Astensionismo Reloaded

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Siamo sul Titanic. L’iceberg si staglia minaccioso davanti a noi, resta poco tempo prima dell’impatto. Sul ponte principale ci sono tre uomini che stanno parlando in maniera concitata, attraendo un sempre maggior numero di passeggeri, ormai presi dal panico. Ognuno di loro propone un piano diverso per salvarci da quella che sembra una morte inevitabile. Il primo sostiene che bisogna spostarsi tutti a poppa, perché l’impatto arriverà da prua e più lontani si è dall’urto meglio è. Il secondo dice invece che bisogna spostarsi in alto, perché comunque la nave è destinata ad affondare, quindi chi sta in alto morirà per ultimo e chissà, alla fine farà in tempo a venir salvato dai soccorsi. Il terzo è invece convinto che bisogna montare sulle scialuppe di salvataggio perché la nave è condannata e nessuno arriverà in tempo a salvarli. Il problema è che le scialuppe sono pochissime, ce n’è una ogni venti persone. E sono già quasi tutte piene, perché i passeggeri delle prime classi, più vicini ai mezzi di salvataggio, si sono subito lanciati su di esse.

Solo alcuni voci sparse, praticamente tutte inascoltate, tentano di indirizzare l’attenzione sul timone: una virata drastica, all’ultimo istante, forse potrebbe evitare il peggio. Ma l’attenzione dei passeggeri è tutta catturata dai tre sul ponte principale. C’è un grande dibattito su chi abbia ragione, che poi diventa semplicemente su chi sia più conveniente seguire.

Io non scelgo nessuno dei tre, io sono uno di quelli che ha parlato con un macchinista e gli è stato spiegato che qualche minuto ancora per correggere la rotta, forse, è rimasto. Ma la strada alla plancia è interdetta ai semplici passeggeri. Una fiumana di persone imbestialite probabilmente riuscirebbe ad avere la meglio su quelli che impediscono l’accesso alla sala comandi. Ma io, da solo, non ho alcuna possibilità. Cerco di coinvolgere qualcuno, però mi dicono che non c’è tempo per le cazzate, qui si deve scegliere, ognuno deve fare la propria mossa. Mi chiedono: tu chi segui? Con chi stai? Con quelli che si rifugiano a poppa, quelli che si rifugiano in alto, o quei pochi fortunati che hanno il posto in scialuppa? Io rispondo che non scelgo nessuna delle tre opzioni, perché in nessuno di quei tre casi il Titanic si salverà. In breve tempo resto solo sul ponte. Ogni tanto qualcuno mi passa accanto, correndo per andare a mettersi al riparo dove qualcun altro gli ha detto di farlo, e mentre mi sfiorano mi lanciano uno sguardo allibito. «Pazzo, irresponsabile!», li sento gridare. Io non mi do per vinto e continuo a vagare per la nave sperando di incontrare gente che la pensi come me, o di convincere qualcuno. Il tempo però sta per finire.

La scelta di non votare è, in linea di principio, contemplata dalla democrazia rappresentativa, che è la forma di democrazia che l’Italia, come tutti gli stati moderni democratici, ha adottato. Se nessuno ti rappresenta chi voti? Sgomberiamo subito il campo dalla filosofia del meno peggio, quella che Montanelli riassumeva col gesto di turarsi il naso e che ci è stata propinata fino a oggi, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Se si tratta della nave che affonda non esiste il meno peggio, non esistono sfumature, approssimazioni o compromessi. Non si sta scegliendo un piatto da un menù, che uno può dire: mannaggia, è finito il maialino da latte al forno, vabbè prendo l’abbacchio a scottadito, che nel menù è il sapore che più ci si avvicina. Non funziona così. Forse se andasse tutto bene, se ci fossero soltanto delle aggiustatine minime. Se sulla nave fosse da cambiare l’orario del pranzo o la musica dell’orchestra. Ma lì davanti c’è un iceberg.

In teoria l’astensionismo sarebbe un’azione potentissima. Tutt’altro che un atto politicamente neutro. Basta pensarci un momento. Si mette un quorum, che già esiste nei referendum (che strano), per il semplice motivo che non può esser sufficiente una maggioranza relativa risicata anche fino all’osso per decidere quale sia la rotta che il Paese deve seguire. Sennò vengono fuori casi come quello del Pdl, votato di fatto da un sesto dell’elettorato, che comunque finisce in sala comandi.

E se il quorum non viene raggiunto? Vuol dire che le proposte politiche non convincono, non sono sufficienti, o puzzano di ricopertinatura loffia di vecchie forze che non dovrebbero sopravvivere. Queste vecchie forze cambierebbero in quattro e quattr’otto. Altro che sgolarsi da una vita nelle piazze gridando “tutti a casa”, quando poi a casa siamo noi a non mandarceli. Perché non c’è niente di meglio nel menù.

Cambierebbero in quattro e quattr’otto perché un paese non può permettersi di restare senza guida: la comunità internazionale ci spolperebbe fino all’osso, i mercati ci cannibalizzerebbero. È un atto di forza, lo so. Come tutti gli atti di forza non è comodo né privo di pericoli. È anche un atto di coraggio, e come tale rifugge la viltà della convenienza, rifiuta il primato del pragmatismo. La forza e il coraggio, siamo onesti, se li può permettere una società in salute. Altrimenti, come un tossico, ti attacchi a tutto, basta che ti arrivi la dose che ti permette di sfangare la giornata. Domani si vedrà. Una società sana, abituata a confrontarsi col pericolo senza infingimenti, a cui non puoi raccontare che per salvarsi basta rifugiarsi a poppa, è capace di maneggiare il fuoco, è capace di fronteggiare l’enorme rischio di stare sei mesi senza una guida mentre riorganizza da capo le proprie offerte politiche e torna alle elezioni, stavolta con delle proposte serie. Non favolette per bambini tipo che per evitare il naufragio basta riverniciare di verde le scialuppe.

Il problema è che non siamo più una società sana. Uno dei motivi è proprio nel rapporto da sempre instaurato con la nostra classe dirigente, che poi rimanda al rapporto degli uni con gli altri e, in fondo in fondo, con noi stessi. A forza di affidarci all’uomo della provvidenza, che ci consigliava e/o ci imponeva la ricetta miracolosa, abbiamo fatto come i tossici. A forza di votare il meno peggio, che è come dire la dose giornaliera, siamo arrivati a un punto che NON possiamo più impegnarci in questo braccio di ferro, in questa sfida con noi stessi rifiutando un’offerta politica che non è soddisfacente. Siamo arrivati al punto che qualsiasi offerta politica ci deve andare bene per il fatto stesso che c’è. La storia dal dopoguerra a oggi ce lo conferma. Un declino inarrestabile, prima lento, poi sempre più veloce.

(Diceva Alberto Sordi: «Ma io voglio bene a questi italiani incapaci di governarsi da soli. Non è colpa loro, ricòrdatelo. Sono così perché non hanno mai avuto grandi esempi da seguire e grandi leader di cui fidarsi».

Non è colpa loro? E di chi? Eccovi il punto di vista di un uomo di destra.)

La trappola del quorum mancante, che trasforma l’atto democratico del voto nella sua perversa parodia, non è l’unico dispositivo utilizzato per sterillizzare l’azione più politicamente forte che ci sia. Ce ne sono di più potenti, perché non tecnici. Sono le favole, le narrazioni. Le narrazioni agiscono sotto il pelo della comprensione razionale, là dove l’individuo non solo è più molle, ma, come ci insegna Freud, tende a maturare le decisioni più importanti: la sfera dell’irrazionale e dell’emotivo.

Che l’astensionismo sia una specie di tabù per moltissime persone, nonostante costituisca il partito della stra-maggioranza e aumenti sempre di più, è un incontrovertibile datto di fatto. I nodi, i vertici di questa cornice narrativa sono molteplici. Prima di tutto c’è il sottrarsi a un dovere. Se non voti non stai facendo il tuo dovere di cittadino. A questo si aggiunge il corollario terribile: quindi ti devi far andare bene tutto ciò che capita, perché hai delegato altri. O la variante tecnicista (non so neppure se sia vera di fatto e non mi interessa): il non voto è un voto regalato al partito che prende la maggioranza dei voti. Ma, estendendo il principio del dovere del cittadino fino al massimo, è la stessa cosa delle elezioni nei regimi totalitari a partito unico: anche là ti dicono che se non voti non stai facendo il buon cittadino. Eppure in quei casi di ipodemocrazia conclamata il cittadino dissidente (da fuori) è visto come un eroe.

Poi c’è l’idea che se non vai alle urne stai offendendo la memoria di tutti quelli morti per far sì che oggi tu possa votare. Questo è un colpo basso, come tutte le mosse che mirano all’organo che secerne il senso di colpa. Eppure io ho le idee chiarissime e questa mossa non mi fa vacillare neanche un po’. Paradossalmente, sono dell’idea che il voto sia un’idea e un atto così importante che non vada sprecato come ci stanno imponendo di fare (anche a suon di colpevolizzazioni) da tanto tempo. A mio modesto avviso chi sta infangando la memoria di quella gente non sono io e tutti quelli che non votano, ma chi si vende la casacca per un piatto di lenticchie nei corridoi di Montecitorio, conservando artificialmente in vita un governo che dovrebbe morire. O chi traccheggia fino all’ultimo facendo finta di cambiare una legge elettorale, mentre chiunque sa benissimo che nessuno di quei signori ha davvero intenzione di modificarla. Perché così una buona parte di parlamentari saranno al riparo dalla deselezione di chi va a votare.

Detto fuori dai denti: come fa a non essere una buona ragione per rifiutare il voto il fatto che il porcellum sia rimasto in vigore? Perché, anche solo per questo motivo gravissimo ed esiziale per una democrazia che voglia dirsi davvero tale, non c’è stato un globale moto di rigetto, quello sì un suffragio universale? Perché anche soltanto UNA scheda è stata infilata in questi due giorni in un’urna montata in un seggio costituito in virtù di una legge elettorale che il suo stesso estensore ha candidamente definito poi una porcata?

L’ultimo angolo di questa cornice narrativa, ma forse il più forte, riguarda il fatto che siamo animali sociali. Preferiamo da sempre l’inclusione rispetto all’esclusione. Non tanto l’andare a votare in sé, ma l’aderire a un qualcosa di più grande, un movimento, un partito, una comunità, ci fa sentire dentro qualcosa, e da questo riparati. È come la Roma e la Juve. È bello non sentirsi soli, è bello incontrare per strada uno e capire che non è un estraneo perché ha la sciarpa coi tuoi stessi colori, allora rivolgergli un gesto, un saluto, magari abbracciarlo. Figuriamoci poi quando si tratta di politica: il sentirsi accomunati da ideali così profondi è un balsamo potente. Smuove le montagne e organizza eventi in piazza da miliardi di persone. Questo principio lo capisco profondamente. Niente da obiettare. Solo una chiosa a margine, non per smentirlo, semmai per rinforzarlo.

Anche un astensionista solitario e individualista, se ha una coscienza politica viva e sanguigna, vorrebbe tanto sentirsi parte di un gruppo di cui condivide le idee e gli obiettivi. La frase di Moretti sul fatto che lui si sarebbe sempre comunque sentito o voluto sentire parte di una minoranza, a prescindere, io non la capisco. Mi sembra la morte della politica. Una morte brutta, per avidità, rinsecchimento, taccagneria relazionale, la morte che uno si aspetterebbe dallo Scrooge di Dickens. Cos’è la politica se non la voglia e la necessità di essere insieme agli altri, volendo includere in questi “altri” il massimo possibile delle persone? Magari non tutte, è giusto così. Ma il massimo possibile.

Soprattutto se la nave su cui stai corre dritta contro un iceberg, e sai benissimo che da solo non puoi fargli cambiare rotta. Da solo puoi fare tante cose, ma non tutte. Per molte gli altri sono risorse fondamentali, necessarie per sopravvivere e andare avanti.

Foto • 1911: Invito per il varo del Titanic •

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