La variabile invariante

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Lo scenario post elezioni è ancora caldo fumante, con la terribile prospettiva dell’ingovernabilità e l’impossibilità formale di uno scioglimento delle camere, almeno fino a maggio, per via del semestre bianco. Però qualche ipotesi e qualche valutazione si possono fare. L’importante è tener conto di tutte le variabili, non solo quelle in primo piano, e saper interpretare bene i numeri andando oltre l’aritmetica. Perché se è verissimo che il M5S è il primo partito e i numeri parlano chiaro, è anche vero che la politica non è fatta dai numeri ma, come ogni altra cosa, dalla loro corretta interpretazione.

C’è un primo dato importante, a proposito di cifre: l’affluenza è diminuita ulteriormente. Grillo dunque non è riuscito a motivare il partito degli astensionisti, a farlo andare alle urne ridandogli speranza. Quello che ha fatto è stato succhiare voti dalle grandi sacche del Pd e del Pdl, convogliando nel suo movimento i delusi di entrambi i partiti. In secondo luogo, e questo è un dato macroscopico, il Pdl ha risentito pochissimo di questo drenaggio. L’Italia è andata a dormire ieri sera con lo sbigottimento di un Berlusconi redivivo, una specie di saga horror che non finisce mai. Dove plausibilmente Grillo è andato a trovare la maggior parte dei voti, dunque, è stato al centro, presso la Lega e tra la sinistra. Soprattutto tra la sinistra. Bersani è il primo partito eppure la sua missione, lo smacchiamento del giaguaro, è completamente cannata. È riuscito a prendere addirittura meno voti di Veltroni.

Anche Grillo però non è riuscito a scalfire lo zoccolo durissimo del Cavaliere, e questo è un dato molto interessante, considerando che nell’immaginario grillino e negli infervorati discorsi del leader il berlusconismo rappresenta lo stereotipo della casta e di tutto ciò che più va cambiato nella classe politica italiana. Non l’unico, ma il più evidente, il pesce simbolicamente più grosso, per così dire, quello più odiato. Eppure Berlusconi ha sfiorato il successo, se guardiamo agli stessi nudi numeri che hanno portato a esultare i militanti del M5S.

Berlusconi ha sfiorato il successo ma non ha vinto. Bersani ha la maggioranza alla camera ed è in testa al Senato, ma non ha vinto. Grillo ha fatto un grande exploit, anche se al pari di Bersani ha cannato la sua missione antiberlusconiana, ma non può governare. Non ha vinto nessuno, il che vuol dire che hanno perso tutti.

Vero è che la situazione è ancora in progress. Ma è incontrovertibile che il Paese stamattina, dopo una nottata con gli occhi sbarrati, si è svegliato paralizzato, con la borsa giù e “spreddato” dai mercati per l’ennesima volta.

I mercati, ecco un altro parametro da considerare. O meglio, più che i mercati l’Europa. Perché forse stiamo dimenticando un parametro importante, un attore di primo peso, convinti che Monti sia stato sconfitto, relegato in una posizione marginale. Ma Monti non era Monti, non lo è mai stato. Si è sempre trattato di un emissario calato tra noi da lassù, da Bruxelles e Berlino, un esattore fiscale per conto terzi che ha utilizzato lo spauracchio dei mercati per i fini e il tornaconto della Troika. Monti è un uomo della UE, intercambiabile come tutti questi tecnomorfi. Ecco chi è l’attore di cui non si sta tenendo conto: la UE.

È così improponibile lo scenario di un nuovo governo artificiale salva-Italia sintetizzato apposta per salvarci dal baratro finanziario in cui ancora una volta il torpedone italiano sta per precipitare, non per ignavia del guidatore, ma perché stavolta il veicolo è “strutturalmente” non pilotabile?

(“strutturalmente” vuol dire, in realtà, in maniera non casuale, tutt’altro. Questo disastro non sarebbe accaduto se avessero cambiato la riforma elettorale, che sta in piedi dal 2005 e nessuno ha mai tolto. Ora sappiamo perché.)

Si potrebbe obiettare che di fronte a un altro attacco di panico da spread, alla calata dell’ennesimo “UE-man” che agita lo spettro greco in faccia agli italiani, stavolta non ci faremo fregare. Anche perché stavolta c’è una forza nuova in campo che può arginare le ingerenze di Bruxelles, una forza fresca e pimpante che non vede l’ora di esercitare un po’ di sana autarchia, alla faccia dei diktat esterni. La forza del M5S.

Dopotutto non è che si possa sperare nel Pd, che zerbino degli europeisti lo è stato da subito e anche dichiaratamente, asserendo che l’agenda Monti l’avrebbero portata avanti loro stessi. Né si può sperare in Berlusconi, espressione di un modo di intendere l’italianità e il potere che più egoista non può essere, capace di contrastare Monti soltanto per mera strategia elettorale. Sembra insomma abbastanza chiaro che ad arginare l’ennesima calata dei cyborg europeisti, con il loro piano di austerity che salva le banche a scapito della gente sia rimasto solo il Movimento 5 stelle. Proprio qui casca l’asino.

Perché ciò sia possibile, si dovrebbe trattare di un partito forte, molto forte. Non sembra tuttavia il caso della creatura di Grillo. Il cui stato di salute è innanzitutto rivelato dai due dati contemplati prima: non aver riattivato l’area dell’astensionismo e non aver fermato Berlusconi. Limitandosi insomma a vampirizzare un centro esanime, una Lega senza più smalto e un Pd che ha fatto da sempre del masochismo la sua vocazione.

Sono abbastanza d’accordo con Wu-Ming quando dicono che il grillismo è un fenomeno che ha la caratteristica di sequestrare tutte le forze e le istanze rivoluzionarie italiane che più avevano voglia di attivarsi e di cambiare le cose. L’ex comico è andato in giro per la penisola per anni, rastrellando tutti gli scontenti a cui prudono più le mani, tutti quelli su cui, tecnicamente, più sarebbe da contare per una vera rivoluzione culturale, un cambio di paradigma. Tra questi ci sono sicuramente individui discutibili e opportunisti, ma ormai è chiaro che c’è anche fior fior di gente. Il problema è che li ha davvero fatti ostaggi, incantandoli con una narrazione ipnotica dai contorni vagamente orwelliani. Basta ripensare alla liturgia collettiva del Vaffanculo-day e paragonarla al Rito dell’odio descritto in 1984 (cosa piuttosto divertente, è lo stesso Grillo a citare il celebre passaggio del romanzo a settembre scorso, ma lo fa per parlare dell’atteggiamento della stampa e della casta nei suoi confronti).

Questa gente è stata letteralmente rapita, la sua anima politica e rivoluzionaria è stata presa e catturata, poi messa sotto ipoteca. Impedendogli di nuocere. Ed è un peccato, perché probabilmente è davvero la parte più vitale della società, quella a cui ancora va di attivarsi, di militare, che ha voglia di credere e di sacrificarsi. Ma per cosa lo sta facendo? Per chi? Per uno che tiene in un vaso tutto il loro spirito, lo tiene ben chiuso sul caminetto della sua villa da milionario. Se può sembrare un’esagerazione, basta vedere il comportamento di Grillo e dei (veri) politici del Movimento il giorno dopo le elezioni. I militanti, che si sono fatti in quattro e hanno vinto infine il posto in parlamento, sono praticamente muti. L’unico che si sente parlare è Grillo.

«Andrò da Napolitano. Gli proporrò Dario Fo».

Prego? Può ripetere? È una battuta?

Perché mai è lui, anche adesso, a dire, fare, decidere? Se fossero vere le sue predicazioni, non dovrebbe farsi da parte e lasciare una buona volta la palla a chi siederà ai posti di comando? No. Non lo fa neppure adesso. La consegna del silenzio non era limitata solo alla televisione.

Quest’uomo ha hackerato il sistema elettorale italiano e le regole del suo stesso partito. È di fatto al potere senza esser stato eletto, e pur avendo la fedina penale sporca, contravvenendo quindi alle regole del Movimento. Senza di Grillo i suoi ragazzi non si muovono, non decidono. Però saranno loro a dover lottare nell’arena politica, di fatto. Un’arena che si prevede bollente e che farebbe tremare le vene ai polsi anche ai mandarini più esperti. Come governare un’Italia col Parlamento spaccato in tre? Come valutare caso per caso, legge per legge, riforma per riforma, avendo a un lato quelli del Pd e all’altro quelli del Pdl che arrotano i coltelli? Per non parlare, appunto, delle pressioni della Troika.

No, Bruxelles con ogni probabilità arriverà e ci falcerà. È già successo nel 2011, quando la situazione politica era formalmente molto più stabile: avevamo un governo, una maggioranza strana ma c’era. Questi ragazzi finiranno tritati dai cingoli tedeschi, dalle alabarde dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Arriverà un nuovo emissario, un altro T 1000 dalle sembianze umane, poco importa se Monti o un altro, e tutti benediranno la sua venuta, che ridarà fiato al polmone della borsa e abbasserà la pressione insostenibile dei tassi sui Btp.

E andrà bene a tutti.

Andrà bene ai berlusconiani, tronfi della resurrezione del loro messia e soddisfatti del fatto che comunque l’uomo della UE dovrà chiedere (simbolicamente, ovvio) il permesso anche al Pdl per entrare a Palazzo Chigi. Ed essendo loro, come giustamente afferma Grillo, una parte ancora relativamente immune agli effetti della crisi, se non altro per ceto, per tenerli buoni basterà dar loro questa percezione di vittoria insieme a qualche leggina ad hoc, con la firma del cavaliere che se ne prenderà il merito, leggina che faccia loro risparmiare un po’ di grana (abolizione dell’IMU tassando qualcosa di diverso, sgravi fiscali, condoni, o comunque soldi che verranno presi, come al solito, dagli strati più bassi della società e non da loro).

Andrà bene ai bersaniani, che avendo fatto una delle figure barbine peggiori della storia dell’italia repubblicana, sono quelli che possono storcere il naso meno di tutti. Si prenderanno il merito di stendere ancora una volta il tappeto rosso a un governo tecnico che salva la nazione dal baratro greco. E comunque loro l’agenda Monti avevano detto da subito che l’avrebbero proseguita, al grido di quell’invasato di Bersani che dichiarava di volere “il massimo di Europa possibile”.

Infine andrà bene ai grilliani, che preda di questa nuova ipnosi collettiva gongoleranno a lungo per una vittoria più formale che di sostanza. Si godranno una rivincita miope sul resto del mondo che non li aveva mai presi seriamente in considerazione; come di fatto già stanno godendo da ieri sera, quando c’è in realta ben poco da “godere” e la situazione è tra le più cupe di sempre, con lo spettro di una crisi che allunga ombre sempre più fitte su tutto il mondo occidentale. Poco male a ogni modo, dal loro punto di vista: troppo giovani per pensare davvero di governare da soli, avevano ben previsto di dover inizialmente fare la parte dell’opposizione e quello faranno. Molto più comoda e meno responsabilizzante.

Accontentando tutte le fazioni politiche, come sempre, chi perderà sarà il sistema-paese. Si sarà trattato di un vertiginoso detour pieno di mortaretti ed emozioni e finti cambiamenti, per finire al punto di partenza, un punto che sta scritto in un trattato ratificato nel 2008 con voto unanime dal Parlamento, quello di Lisbona. Quello in cui si dice che la sovranità non spetta più né al popolo né alla casta ma a grigie istituzioni che nessuno elegge e che neppure dimorano in Italia. Il gattopardismo finale.

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