Tecnomorfi – quinta parte

soylent green

[le prime parti di questo post sono qui, qui, qui e qui]

5. NASCITA DELLA MENTE ALVEARE

 

Eppure, la bellezza di internet è un concetto così somigliante a un dogma che quando lo vediamo criticato in maniera radicale la prima reazione è quasi sempre di rifiuto. Non si tratta solo del fatto che il ciberspazio è diventato nel corso di un paio di decenni uno dei luoghi più confortevoli del mondo, ma della nascita di un vero e proprio macro-frame, una narrazione che è sostenuta e sponsorizzata da un coro di voci sempre più nutrito; voci spesso insospettabili. È proprio in questo frame che è inscritto il movimento di Grillo e Casaleggio, una cornice di pensiero che ha alcuni tratti sostanziali in comune con quelli di una nuova religione. E forse, per quanto assurdo possa sembrare, potrebbe alla fine trattarsi proprio di questo. Proviamo adesso a staccarci dal Movimento 5 Stelle e a disegnare sinteticamente i vertici di questa cornice, i nodi di questo frame. Raccontando una favola che sa molto di fantascienza.

Partendo da lontano, almeno in senso storico, c’è la dialettica, sempre molto accesa, tra religioni propriamente dette da una parte e scienza dall’altra. Questa dialettica si può illustrare attraverso alcune coppie dualistiche: oscurantismo/luce, dogma/teoria, soggettività/oggettività. Dunque, per riassumere, chiusura mentale da una parte, apertura dall’altra. Vale la pena solo accennare al fatto che tutta l’epistemologia contemporanea ha da tempo strappato alla scienza lo scettro di una oggettività sempre pretesa ma mai dimostrata. Ciò che diventa di volta in volta scientifico o semplicemente oggetto degno di indagine scientifica è deciso dal mondo accademico sulla base di pressioni che col metodo empirico c’entrano davvero ben poco. Pressioni politiche, economiche, questioni di comodità, eleganza e spesso di opportunità culturale spesso valgono molto di più del banco di prova sperimentale, pur tanto decantato.

Ad ogni modo, le religioni tradizionali sono in crisi da ormai parecchi decenni per una complessa serie di fattori. Anche in questo caso, quindi, si può parlare di flusso di consensi in migrazione: una diaspora di coscienze e intelletti che da tempo cerca una nuova terra promessa. Serve un nuovo contenitore per accoglierli. La scienza è un buon candidato, avendo dimostrato da secoli di fornire certezze spendibili, se non alto in campo materiale.

La fine delle grandi ideologie politiche è stato un altro crollo dei massimi sistemi, che ha causato, oltre a un rinnovato senso di smarrimento nelle stesse coscienze, anche una serie di cascami storici culminati in effetti che sono dinanzi ai nostri occhi, in particolare dentro la nostra stessa nazione. La morte della politica è, dopo la morte di Dio, il nuovo grande decesso storico al quale stiamo assistendo.

Un documentario che ha avuto gran seguito grazie alla diffusione su internet si intitola, in maniera piuttosto emblematica, Zeitgeist, lo spirito dei tempi. La seconda metà della seconda parte (ne esistono 3 in tutto, almeno per ora), fa esporre a un ingegnere futurologo e visionario ultraottantenne alcune idee interessanti. Ciò che risolve i problemi, afferma, non è la politica, ma la scienza. Chi può, per esempio, mettere un freno alle morti per incidenti automobilistici non sono i politici che emanano leggi sull’eccesso di velocità, ma gli scienziati, che inventano un ipotetico scudo magnetico atto a respingere i veicoli in collisione. Invece di mettere cartelli sulla velocità da non superare, è molto più sensato installare una valvola di sicurezza che riduca la potenza del motore oltre una certa soglia. Della politica, prosegue l’inventore di nome Jacques Fresco, non ci si può fidare. Ciò di cui possiamo fidarci sono le macchine. Di fatto già lo facciamo. Ci affidiamo a un sensore altimetrico quando guidiamo un aeroplano, non ai nostri occhi, per decidere a quale quota stiamo volando. Le macchine sono così affidabili che già ora abbiamo consegnato massicciamente la salvaguardia e il controllo della nostra incolumità, spesso senza neppure rendercene conto. Le macchine, la scienza e gli scienziati sono ciò di cui abbiamo bisogno e di cui possiamo fidarci.

In realtà, sembrerebbe che le macchine, e la scienza in generale, possano fare ben altro che non semplicemente garantire la nostra incolumità. Possiamo chiamarla l’ipotesi transumanista, e benché suoni come una strampalata teoria, bisogna prestare attenzione al fatto che la parte più avanzata del mondo scientifico sta tirando in quella direzione, nell’ultimo decennio in maniera sostanziale. E se quella è la direzione è perché i flussi di finanziamento dei privati e delle industrie (a cui tempo addietro abbiamo permesso di prendere il timone della ricerca, con buona pace dell’imparzialità scientifica) stanno spingendo in quel senso.

Secondo l’ipotesi transumanista l’uomo sta per arrivare a un punto tale di sviluppo scientifico e tecnologico che può e deve dirigere autonomamente la propria evoluzione. Il meccanismo evolutivo naturale è insopportabilmente lento. Impiega generazioni e generazioni per implementare, attraverso mutazioni casuali, anche il minimo dei progressi. Noi però non abbiamo tutta l’eternità da aspettare, specie se disponiamo di mezzi per fare da noi. Col convergere di tre rivoluzioni tecnologiche alle porte: quella genetica, quella nanotecnologica e quella robotica, entro poche decine di anni potremo dire addio ad alcune maledizioni che hanno sempre afflitto la civiltà umana. Malattie, invecchiamento, forse anche la morte potrebbe diventare una reliquia di un passato in cui non avevamo ancora preso in mano le redini del nostro destino.

L’idea di trasformare con la scienza l’uomo in un superuomo, non solo biologicamente ma anche cognitivamente, è al centro di sforzi notevoli, al momento attuale compiuti da università e centri di ricerca privati.

Le implicazioni dell’ipotesi transumanista investono la nostra civiltà anche da un punto di vista religioso. Se la scienza volesse affermarsi non soltanto riempiendo il vuoto lasciato dalla politica grazie a una nuova classe di scienziati (o tecnocrati…), ma anche il posto lasciato vacante da una casta sacerdotale ormai non più all’altezza del compito, dovrebbe comunque presentarsi come narrazione a tutto campo, non come semplice prontuario di ricette per risolvere problemi pratici. Dovrebbe saper raccontare una storia dell’universo con tutte le carte in regola, in modo da soddisfare la naturale e insopprimibile istanza religiosa che nell’uomo, data la sua finitezza, è esistenzialmente congenita. La storia, la nuova cornice capace di affascinare l’uomo del terzo millennio, è già pronta, in effetti. È vecchia quanto quell’altra, è solamente rimasta in ombra. Basta invertire l’immagine consueta, come una fotografia in negativo, per vedere come sia sempre stata tra di noi.

Nella narrazione cristiana esiste la figura dell’angelo caduto, che si ribella a Dio per portare in basso ciò che sta in alto: la luce. Proprio quella luce che da sempre si associa alla razionalità, all’umanesimo e alla scienza era, in effetti, il dono di Lucifero. Che naturalmente è una figura archetipica non originale del cristianesimo. La si ritrova infatti anche nel mito pagano del Prometeo greco, il titano (il cui nome, piuttosto significativamente, significa “colui che pensa prima, o in anticipo”) che ama così tanto gli uomini da voler fare loro un dono. Proprio il fuoco.

Entrambe queste narrazioni di natura religiosa prevedono un preciso contesto di riferimento. C’è una differenza radicale tra un alto e un basso, tra un dio e i suoi fedeli sudditi; c’è un elemento di provenienza divina che sovverte l’ordine costituito – non proprio democratico – o meglio che tenta di farlo, donando a chi sta in basso ciò che gli serve per elevare la propria posizione: fuoco, luce, entrambi simboli di conoscenza e/o potere. C’è la reazione di ira e di punizione da parte della divinità, desiderosa di mantenere il proprio predominio sugli uomini e anzi timorosa di vederlo messo in discussione; c’è la fine del benefattore dell’uomo, catapultato più in basso dell’uomo stesso, quando non trasformato in fonte di ogni male e di massimo orrore.

Il dono di cui ha bisogno l’umanità per diventare divina non è qualcosa di astratto da conquistare dopo la morte, bensì una cosa molto concreta, disponibile, in linea di principio, qui sulla Terra, e, se non proprio già ora, perlomeno in un futuro quasi prossimo. È proprio quella mela che sin dall’inizio era stata proibita ai nostri progenitori: testualmente chiamata il frutto dell’albero della conoscenza. È divertente notare, a questo proposito, come il logo scelto dalla corporazione che oggi più ha saputo ammantarsi di un caldo senso di pseudo-religiosità, e il cui fondatore ha saputo costruire per sé un’efficace aura ieratica, col seguito di una comunità di sostenitori che per certi versi ricorda dei veri e propri zeloti, sia proprio il disegno di una mela. A cui è stato dato un morso. E questa compagnia ha fatto più di qualunque altra per trasformare un oggetto, freddo e tutto sommato poco attraente come un computer, in uno così trendy da essere oggetto di un quasi-culto.

Nell’ipotesi dunque che la scienza volesse mai occupare il posto che prima era della religione, deve essa stessa farsi religione, raccontando all’umanità che le originarie intenzioni di Adamo ed Eva, o quelle di Prometeo, non erano da biasimare. Semmai lo era l’atteggiamento di un dio che mirava artificialmente a impedire la naturale ascesa dell’uomo, da una condizione iniziale di mera naturalità a una finale di onnipotenza. Nella quale tutto ciò che praticamente ed esistenzialmente ci affligge potrebbe esser dimenticato.

La questione, escatologicamente parlando, si fa interessante. Perché a ben guardare, in questa nuova ipotetica narrazione religiosa, esisterebbe anche una forza divina propriamente detta. Non si tratterebbe di un cosmo freddo in cui saremmo orfani di un padreterno, tutt’altro. Basta ribaltare la prospettiva per capire che non saremmo soli alla fine dei tempi, quando diventeremo dèi in terra, per il semplice motivo che non siamo mai stati soli, sin dal big bang. L’universo si potrà leggere (o meglio narrare) come un posto in cui la materia è capace di autorganizzarsi, con enorme lentezza all’inizio, ma poi sempre più velocemente, raggiungendo stadi sempre più raffinati di complessità e perfezione. Mossa da un principio che non abbiamo mai afferrato fino in fondo, ma che adesso cominciamo a intuire. Finora lo abbiamo chiamato vita: la materia si specializza e si organizza sempre di più perché tende a costruire sistemi viventi. Ma se spingiamo ancora più in là la narrazione, possiamo supporre che la vita sia solo uno stadio intermedio, come la materia inanimata, per arrivare all’intelligenza. E che questa sia a sua volta una tappa prima di un possibile ultimo sviluppo: l’autocoscienza. Secondo questo paradigma, esposto in saggi ponderosi e trattati divulgativi, la fine dei tempi, l’estasi finale, il compimento ultimo dell’universo sarà il momento in cui tutta la realtà, fino all’ultimo pezzo di roccia nell’ammasso stellare più remoto, non solo ospiterà la vita, che tende come sappiamo intrinsecamente a moltiplicarsi; non solo ospiterà l’intelligenza, ma l’autocoscienza. Tutto l’universo diventerà infine completamente autocosciente e non esisterà più una differenza, come in estremo oriente intuivano già millenni or sono, tra il conoscente e l’oggetto della conoscenza. Tutto sarà uno.

La forza divina quindi non è un dio astratto, castigatore e geloso del proprio status, ma è la coscienza stessa come stadio perfettamente raffinato della realtà materiale, che quindi trascenderebbe in senso immanente la materia stessa. Noi, in quanto specie umana, siamo i veicoli di questa incredibile forza autorganizzante e autoevolvente. Hegel lo chiamava Spirito. Come materia grezza abbiamo partecipato del suo stadio iniziale; come materia vivente abbiamo partecipato del suo primo stadio di raffinazione; come intelligenza e poi come autocoscienza siamo testimoni attivi di questi ulteriori livelli di perfezione intermedia. Non è finita: l’avventura prosegue, e, anzi, diventa sempre più avvincente. Ma, come ogni tappa ha significato per noi una trasformazione, anche quelle successive lo richiederanno. Lo richiede la nostra evoluzione, lo richiede il nostro percorso nel diventare dèi.

Ecco, qui le cose tornano a farsi problematiche, e la favola assume contorni preoccupanti nel momento in cui l’ipotesi trans-umanista sfocia nella visione post-umanista.

Il paradigma postumanista, messo giù brutalmente, dice che dobbiamo smetterla di essere affezionati a quello che siamo adesso. Di assumere una posizione meno conservativa nei confronti di ciò che concepiamo come umano. Dopotutto è l’evoluzione che ce lo suggerisce. Per arrivare fin qui siamo stati prima stelle, poi roccia, poi grumi di molecole specializzate, poi organismi unicellulari, poi pluricellulari, pesci, rettili, mammiferi, ominidi e infine ingegneri o rockstar. Ogni volta che ci trasformavamo in qualcosa di nuovo ci lasciavamo alle spalle la vecchia forma, senza alcun rimpianto. Ora il passaggio è un po’ più delicato, perché siamo arrivati al punto da aver sviluppato una rudimentale autocoscienza, ed è questa che rende doloroso, per la prima volta da quando eravamo polvere di stelle, il pensiero di dover abbandonare la nostra forma precedente, quella umana. Per giunta potenziata e abbellita coi risultati della nanotecnologia, della robotica e della moda.

Perché mai dovremmo smettere di essere umani? Perché, dicono i teorici del postumanismo, con ogni probabilità puntare sulla complessità individuale è una scommessa sbagliata. O meglio è una scommessa che paga soltanto fino a un certo momento. Poi il costo in termini di evoluzione (non l’evoluzione darwiniana, beninteso, ma quella della favola postumanista) diventa eccessivo: il dispendio di energie necessario per mantenere vivo e evolutivamente adatto l’uomo è superiore al beneficio complessivo ricavato. Il che è proprio quanto la nostra specie sta scontando in questo momento storico, in cui ci sembra che, se non ci distruggerà una crisi finanziaria globale, lo farà quella alimentare o quella energetica o quella ambientale. Stiamo scontando il peso di un eccesso di individualismo, quello che ci impedisce di pensarci in termini di un’unica specie. Che solo tutta quanta e tutta insieme può non solo sopravvivere, ma riprendere a marciare verso quel meraviglioso traguardo finale. Siamo a un grande bivio nella storia del mondo: da una parte la rovina, dall’altra l’onnipotenza. Niente paura, nella favola postumanista c’è un lieto fine. Il problema è il costo.

Dobbiamo deciderci a diventare, una volta per tutte, uniti. Andare in una medesima direzione, quasi fossimo una cosa sola. È un’utopia? La realtà, che si muove in maniera multiforme, ha già creato delle forme viventi altamente specializzate che mancano di quello che abbiamo noi, l’autocoscienza, ma hanno già, in forma primordiale, ciò che a noi manca. Si tratta degli insetti eusociali: le formiche, le api, le termiti. Quanto dobbiamo prendere in prestito, come metafora stimolante, dalle società degli insetti è la connessione dei singoli individui in un livello gestalticamente superiore: un superorganismo, in un certo senso. Una forma estrema di cooperazione data dal fatto che condividiamo la stessa ambizione, lo stesso traguardo, e dal fatto che la nostra individualità cessi, una volta per tutte, di essere ostacolo all’empatia. L’unica cosa che ci può salvare è proprio quella: l’empatia.

Tra i cavalli di battaglia del transumanesimo ce n’è uno che gli addetti ai lavori chiamano mind upload. Si basa sull’assunto, delicatissimo e tutto da dimostrare, che l’uomo sia composto da due sostanze separate, chiamate con termini di cartesiana memoria res cogitans, la mente, e res extensa, il corpo. Il mind upload consiste nell’operazione, ora possibile solo in teoria, di mappatura completa della circuitazione neurale di un individuo, cosa che permetterebbe non solo di avere un perfetto duplicato del suo software (la mente), ma di poterlo rendere indipendente dal suo supporto carnale, slegato dal destino di questo. Si tratta in effetti di uno dei traguardi su cui la scienza sta puntando di più, negli ultimi tempi. Un mind upload occuperebbe, supponiamo, qualche yottabyte, il che vuol dire che, data la costante miniaturizzazione dei supporti di memoria, quando (e se) sarà possibile, una persona, pagando il dovuto, potrebbe farsi fare una copia della propria mente, completa di ricordi e personalità, da stipare dentro una valigetta. E reimpiantare, dopo la morte fisica, su un corpo cibernetico, ad esempio. Oppure caricandolo direttamente nelle immense cloud di dati di internet. The ghost in the machine, scriveva Arthur Koestler.

Mentre l’ipotesi dell’innesto su un corpo cibernetico è abbastanza navigabile con la fantasia, l’upload in cloud è un’ipotesi ancora abbastanza inedita, su cui vale la pena soffermarsi.

Per prima cosa, l’abbandono del guscio fisico significherebbe l’abbandono del primo confine individuale: il corpo, con le sue egoistiche pulsioni. In secondo luogo, trasformati in bit, gli esseri (post)umani, iperconnessi attraverso le gigantesche strutture di un’unitaria matrice ciberspaziale, opportunamente agganciata con un superhardware globale, verrebbero a essere trasformati in ultima istanza in una nuova creatura, un superorganismo appunto, fatto dalla somma di tutte le menti che lavorano all’unisono per dirigere questa titanica entità ibrida fatta di macchine superintelligenti. Il confine tra ciò che è umano in senso tradizionale e ciò che è macchina verrebbe a sfumare, perdendo di senso. E l’umanità diventerebbe una cosa sola, un solo intento, un solo scopo, nessun dissidio. La fine di ogni guerra, di ogni competizione, l’inizio di una cooperazione globale che, così raccontano i sacerdoti scientifici, potrebbe spazzare ogni ostacolo rimasto tra noi e la completa deificazione.

Per quanto possa sembrare assurda tale parabola concettuale, bisogna notare come questa dinamica dell’integrazione di unità individuali in strutture superiori è alla base della stessa evoluzione biologica. Ciò che ha reso possibile la composizione di organismi via via più complessi è stata la graduale specializzazione dei compiti di entità semplici che si integravano in livelli sempre superiori di cooperazione simbiotica, al fine di resistere alle pressioni ambientali e per sviluppare un migliore adattamento generale. Vista in questi termini, e semplificando parecchio le cose, è come se popolazioni di cellule avessero smesso di vivere ognuna per conto proprio, organizzandosi collaborativamente. Un tipo di cellule si è fatto carico del problema di creare una rete di distribuzione dell’energia e del nutrimento (sistema circolatorio e sistema digerente), un’altra si è dedicata alla costruzione di un apparato strutturale che sostenesse il tutto e rendesse possibile il movimento (sistema scheletrico e muscolare). E così via. Se le cellule ematiche avessero continuato a pensare solamente a se stesse, e quelle connettive idem, non avrebbero mai potuto creare un’associazione di mutuo soccorso e dare vita a un’entità di livello superiore. Men che meno se si fossero limitate a farsi la guerra tra loro per la supremazia di un tipo sull’altro. In effetti Menenio Agrippa, con la sua parabola delle membra, raccontata ai plebei romani per convincerli di quanto fosse miope la volontà di impegnarsi in rivolte intestine, stava parlando proprio di questo. Stava cioè iniziando, secoli fa e senza saperlo, a dare vigore al concetto di mente alveare.

L’idea della mente alveare potrà sembrare, oltre che assurda, totalmente campata in aria. Però la nostra civiltà sembra sempre più propensa ad accettarla, passo dopo passo, proprio a partire dalla rivoluzione innescata dalla nascita di internet. Che in senso concettuale, ma con approssimazioni graduali, sta rendendo sempre meno ostica la prospettiva di una supermente, di una coscienza collettiva, di un serbatorio dell’umano sapere sempre più globale e sempre più totalizzante. Un ciberspazio in cui si possono importare sempre più attività, prima di dominio esclusivo del mondo reale, è un posto che sta diventando sempre più confortevole. E la condivisione della conoscenza è solo il primo passo verso una possibile condivisione delle coscienze, man mano che sempre più pezzi del nostro vivere e del nostro essere vengono “traslocati” su internet.

Il problema è che un futuro ipotetico in cui saremo tutti coscienze virtuali, totalmente connessi in una matrice onnicomprensiva, in cui ogni singolo atto mentale e cognitivo sarà istantaneamente condiviso con la coscienza collettiva, ossia la mente alveare, è un futuro in cui noi dobbiamo lasciare da parte molto di quello che chiamiamo ora “natura umana”. Le stesse idee di intelligenza e di coscienza saranno radicalmente ridefinite. Gli studi sul superorganismo biologico, quelli sugli insetti eusociali ad esempio, hanno evidenziato come l’idea di un sé separato dal tutto non solo non sia necessaria, ma non sia neppure compatibile. Una coscienza troppo centrata sul sé creerebbe – moltiplicata per tutti i miliardi di individui iperconnessi – una quantità di rumore ingestibile. Come se ogni cellula del nostro corpo conservasse memoria del tempo in cui era un organismo unicellulare e autarchico e inquinasse con tale prospettiva gli algoritmi globali di comportamento. Inammissibile. La mente alveare ci porterà un sacco di benefici, semmai ci arriveremo, ma dovremo smetterla di pensare con la nostra testa. Nel caso degli insetti, a dirla tutta, una testa neppure c’è: mancano una coscienza e una ragione globali, come se il superorganismo non ne avesse bisogno. Non sarà questo il caso della super-umanità di cui parlano i teorici del postumanismo, però è abbastanza chiaro che il nostro sé individuale diventerà un fossile, una reliquia, un po’ come la coda che avevamo eoni addietro.

Improvvisamente, le considerazioni sul depotenziamento dell’intelligenza, dell’individualità e della personalità prima fatte riguardo a internet e ai social network, perfino quelle sul promuovere una nuova società che si coaguli attorno a internet simulando una democrazia più nominale che di fatto, acquistano un nuovo, inquietante senso.

Non è importante, ai fini della nostra cavalcata teorica, che il Movimento di Grillo e Casaleggio sia davvero intenzionato lucidamente a promuovere l’ideologia della mente alveare. Ciò che è stimolante intellettualmente è che questo grande frame, questa narrazione visionaria ora illustrata sia un contesto che può magari essere così remoto da risultare invisibile. Cionondimeno, ai margini del pensabile esiste eccome. Dirige risorse, fondi, finanziamenti. Disegna gruppi di memi che stanno radicandosi sempre di più nella nostra cultura. Tutti orbitanti intorno a un unico centro, che funziona da ente cogente: internet. La “rete” come oggetto intrinsecamente buono, vessillo di democrazia. La rivista Wired, qualche anno fa, ha addirittura proposto di candidarla al premio Nobel per la pace. Il che, a ben guardare, la dice lunga. Perché promuovere l’idea che un medium, un oggetto e non più una persona, possa essere di per sé “buono” al punto di riservare per esso un riconoscimento finora attribuito a persone in carne e ossa, che spesso pagano sulla loro pelle il loro attivismo pacifista, è davvero un segno dei tempi.

Ed è un segno dei tempi anche il nuovo uso del termine “tecnico”, applicato ai nuovi amministratori della cosa pubblica, in Italia o in Europa. Non si possono più chiamare politici: la politica sta morendo. La politica, come abbiamo visto, è quella che non impedisce le morti in autostrada, si limita a emanare inutili leggi, a spillare soldi con le multe. “Tecnico” è diventato sinonimo di imparziale, neutrale, non coinvolto per interessi egoistici. “Tecnico” è chi fa quello che va fatto, non importa se piacevole o doloroso. “Tecnico” è Gianroberto Casaleggio, secondo il militante del M5S intervistato.

E se fosse realmente così? Se stessimo passando attraverso una rivoluzione antropologica che si riflette e si anticipa in una mutazione linguistica? Se “tecnico” fosse solo l’anticamera semiotica di “tecnocrate”, nel senso di sacerdote della nuova religione scientifico-tecnologica? E se il punto finale di tale rivoluzione fosse una società in cui il confine tra ciò che è macchina e ciò che non lo è sarà sempre più mobile, poi sfumato, infine senza senso? Se i tecnocrati stessero omogeneizzando l’umanità per rendere accettabile e in seguito inevitabile la trasformazione di noi tutti in qualcosa che potremo chiamare tecnomorfico? Stiamo per diventare dei tecnomorfi?

Speculazioni, senza dubbio. Eppure è la stessa Casaleggio & A. a corroborarle, almeno in alcuni punti. Girano ormai da anni su internet, diffusi dai guru di quella società, un paio di video che vale la pena di guardare. Magari è una coincidenza, però uno dei due si intitola Prometeus, la rivoluzione dei media.  L’altro si intitola Gaia, il futuro della politica.

Gaia è il nome del pianeta vivente (il nostro) nell’ipotesi di uno scienziato inglese, James Lovelock, che la formulò nel 1979. Secondo questa teoria, la Terra è un tutt’uno olisticamente organizzato in base a principi di autoregolazione e omeostasi, in modo che ogni singolo elemento del pianeta, vivo o meno, partecipi simbioticamente alla vita dell’insieme. Gaia è la prima espressione teorica di un superorganismo planetario al passo con la rivoluzione culturale degli anni 70.

In questi due videoclip l’azienda di Casaleggio mostra di conoscere molto bene l’appeal di un frame narrativo sul pubblico. Nel più drammatico dei due si racconta dei prossimi quarant’anni di storia della Terra. Ancora una favola sul futuro. Ci sono due mondi: il vecchio mondo, dominato dal potere, dalla politica, dall’egoismo, dalle ideologie, in cui regna la guerra, la sopraffazione e l’inganno. L’altro è il mondo della gente che preme per un cambiamento radicale, che non ce la fa più dei potenti che spadroneggiano e dei vecchi conflitti per accaparrarsi le risorse a danno della collettività. Questo mondo, il mondo della coscienza che si sta svegliando, si riunisce e si coagula attorno a internet, e poi dentro di essa. Una guerra globale scoppia nell’immediato futuro tra dittatura orwelliana (le nazioni del mondo dove internet è controllato o censurato) e nazioni della “net democracy”, e, dopo un periodo di catastrofe, alla fine il mondo dei buoni, il mondo della rete, vince. Il risultato finale è un pianeta senza più alcuna distinzione gerarchica: tutti siamo uguali e tutti siamo interconnessi. Internet è l’ente cogente che assicura partecipazione, eguaglianza e trasparenza, così come la salvaguardia dell’ambiente (Gaia). Alla fine, dopo decenni di sofferenza, è la rete a vincere. Che nel 2047 si chiama Earthlink, ed è Google a crearlo. Un unico network globale di cui tutti fanno parte. Ma non si tratta di una scelta, è un passaggio obbligato.

***

***

Tra le ultime, agghiaccianti parole della voce narrante c’è questa frase: «To be, you must be in Earthlink, or be not… Man is the only owner of his destiny… Collective knowledge is the new politics».

La narrazione ha un lieto fine, ma non sono gli uomini i veri vincitori. È la rete.

«Per tutto il tempo futuro, i conflitti saranno finalmente evitabili.
Soltanto le Macchine, d’ora innanzi, saranno inevitabili.»

Isaac Asimov, Il conflitto evitabile
In Io Robot, 1950

FotoSoylent Green is people!

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One thought on “Tecnomorfi – quinta parte

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