Sull’essere bravi

UK1940

Guardare la biomassa intellettuale italiana che fa tetraedro attorno all’establishment, che si trasforma in anticorpo contro le aggressioni esterne, è come guardare un film horror. Però è anche interessante analizzare le sue strategie. Vengono fuori cose ancora più orride.

Si rimprovera a Chiara Di Domenico di aver sbagliato bersaglio. Prendo a esempio le parole di Massimo Gramellini, che parla di “olezzo di forca” per aver esposto al “rischio di linciaggio” la figlia di Pietro Ichino. Dice che essere “figli di” non è né una colpa né un merito. Dice che è “pericoloso titillare la rabbia generale usando la scorciatoia dell’invidia sociale”. Però alla fine del suo post bipolare precisa che oggi anche Maradona resterebbe in panchina tutta la vita, se non fosse figlio di un altro Maradona.

In realtà la forca e il linciaggio sono scattati proprio contro la Di Domenico, perché gli anticorpi sono subito entrati in azione a difesa dell’elite. E gli anticorpi sono efficientissimi nello spostare la questione su un campo a loro congeniale, quello del merito. Impugnare il merito come parametro di distinzione sembra una cosa molto nobile, sembra avere a che vedere con la meritocrazia, col dare a Cesare quel che è di Cesare. L’equazione è molto semplice: la Di Domenico ha sbagliato bersaglio perché la Ichino jr. è brava.

Ma cosa significa essere bravi?

Delle due l’una. O ci si nasce o lo si diventa. Nel primo caso abbiamo a che fare con un mondo e una società di predestinati, in cui c’è poco da darsi da fare. Al massimo ci si può impegnare nel trovare il proprio esatto posto nell’organismo sociale, che però è già stabilito ab ovo.

Nel secondo caso essere bravi non è un qualcosa di fisso, non è uno “status assoluto”, bensì il risultato dinamico di un processo sempre in divenire. L’effetto di un’interazione tra la persona e il proprio ambiente. Einstein a scuola era una schiappa in matematica, tanto per fare un esempio banale.

Magari io non sono bravo (a fare una certa cosa) in un momento t della mia vita, ma nel momento t1 il caso (o il destino per chi ci crede) mi offre una possibilità. Diventare editor in una grande casa editrice a 23 anni, ad esempio. Il mio scenario esterno cambia radicalmente. Entro dentro una squadra, divento parte di un organismo lavorativo che mi stimola e mi influenza. Il primo modo in cui un individuo può essere stimolato a diventare “bravo” è facendo leva sul suo senso di responsabilità. Fargli capire che si sta contando su di lui e che ci si aspetta da lui il meglio possibile. L’effetto retroattivo è imponente, l’ho sperimentato sulla mia pelle più di una volta. È un circolo virtuoso in cui sei incoraggiato a sentirti, poco alla volta, sempre più capace, e con costanza, volontà e pazienza, alla fine questa autopercezione si può concretizzare in una realtà. Non sono solo le profezie negative che posso autoavverarsi.

Se questo secondo punto di vista fosse vero, va da sé che le congiunture esterne, le occasioni, possono fare un mondo di differenza. Forse Giulia Ichino è brava proprio perché qualcuno le ha dato la possibilità di diventare editor in una grande casa editrice a soli 23 anni. forse una Giulia Ichino-bis, che vive in una dimensione parallela alla nostra, in tutto e per tutto uguale tranne per il fatto che suo padre non appartiene all’elite, ha avuto una storia personale molto differente, ha dovuto affrontare difficoltà enormi, ostacoli che l’hanno fiaccata, impossibilità economiche che magari l’hanno costretta ad andare via dall’Italia, magari perfino abbandonando la sua passione giovanile di lavorare nell’editoria. Perché per la maggior parte di noi una cosa sono le passioni, un’altra la vita reale, una vita in cui si deve sopravvivere lottando con le bollette scadute e la stanchezza di un lavoro che ti permette solo di sopravvivere, malgrado tu gli sacrifichi 10 ore (dieci) al giorno.

Se questo secondo punto di vista fosse vero, non soltanto Chiara Di Domenico avrebbe mirato al bersaglio perfetto. Che non è la figlia di Ichino, ci mancherebbe. Ma proprio tutti i corifei che contro di lei si sono scagliati, perché non si deve puntare il dito contro uno status quo che va difeso.

La cosa lancinante è che molti di coloro che lo difendono, continuando a separare chi è bravo per grazia ricevuta da chi non ha la possibilità di diventarlo e mai dovrà averla, appartengono a quella fetta della società che dovrebbe schierarsi contro il mantenimento di uno status quo che fa delle diseguaglianze sociali una regola, una legge quasi metafisica.

Foto • 1940: Gran Bretagna •

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