le autorità diplomatiche, le industrie italiane, la P2. Anche, pur se in misura minore, ci occupavamo della Chiesa cattolica. Il documentario poi non lo abbiamo mai finito.

Ma prima di arrivare a Bergoglio, breve excursus sulla dittatura, il Proceso de Reorganizacion Nacional. Vado a memoria. Il colpo di stato avviene il 24 marzo 1976, Rafael Videla, capo dell’esercito, Emilio Eduardo Massera, capo della Marina, tessera P2 numero 478, Orlando Agosti, capo dell’aeronautica, annunciano di aver destituito Isabelita Peron, vedova di Juan Domingo Peron, al governo dal 1974, dopo la morte del marito. Il loro insediamento non è spettacolare come quello di tre anni prima in Cile, dove l’11 settembre 1973, per rovesciare Salvador Allende, Augusto Pinochet manda gli aerei a bombardare il palazzo presidenziale.

Isabelita Peron, a capo di un governo di destra, viene giudicata incapace di portare avanti quelle riforme economiche che stanno portando avanti nel vicino Cile, ispirate dalle teorie della cosiddetta scuola di Chicago guidata da Milton Friedman, più avanti meglio note come neoliberismo. Incapace anche di stroncare i fermenti sociali che animano buona parte dei giovani argentini, con movimenti cristiani di base che vanno a fare educazione popolare nelle villas miserias, gruppi marxisti, tra cui alcuni armati come l’Erp, peronisti di sinistra con un braccio armato, i montoneros, e una più generale voglia di libertà e di vivere che si percepisce anche solo camminando per le strade di Buenos Aires di notte, piena di locali e bar, così come di cinema, librerie, teatri e luoghi di cultura vivaci e frequentati da giovani e giovanissimi e da moltissime donne che praticano autocoscienza e creano gruppi femministi.

Non che non ci abbia provato, Isabelita. Con il suo ministro e factotum personale, Josè Maria Lopez Rega, tessera P2 591, aveva dato vita due anni prima alla Alianza Anticomunista Argentina, la Triple A, organizzazione clandestina che operava in seno alla polizia argentina, che inaugurò le metodologie degli squadroni della morte e, in nuce, la tecnica della desaparicion, poi applicata in grande stile durante il Proceso. Non abbastanza, secondo i militari, che le danno un ultimatum, alla vigilia di Natale del 1975: fatti da parte o tra tre mesi assumeremo il potere. Quello del 24 marzo è un golpe annunciato, e anche auspicato, in buona parte della buona società che chiedeva “ordine”. Le radio trasmettevano da giorni il tema de La stangata, il film del 1973 con Robert Redford, conosciuto in America latina come El Golpe. Inoltre, i colpi di stato militari erano una cosa abbastanza comune in Argentina: c’erano stati nel 1930, 1943, 1955, 1962, 1966.

Il 24 marzo non ci sono carri armati per strada, le persone vanno al lavoro e in diverse ore della giornata ascoltano i comunicati che vengono diramati dalle radio. Ma nel centro di Buenos Aires tutto va avanti come sempre. È in periferia che iniziano a succedere le cose che continueranno ad accadere a ritmo sempre più serrato fino al 1978, e in misura minore fino al 1983. Squadre di uomini scendono da automobili a grande velocità (in prevalenza Ford Falcon, senza targa) fanno irruzione dentro le case e portano via persone dopo averle incappucciate. Di molte di loro non si saprà più niente. Passeranno alla storia come desaparecidos, scomparsi, il numero calcolato è di trentamila persone.

A raccontarmi di questa differenza tra centro e periferia e dei giorni prima del golpe era Enrico Calamai, all’epoca viceconsole nel consolato italiano a Buenos Aires. Se volete sapere chi è Enrico Calamai, guardate questo video. È un uomo che io metto nella mia ideale galleria di giusti, tra Nelson Mandela, Vittorio Arrigoni e pochi altri. Un uomo pacato e discreto, che mise a rischio la vita per salvare quella di altri, senza mettersi in mostra.

Calamai ci raccontò che ad avvertirlo che qualcosa di brutto stava accadendo era Giangiacomo Foà, corrispondente del Corriere della Sera. Foà costituiva il secondo anello della catena costituita da Calamai per mettere in salvo più persone possibile. Il terzo era Filippo Di Benedetto, sindacalista del patronato Inca-Cgil per gli emigrati italiani. Funzionava così: Di Benedetto stava “sul campo” e se sapeva di qualcuno che aveva ormai urgenza di scappare via dall’Argentina perché a rischio di essere chupado, succhiato via, lo mandava al consolato italiano, dove Calamai, in un modo o nell’altro, nascondendoli nel consolato, o a casa sua, forzando per avere un passaporto, falsificandolo se necessario, trovando a chiunque probabili o improbabili discendenze italiane, contattando funzionari di compagnie aeree perché allentassero i controlli in alcune occasioni, si adoperava per farli scappare. Visto come un pazzo o quasi dal resto dei suoi colleghi, protetto da un’immunità diplomatica che a un certo punto però non gli bastava più, e fatto rientrare in Italia dalla Farnesina, infiltrata dalla P2, nel 1977. Se necessario, Foà scriveva un trafiletto sul Corriere, dicendo che il tale connazionale era minacciato dalla dittatura, e questo aiutava. I militari volevano agire nel silenzio, soprattutto internazionale. Anche Foà fu fatto presto rientrare in Italia. Il Corriere della Sera intanto era diventato proprietà di Angelo Rizzoli, tessera P2 numero 532.

Il Proceso de Reorganizacion Nacional servì come progetto laboratorio per l’applicazione delle dottrine economiche della scuola di Chicago in assenza di opposizione: apertura totale agli investimenti stranieri, privatizzazione di tutte le industrie nazionali, eliminazione quasi totale della tassazione sulla proprietà e sull’impresa, congelamento dei salari, eliminazione di ogni diritto sindacale. Artefice principale, Josè Alfredo Martinez de Hoz, ministro dell’economia dal 1976 al 1981. Quando la dittatura finì, nel 1983, il vento era cambiato e i militari si erano messi contro uno degli assi principali del neoliberismo mondiale, la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, con la disastrosa guerra delle Falkland/Malvinas, ma la missione economica di spoliazione delle ricchezze argentine nelle risorse naturali, nell’industria e nell’energia era compiuta. Dal punto di vista geopolitico invece la cosa era più complicata, dato che i militari non disdegnavano l’appoggio economico e politico dell’Unione Sovietica, che non si fece problema ad appoggiare un governo fascista pur di avere una fetta della torta, in particolare sotto forma di grano.

Il giorno prima del golpe, Videla, Massera e Agosti hanno un incontro con le principali gerarchie cattoliche presso la sede della Conferenza Episcopale Argentina, che viene informata di quanto sta per accadere. La chiesa argentina è nelle sue gerarchie fortemente conservatrice e lontana dalla teologia della liberazione che sta avendo molta influenza nel resto dell’America latina e pochi mesi dopo il golpe, il 15 maggio 1976 la conferenza episcopale emana una lettera pastorale in cui si afferma che “per la salvezza della patria è necessario rinunciare a una goccia di bene comune e all’esercizio dei propri diritti”.

Molto nota è la figura di Pio Laghi, nunzio apostolico vaticano in Argentina (il cui nome compare nella lista di presunti ecclesiastici affiliati alla massoneria, pubblicata dal settimanale OP di Mino Pecorelli), che elogiò in diverse occasioni l’opera di ripristino dell’ordine e dell’ideologia tradizionale in Argentina e che era amico personale di Emilio Eduardo Massera, suo compagno di partite a tennis.

Allo stesso tempo, molti preti, suore e un vescovo, Enrique Angelelli, vengono assassinati dai militari. Molti di essi erano impegnati nelle villas miserias, le baraccopoli alle periferie di Buenos Aires, o nei centri rurali o industriali, impegnati al fianco di militanti sociali in progetti di educazione popolare o di autorganizzazione, a volte accusati di essere vicini ai marxisti o ai guerriglieri. C’era una parola che riassumeva l’intero universo di chi era considerato ostile al Proceso: sovversivi. E una frase che riassumeva l’atteggiamento di chi si dava una spiegazione sul perché tante persone sparissero nel nulla: “Por algo sera”, per qualcosa sarà. Forse un tentativo di prendere le distanze dato che un’altra frase nota era: “Prima uccideremo tutti i sovversivi; poi uccideremo i loro collaboratori; poi i loro simpatizzanti; poi chi rimarrà indifferente; e infine uccideremo gli indecisi” del generale Iberico Saint-Jean, governatore della provincia di Buenos Aires.
Tra le alte gerarchie colluse con i generali e i preti impegnati e perseguitati, la larga fascia di preti nel mezzo, che non si esposero, non presero parola, non vollero vedere e non vollero aiutare, anche se potevano. Quando i familiari, in particolare le madri degli scomparsi, cominciavano a cercare i loro parenti e figli, vagando di commissariato in commissariato e non avevano mai risposta, prima si rivolgevano agli avvocati, per richiedere l’habeas corpus, il diritto di sapere dove sta una persona arrestata. Ma poi iniziarono a scomparire anche gli avvocati. Così si rivolgevano, sempre più spesso, ai preti, ai vescovi. Ma raramente venivano accolte.
Il 9 settembre del 2000 la conferenza episcopale argentina pubblica un documento in cui chiede perdono per “i silenzi responsabili e la partecipazione effettiva di molti dei suoi figli nella tortura, la delazione e le morti assurde che insanguinarono la nazione”. Nello stesso documento, si mettono sullo stesso piano criticando “la violenza guerrigliera e la repressione illegittima che fecero tanti lutti nel paese”. Numericamente, la “violenza guerrigliera” è imparagonabile alle vittime della dittatura. Nello stesso documento, i vescovi argentini fanno mea culpa anche per non aver impedito “il crimine dell’aborto e dell’eutanasia”.
Ma i vescovi non aprono i loro archivi e non denunciano gli artefici della repressione, i tanti cappellani militari che benedicevano e assolvevano dai loro peccati i torturatori prima delle sessioni di tortura e davano i “conforti religiosi” ai prigionieri che venivano “trasferiti”, cioè messi sugli aerei da dove poi sarebbero stati scaraventati nel Rio de la Plata.
E veniamo a Jorge Mario Bergoglio. Rileggo oggi il libro L’isola del silenzio – Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina di Horacio Verbitsky. Di Bergoglio si parla in particolare rispetto al caso di Orlando Yorio e Francisco Jalics, sacerdoti gesuiti che collaboravano ad attività di promozione sociale ed esercitavano il culto nella baraccopoli di Bajo Flores a Buenos Aires. Yorio e Jalics furono sequestrati a Bajo Flores il 23 maggio 1976, detenuti nel centro di torture della Escuela de Mecanica de la Armada (ESMA) e rilasciati il 26 ottobre 1976.
Bergoglio era il loro superiore diretto. Ha avuto un ruolo nel loro sequestro e nella loro liberazione?
Yorio e Jalics vivevano nella baraccopoli con l’approvazione e su mandato di Bergoglio. Ma pochi mesi dopo l’inizio del lavoro dei due sacerdoti, iniziano a girare voci sui due, che sono amici dei guerriglieri, che sono comunisti, sovversivi, che hanno frequentazioni femminili. Yorio e Jalics chiedono spiegazioni, per iscritto, dicendo che così sono esposti al pericolo. Già altri preti erano stati sequestrati e uccisi. Fanno notare che il responsabile di questo pericolo era il padre provinciale, Bergoglio. Poco dopo, Bergoglio dice loro che riceve pressioni da Roma e dall’Argentina perché abbandonino quel posto. Li sospende dalla Compagnia di Gesù. Per proteggerli, sostiene lui, così avrebbero potuto trovare protezione presso altri vescovi e togliere un po’ di attenzione su di loro. Per inviare un segnale di “via libera” ai militari, sostiene Yorio. Due mesi dopo vengono sequestrati.
La liberazione avvenne per intercessione di Bergoglio, secondo alcuni. Secondo altri, dopo un incontro di Paolo VI con Videla. Il papa si era mosso per porre un freno alla repressione della dittatura contro alcuni ecclesiastici dopo l’omicidio del vescovo Angelelli, avvenuto nell’agosto. Riporto dal libro di Verbitsky.
«Dice Yorio: “Non ho indizi per pensare che fu Bergoglio a liberarci, anzi il contrario. Ai miei fratelli comunicò che ero stato fucilato”. (…) A suo giudizio, Bergoglio “era in contatto con Massera, lo avranno informato che io ero il capo dei guerriglieri ed è per questo che se ne lavò le mani ed ebbe questo atteggiamento ambiguo”. (…) Anzi, sospetta che Bergoglio fosse presente nella sede operativa della Marina dove passarono diversi mesi. “Una volta ci dissero che avevamo una visita importante. Arrivò un gruppo di persone. Jalics sentì che uno era Bergoglio”, dice.
“In che modo lo sentì?”
“In circostanze come quelle uno riconosce il proprio carceriere anche dai battiti del cuore”».
«Un laico (…) aggiunge dettagli cupi. “Dai particolari di cui erano a conoscenza e dalle domande che gli rivolsero alla ESMA, Yorio si dice convinto che Bergoglio, o qualcuno a lui molto vicino, fosse presente agli interrogatori. Se Yorio si salvò fu per l’intervento del Vaticano. Bergoglio è stato un delatore”».
Quando ormai al sicuro in Germania, Jalics chiede alla Direzione nazionale del Culto di aiutarlo nella richiesta del passaporto, padre Bergoglio invia questa nota, per richiedere che non si desse corso all’istanza: “Padre Francesco Jalics. Attività disgregante in Congregazioni religiose femminili (Conflitti di obbedienza). Detenuto nella Scuola di Meccanica della Marina dal 24/5/76 al XI/76 (sei mesi) con l’accusa, insieme a Padre Yorio, di sospetti contatti con guerriglieri. Vivevano in una piccola comunità che il superiore gesuita sciolse nel febbraio del 1976 e si rifiutarono di obbedire sollecitando l’uscita dalla Compagnia il 19/3, ricevettero l’espulsione, il padre Jalics no perché ha fatto voti solenni. Nessun Vescovo della Gran Buenos Aires è stato disposto ad accoglierli”.
Una nota della Direzione del Culto all’arcivescovato di Buenos Aires dice: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia in Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso, con gran sostegno dall’esterno e da certi vescovi terzomondisti, hanno cominciato una nuova fase”.
L’idea generale che ci si fa è che Bergoglio, intimo con Massera, al quale l’università del Salvatore alle dipendenze della Compagnia del Gesù di Buenos Aires diretta da Bergoglio conferisce una laurea honoris causa, nel 1977, cerchi di ripulire la sua Compagnia dagli elementi vicini all’attivismo sociale etichettato all’epoca come “sovversivo” e che per farlo agisce direttamente o indirettamente in collaborazione con la dittatura.
Ma nel libro ci sono dichiarazioni anonime, sensazioni, deduzioni e quel documento che però è posteriore al sequestro e alla liberazione di Yorio e Jalics. Non c’è quindi, a mio parere una prova schiacciante di questa collaborazione. C’è quanto basta per un forte sospetto. Un sospetto che la Chiesa potrebbe togliere (o confermare) soltanto aprendo i suoi archivi e dicendo tutto quello che sa su quegli anni.
Ma oltre al sospetto c’è una certezza. La certezza che mai padre Bergoglio, nei sette anni della sanguinosa dittatura, si sia espresso pubblicamente contro la desaparicion, le torture, l’annientamento di un’intera generazione argentina. Altri religiosi lo hanno fatto. Lui no.

Enrico Calamai descrive la sua esperienza in Argentina ricordando la tragedia di Antigone: “Io non posso pensare alla mia esperienza in Argentina senza ricordare immediatamente la tragedia di Antigone, che è la tragedia dell’individuo, la tragedia del rapporto tra singolo e potere. Così come la tragedia di Edipo segna il limite che all’individuo deriva dall’appartenere alla famiglia umana, la tragedia di Antigone segna questo ambivalente rapporto fra singolo e potere. Il singolo è sempre contrapposto al potere. Il singolo non esiste se non c’è il potere, ma d’altra parte se non si oppone al potere cessa di essere uomo. Io credo che Antigone si sacrifica perché è l’unico modo paradossale per continuare ad appartenere all’umanità. Se Antigone avesse accettato la violazione dei valori fondanti della società umana ad opera del potere, avrebbe smesso di essere umana, non si sarebbe più riconosciuta come essere umana. Credo che nel mio caso, la mia situazione molto particolare, cioè di funzionario diplomatico, mi dava degli strumenti che mi permettevano di oppormi, mi dava degli strumenti che mi costringevano a scegliere fra continuare a essere un essere umano opponendomi o non riconoscermi più in quanto essere umano accettando l’arroganza del potere; quindi la scelta era automatica”.

Le fonti per questo testo sono le interviste a Enrico Calamai, Claudio Tognonato, Sergio Flamigni e i libri Il volo e L’isola del silenzio di Horacio Verbitsky, L’Argentina non vuole più piangere di Italo Moretti e Niente asilo politico di Enrico Calamai.

Link all’articolo originale: http://thisishooverville.wordpress.com/2013/03/16/su-argentina-chiesa-e-bergoglio/

Foto • 1886, guerrieri Apache Chiricahua

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