Il ritorno dello Stato forte

polishing the eagle

L’intemperanza della storia parla per bocca dei visionari. Malgrado l’altisonanza di questa frase, nel suo significato c’è ben poco di affascinante, di romantico o di nobilitante. L’intemperanza della storia è, né più né meno, lo schizofrenico movimento per cui, come diceva un altro folle come Hegel, ogni momento pone le basi per la sua stessa successiva negazione, preparandosi a diventare altro (senza annullarsi, anzi trovando così conferma ontologica, particolare interessante), e poi, quasi sempre, di nuovo quello precedente. Sempre diverso, sempre lo stesso. I visionari, che di questa dinamica da disturbo bipolare parlano spesso senza neppure saperlo, sono a volte persone normalissime e insospettabili. Come la neoeletta capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle.

La querelle gossipolitica è indubbiamente succosa. Però ora trovo più interessante sorvolarla e ridare alle varie Roberte Lombardi (e controparti) il metaruolo che la storia riserva loro, anche nel caso che queste ne siano del tutto ignare. Il punto, insomma, è che la signora appena arrivata in Parlamento dice nel suo blog cose molto consistenti con quello che è il fermentare della storia. In effetti la questione è di una semplicità disarmante.

Mettiamola giù semplice. Nel ventesimo secolo sono accadute paecchie cose degne di nota, tra cui sicuramente anche la rimonta di quello che tempo addietro veniva chiamato ancien régime.

Le conquiste politiche e sociali degli ultimi due secoli alla fine avevano dato i loro frutti e questi frutti erano i moderni stati-nazione a orientamento democratico. Paesi in cui, pur con enormi difficoltà, si stipulavano carte costituzionali che sancivano la sovranità popolare, carte che erano la fonte primaria del diritto. Anche la scienza aveva prodotto degli strumenti molto potenti al servizio del bene collettivo come la macroeconomia di Keynes, la cui firma compare in calce al New Deal rooseveltiano che resuscita l’economia statunitense dopo i bagordi liberisti e la frenesia borsistica. Uno Stato forte, così intrinsecamente legato al popolo attraverso le leggi e la rappresentanza democratica, produce alla lunga una collettività forte, troppo forte per le élite aristocratiche industriali e postindustriali. I cittadini, grazie a istituzioni come il parlamento e le rappresentanze sindacali, finiscono per acquisire troppi diritti e succede che i flussi di ricchezza tendono entro certi limiti a una redistribuzione dall’alto verso il basso. Detto in parole povere, tra gli anni 50 e gli anni 70 stavamo tutti diventando troppo forti, politicamente parlando. Questa storia, decise qualcuno, doveva finire.

La “struttura arcaica degli stati-nazione”, con la sovranità legislativa, monetaria e industriale distribuita su base democratica, doveva finire in cantina, essere abolita. Bisognava togliere potere alla gente. Una interessante coincidenza e sinergia di sforzi ai due lati dell’Atlantico ha messo in piedi durante la seconda metà del secolo scorso questo poderoso attacco agli Stati. L’America di Edward Bernays e Walter Lippmann (già all’inizio del Novecento) introduce una concezione scientifica di controllo e creazione del consenso in una società di massa; quindi perfeziona l’impianto concettuale del neoliberismo attraverso il lavoro di Milton Friedman, l’università di Chicago e la progenie di think-tank che si creeranno a partire dagli anni 70. Con Friedman, premio Nobel per l’economia, il pensiero neoliberista diventa la base del neocolonialismo, quello senza i cannoni e gli schiavi ma egualmente efficace.

Al di qua dell’oceano anche in Europa si lavora febbrilmente per togliere di mezzo la presenza ingombrante degli stati-nazione dal sentiero del mercato globale e globalista. Alcuni economisti francesi come Francois Perroux, Robert Schumann e Jean Monnet, gli ultimi due al soldo del complesso industriale franco-tedesco, cominciarono a disegnare i primi lineamenti di un mastodontico apparato sovranazionale europeo, che sulla carta avrebbe dovuto contrastare il potere degli Stati Uniti, ma in realtà doveva funzionare come cavallo di troia per infine esautorare gli stati e con essi i loro cittadini. È la storia dell’Unione Europea, che guarda caso procede di pari passo, solo per guardare entro i nostri confini, con il grande piano di saccheggio dell’Italia a suon di privatizzazioni selvagge, cominciato nel 1992 (stesso anno del Trattato di Maastricht) sul famoso panfilo Britannia.

Il trend è ormai esplicito. Sul lato politico-istituzionale l’Unione Europea drena a suo favore sempre maggiori porzioni di sovranità nazionale degli stati, a partire dalla fondamentale ruberia della leva valutaria imponendo una moneta che nessun paese dell’eurozona può gestire attivamente. Sul lato industriale, gli asset di intere nazioni (servizi pubblici a monopolio naturale come l’acqua, ma anche telecomunicazioni, trasporti, energia e manifatture) vengono svendute a gruppi privati per un tozzo di pane, secondo il solito copione per cui i profitti vengono massimizzati (aumento delle tariffe) e privatizzati, ma i costi (servizi peggiori, manutenzione a carico dello Stato e minori introiti fiscali grazie alla delocalizzazione) continuano a impattare sul pubblico. Che perde quindi non una, non due, ma tre volte. Questo è il saccheggio degli Stati-nazione, questo è il piano neocolonialista, neoclassico neomercantilista delle élite aristocratiche, che dopo i fasti dei secoli scorsi erano state ridotte in una posizione di svantaggio dalle conquiste delle moderne democrazie. Quelle, per dirne solo una, che avevano prodotto in Italia nel 1970, a firma Gino Giugni e Giacomo Brodolini, uno dei più potenti statuti dei lavoratori del mondo occidentale.

In tale orribile visione del mondo noi siamo destinati a diventare poveri, perché mantenere il nostro tenore di vita fatto di troppi diritti e troppe garanzie, welfare e tutto il resto, nel mercato globale non conviene più, non ha più senso dal punto di vista del profitto. Toglierci tutta la ricchezza, tutti i diritti, serve a fare di noi quello che Marx chiamava “le armate di riserva dei disoccupati”, masse enormi di gente che accetterà di lavorare a prezzi sempre più bassi perché è ormai quello il modo migliore per massimizzare i profitti. Dopotutto per corporazioni svincolate dal terreno su cui hanno messo fondamenta (gli Stati non hanno più la forza di richiamarle all’ordine) è un niente far crollare la domanda aggregata interna e dirigersi verso mercati e consumatori all’altro capo del mondo. Qualcuno che comprerà le loro merci prodotte a due lire lo troveranno sempre. Ecco cosa significa piano neomercantilista.

Le ricorrenze della storia sono quindi abbastanza evidenti, se si regola bene lo zoom. Stato debole, poi forte, poi di nuovo debole. È come un pendolo. Non nel senso che ci sia una ricorsività rigorosa, matematica, negli esiti degli scontri sociali e di classe. Ma nel senso che ogni momento produce da sé la necessità e l’esigenza del suo antitetico, necessità che sbocciano, si animano e infine esplodono in seno all’immaginario collettivo, al sentimento pubblico. Anche se all’inizio tutto accade sotto il pelo della coscienza.

Viviamo in una temperie globale in cui tutto ciò che è pubblico è sotto attacco e viene vampirizzato a esclusivo beneficio del privato. In questo caso però “pubblico” significa dello Stato, quindi della collettività, mentre “privato” significa semplicemente di chi ha abbastanza soldi per poterselo comprare. Stiamo parlando del mercato globale, quello dei proprietari dei grandi capitali d’investimento, non stiamo parlando dell’azionariato sociale sbandierato all’inizio degli anni 90 con gli slogan “diventa anche tu comproprietario dell’Italgas”.

Io credo che questo sia l’humus perfetto per la nascita di una nuova esigenza di Stato forte. Sempre che si faccia in tempo, che non muoia definitivamente. L’istanza di ricreare una comunità potente, attiva e autarchica, tramite il riaccentramento dei poteri nella parte alta delle istituzioni, ma con una veste che produca nella collettività l’immedesimazione in essa, è, se vogliamo, un moto fisiologico, credo ci sia da aspettarselo. Quando leggo le esternazioni sul fascismo di Roberta Lombardi, che riecheggiano con minore eleganza e sofisticheria quelle di Beppe Grillo, non mi meraviglio assolutamente. Siamo di  nuovo nella fase storica in cui si cerca – almeno una fetta della società, ma una fetta, come abbiamo visto, molto rappresentativa – una riscossa a livello nazionale, una vela che ci guidi tutti fino a un porto sicuro.

Qui ha anche ragione, magari solo contingentemente, il leader del Movimento 5 Stelle quando cerca di far buttare alla gente il cuore oltre l’ostacolo, ovvero oltre la tradizionale cesura ideologica tra destra e sinistra. È vero: lo stato forte, la sua esigenza, è qualcosa che, da un punto di vista della psicologia collettiva, anticipa geneticamente le distinzioni tra sinistra o destra. Il colore che sceglie un paese quando decide di darsi un nuovo corpo di acciaio autoprodotto, una testa e un cuore che guidino con autorità il resto dell’organismo, può essere il nero o il rosso, di fatto poco cambia. Quello che sta dicendo Grillo è semplicemente che dobbiamo tornare a essere uno Stato forte. Tutte queste distinzioni, antinomie, scissioni e sofisticherie interne ci stanno distruggendo. Dobbiamo tornare a essere uno. Stabilire chi sia il nemico, che in queste narrazioni è sempre qualcuno fuori dal corpo comunitario o sempre in pericolo di diventarlo (la “ka$ta”). È ovviamente una grande operazione di semplificazione, e certamente implica una strategia di plasmazione del consenso (interno, ma è un interno che spinge centrifugamente per inglobare sempre più il fuori da sé, tendenzialmente fino ad annullarlo). Ma, ripeto, ha un che di fisiologico, il che vuol dire naturale. Almeno come esigenza primigenia.

Anche il sottoscritto, di dichiarata propensione anarchica, quindi teoricamente nemico dello Stato (debole o forte che sia), avverte l’esigenza di strappare le leve del potere ai privati per ridarlo al pubblico, per il semplice motivo che il pubblico siamo noi. Il problema è, come sempre, cosa fare di queste leve una volta che le avremo (se mai accadrà) nuovamente in mano. È precisamente qui che tornano con prepotenza le due categorie della destra e delle sinistra, che mai cesseranno di avere senso e significato finché esisteranno le profonde contraddizioni che segnano la società. Ed è qui che Beppe Grillo bara, dicendo al suo elettorato che bisogna andare oltre le ideologie. Perché destra e sinistra non sono ideologie ma categorie di precomprensione, e chi parla così lo fa perché ideologicamente connotato e motivato. Sta dando al “popolo” una versione modificata e ammorbidita della storia, tacendogli il finale perché troppo ostico da maneggiare, come si fa coi bambini. Infatti, come nel caso di qualsiasi regime non democratico, torniamo ad avere a che fare col modello del padre autoritario, che dà ai figli una versione redacted della realtà e che non li lascia padroni della propria libertà, perché non la saprebbero amministrare coscienziosamente.

Se fossi uno che si fa guidare dalla narrazione a occhi chiusi, che si “fida” del narratore, forse mi avrebbe sedotto la storia grilliana di una nuova autarchia a chilometri zero, biciclette e detersivi fatti in casa. Una storia in cui il nemico è immediatamente identificabile (ecco un altro frame di potenza mostruosa, quello del nemico facile) e in cui basta seguire una lista di intenzioni stilata dal leader per appianare qualsiasi differenza e individualità. Un po’ come negli stadi individuare i colori sociali dell’altro tifoso lo trasforma immediatamente da potenziale nemico a fratello.

Però non ci riesco, perché per me la narrazione è tutto, è sempre stata tutto. La studio e la analizzo con ossessività per scardinarla e indovinarne la natura nascosta, i sottotesti, i sottintesi. Ciò che non viene detto pesa il doppio di ciò che è esplicitato. Anticipo il finale, lo riscrivo, lo modifico nella mia testa finché non diventa come lo avrei scritto io. Non mi piace necessariamente la narrazione forte, mi piace che a esser forte sia il lettore.

Così, se pure potrei trovarmi d’accordo con la fase grilliana attuale, perché anche io auspico un restituzione di ricchezze e potere dai vampiri (le neo-aristocrazie finanziarie) alle loro vittime (gli stati democratici), so bene che tale coincidenza è congiunturale e finirà presto. Nel finale del libro di Grillo c’è una qualche forma di società inscritta nelle nuove tecnologie del web; se si tratta di un lieto fine ci saranno ancora conflitti sociali e quindi comunque ci sarà una destra e una sinistra. Se si tratta di un finale horror avremo tutti una sola testa ma non sarà la nostra e in quel caso sì, destra e sinistra saranno solo le due mani dello stesso corpo.

Nel finale del mio libro invece le contraddizioni sociali non si estingueranno mai, ma smetteremo di farci guerre sanguinose gli uni con gli altri, il profitto non guiderà se non una parte piccolissima della nostra esistenza, ci dedicheremo molto di più all’ozio che al negozio e farci carico della sofferenza altrui sarà diventata una cosa normale. E infine avremo scoperto, dopo secoli di tribolamenti, che siamo infine diventati adulti e non abbiamo più bisogno di uno Stato che ci faccia da padre.

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