In culo a Benigni

spooky bunnyman

(Ovvero: cose da dire sulla Costituzione se non si è giullari di corte)

Il 5 dicembre 1946 la Sottocommissione, incaricata all’interno della Commissione dei 75 (cosiddetta dal numero dei componenti) di elaborare la prima parte della Costituzione Italiana, inserisce nel Progetto di Costituzione, al 2° comma dell’art. 50, la seguente disposizione:

“Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.

La norma è proposta dall’On. democristiano Giuseppe Dossetti e dall’On. demo-laburista Cevolotto, che si sono ispirati ad altre Carte Costituzionali, in particolare all’art. 21 della Costituzione francese del 1946. Nel dicembre 1947, quando si esamina l’art. 50 del Progetto di Costituzione, liberali, repubblicani e democristiani si oppongono all’inserimento del diritto di resistenza nel testo definitivo della Costituzione. Così, quando si vota il testo dell’art.54, che ha sostituito l’art.50 del Progetto, il diritto di resistenza è soppresso, nonostante il voto favorevole dei comunisti, dei socialisti e degli autonomisti.

Comunque,

il DIRITTO ALLA RESISTENZA nella Costituzione Italiana è sostanzialmente (ed implicitamente) accolto dalla nostra Costituzione, in quanto rappresenta una estrinsecazione del principio della sovranità popolare, sancita dall’art. 1 della Costituzione e che quindi informa tutto il nostro Ordinamento giuridico. La sovranità è esercitata in modo diretto attraverso i fondamentali diritti di libertà, garantiti espressamente dalla Costituzione, ed in modo indiretto attraverso lo Stato-apparato (la Pubblica Amministrazione), la cui attività non può comunque essere in contrasto con la sovranità popolare.

Pertanto, quando lo Stato esprime una volontà contraria a quella del popolo, spetta a questo (e quindi ai cittadini, singolarmente o collettivamente) riappropriarsi della sovranità per ripristinare la legalità (ad esempio difendere le Istituzioni democratiche).

In pratica, quando il Governo, pur instauratosi legalmente (con le elezioni) agisce al di fuori della propria legittimazione (che deriva dalla sovranità popolare espressa con le elezioni), i cittadini, che sono gli effettivi titolari della sovranità possono, anzi DEVONO attivarsi (appunto con la resistenza) per ripristinare la legalità violata.

Se non fosse consentito ai cittadini di ricorrere alla resistenza, quale estremo rimedio per ripristinare la legalità violata, il principio della sovranità popolare sarebbe di fatto privo di significato.

Gli articoli sotto elencati si riferiscono a norme del nostro ordinamento giuridico che stabiliscono la legittimità della resistenza individuale di fronte al provvedimento illegittimo dell’Autorità, anche nel caso in cui questa sia militare:

Articolo 1, 21, 40 e 52 [secondo comma] della Costituzione;
art. 4 del DLL n. 288 del 1944;
art. 51 del Codice penale;
art. 650 del Codice Penale;
legge 11.7.1978 n. 382, art. 4;
art. 25 del Regolamento di disciplina delle Forze Armate.

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