Tecnomorfi – quarta parte

spacesuit

[le prime parti di questo post sono qui, qui e qui]

4. LA FAVOLA DI INTERNET

L’incontro tra Grillo e Casaleggio è l’incontro tra l’istinto e il calcolo. Grillo non comprende all’inizio il potere del web. Deve arrivare Casaleggio a farglielo capire. Che sia stato l’uno ad andare dall’altro o viceversa ha poca importanza. È possibile vederla, retrospettivamente, come una reazione chimica che prima o poi si sarebbe innescata. Grillo smette il suo atteggiamento luddista nei confronti dei computer e comincia a diffondere i primordi di un nuovo Verbo: la Rete – come la chiama lui – è cosa buona e giusta.

Sono venti anni che questo meme sta acquistando potenza e, benché oggi esistano alcune interessanti voci critiche, non si è ancora arrestato né lo farà per molto tempo. Malgrado sia un difficile oggetto di discussione se internet ci abbia reso più liberi e/o più intelligenti, l’opinione massivamente recepita è che invece questo sia successo.

In buona parte la convinzione deriva dalla morfologia del medium, soprattutto il cosiddetto web 2.0, che trasforma la dialettica produttore-consumatore di contenuti: chi consuma è chi crea, e viceversa. La posizione attiva del fruitore stravolge lo schema imposto dalla televisione e dà l’impressione di un ambiente informazionale in cui è molto più semplice esercitare un controllo dal basso.

Esistono voci autorevoli che tentano di reinstillare il dubbio su quanto e soprattutto come l’uso massiccio di una cultura digitale ci stia trasformando. Giornalisti come Evgenij Morozov, guru internet della prima ora come Jaron Lanier, teorici dei media come Douglas Rushkoff provano a farci riflettere sui risultati di internet e sull’impatto di questi nel mondo reale. Mettendo in discussione assunti sempre più dogmatici come il ruolo dei social media nel corso della primavera araba, o più in generale in seno al cosiddetto truth movement; ma anche criticando teorie secondo cui una maggiore quantità di informazione corrisponda perciò stesso a una maggiore consapevolezza e a una maggiore libertà.  O la teoria secondo cui se un ambiente è aperto e visibile a tutti, va da sé che sia democratico, non gerarchico e non oligarchico. Purtroppo pare proprio che non sia così.

La struttura su cui nasce e cresce il movimento di Grillo-Casaleggio non è proprietaria, per dirla con un termine informatico. Si chiama Meetup e nasce in America nel 2002, una piattaforma pensata per rivitalizzare il concetto di gruppi territoriali, che dunque enfatizza e stimola il passaggio dall’incontro virtuale a quello reale. Il primo politico a usare, con una buona intuizione, questo social network per organizzare la propria campagna elettorale è il candidato democratico Howard Dean, per le presidenziali americane del 2004. Un anno prima di Grillo.

Per creare un meetup, cioè un gruppo che abbia oltre a un luogo virtuale – un forum – anche una localizzazione territoriale, serve qualcuno che lo fondi iscrivendosi, indichi un tema di aggregazione (che può essere la politica ma anche la cucina o il cinema) e un luogo dove eventualmente incontrarsi nel mondo reale. Ma soprattutto deve pagare. L’organizer, così si chiama il fondatore, è tale perché paga una quota, intorno ai 12 euro al mese. Su di lui si regge il meetup. È possibile che l’organizer, se gli iscritti al suo meetup lo richiedono, possa farsi da parte e indire votazioni per eleggere un nuovo organizer, ma spetta a lui e solo a lui deciderlo. Se c’è gente, anche una fetta nutrita di iscritti, che critica la gestione del meetup come dispotica, arbitraria o semplicemente non più in linea con gli ideali iniziali, può solo sperare nella magnanimità del capo. È lui che paga, è lui che decide. La maggior parte delle volte è molto più semplice, invece che mettersi a fare i dissidenti in un meetup di qualche decina di iscritti, semplicemente abbandonare la causa, uscire dal gruppo e fondarne un altro per conto proprio. Non si tratta di un’ipotesi astratta. Quando escono voci che parlano, da dentro il movimento di Grillo, di mancanza di democrazia interna, prima ancora di tirare in ballo consiglieri occulti o candidati decisi dall’alto, si sta parlando di questo livello primario di organizzazione del tessuto sociale. Una piattaforma così costruita e con queste regole è l’ovvia premessa di un proliferare di decine e decine di meetup, ognuno tendente a un’organizzazione autarchica che regge finché non scoppia, creando a sua volta dei transfughi e probabili altri meetup, potenzialmente in contrasto con quello originale. Una galassia di piccole baronie autarchiche.

Ma c’è un altro fondamentale problema che stanno scontando gli attivisti incastrati nella rete dei meetup. È un problema che riguarda la natura stessa dell’essere in internet, si chiama identificazione problematica(*). Una delle questioni più spinose di internet è che noi possiamo essere certi solo di ciò che succede al di qua dello schermo. Oltre questo, oltre la tastiera, esiste un mondo di magia, di mistero. E di segreto. Al livello base, questa è la frustrazione che prova chiunque abbia problemi di manutenzione del proprio computer. Un motore meccanico si può scoperchiare, osservare cosa funziona e cosa no, perché la meccanica è favorevole a un approccio autoptico. Ed è per questo, tra l’altro, che continua tuttora ad affascinare un sacco di gente, perché è vision friendly. Un computer è un motore elettronico, in fin dei conti, e i flussi di elettroni dentro una scheda madre non si possono vedere. Per non parlare del fatto che i sistemi operativi commerciali tutto permettono tranne che poter osservare realmente i flussi computazionali. Come e cosa pensa un computer è impossibile da vedere. I sistemi di autodiagnostica sono un’offesa all’intelligenza umana. E infatti Jaron Lanier, autore di un libro interessante dal titolo Tu non sei un gadget, focalizza l’attenzione del lettore su una cultura digitale in cui ci troviamo sempre più costretti a giocare al ribasso con la nostra intelligenza, per giustificare la crescente dipendenza nei confronti degli artefatti elettronici. Come dire: per esaltare l’intelligenza del computer dobbiamo necessariamente svilire la nostra. Questa frase va annotata, tornerà utile in seguito.

Al di là di tali osservazioni, il problema è che ciò che accade in rete resta sempre potenzialmente un segreto. Per sentirci a nostro agio con tutta l’opacità che il ciberspazio produce dobbiamo fidarci. Fare un atto di fede. Credere che dietro quel nickname ci sia davvero chi dice di esserci. Che l’account Twitter di Mario Rossi corrisponda veramente a lui, e non sia un fake o un account clonato. Quasi sempre la certezza matematica, se non si tratta di conoscenze pregresse, nate nel mondo reale (e anche lì c’è sempre il margine di errore dato dal furto di identità elettroniche), arriva solo con l’incontro fisico. Proprio quello promosso dalla piattaforma Meetup, ma che non sempre avviene, anche per problemi contingenti. Paradossalmente, con il vecchio web, quello delle chat IRC per esempio, questo problema era maggiormente contenuto perché a quel tempo eravamo tutti anonimi. Nessuno fingeva di essere se stesso, nessuno metteva un nome e un cognome al proprio avatar a otto bit. Il livello di guardia era molto alto e non si abbassava mai. Né si faceva politica o aggregazione sociale sul web. Ci si scambiavano file, chiacchierate e tutt’al più si correva il rischio di un appuntamento al buio deludente. Caveat emptor. Il problema nasce proprio quando il web vuole conquistare la vera identità delle persone, con i social network come Meetup o Facebook.

L’identificazione problematica si sta rivelando un grosso problema per gli attivisti del movimento di Grillo. Lo slogan “uno vale uno” infatti suona meraviglioso. Una di quelle frasi che conquista il cuore, un po’ come “la terra è di chi la lavora” di zapatiana memoria. Ma si rivela una vera e propria trappola, dal momento che non si può essere sicuri di chi sia quell’uno. L’informatica consente di spezzare la corrispondenza biunivoca tra persona fisica e nominativo che la rappresenta, e questo è un tallone d’Achille esiziale se si vuole propalare internet come mezzo di coltura per una vera democrazia dal basso.

È interessante notare come fenomeni molto poco trasparenti siano ravvisabili praticamente ovunque dove ci si aggreghi in rete, soprattutto dove il tornaconto nell’inquinare le carte ha un certo peso. Fenomeni come la proliferazione incontrollata – anzi, controllatissima – di account su un forum, tutti facenti capo alla medesima persona fisica, sono all’ordine del giorno. Anche perché crearsi una piccola truppa di identità virtuali è ormai abbastanza semplice. A quel punto, le truppe possono falsare l’andamento democratico del blog, del forum o del magazine. Bastano alcune decine di individui motivati che comandino ognuno alcune decine di account fasulli, per spostare non solo l’ago della bilancia nei famigerati sondaggi online, ma, cosa ben peggiore, per innescare una macchina censoria di formidabile efficacia. Al fine di epurare le voci scomode. Quasi ogni piattaforma ha un dispositivo più o meno automatico che fa scattare la censura se un certo contributo è stato segnalato come inappropriato da più parti o ha ricevuto troppi voti negativi. E se si cerca in rete è facilissimo avere accesso a una considerevole mole di polemiche, più o meno pacate, sull’inquinamento delle voci nei meetup del Movimento, nel blog di Grillo e in altri siti strategici.

A suo tempo, l’ex comico disse di aver preferito metter su un blog rispetto al classico sito web. Il sito sei tu che parli e gli altri ascoltano, il blog è fatto di gente che ti risponde. Il sito è morto, il blog è vivo. Questo è un perfetto esempio di come la dialettica della sincerità possa esser simulata con una certa efficacia, sfruttando le strutture di internet. Una delle più brillanti leggi di Murphy recita: il segreto per il successo è la sincerità. Se si riesce a fingerla il gioco è fatto.

Un attivista del M5S parla al microfono di un giornalista, risponde a domande su chi sia e cosa faccia Gianroberto Casaleggio per l’organizzazione.

«Casaleggio è il TECNICO di Grillo», dice. Prosegue specificando che lui si occupa della manutenzione e della realizzazione grafica del sito: spiega usando l’esempio della scelta dei colori, del layout. Per ora limitiamoci a memorizzare questa parola: “tecnico”. Tornerà utile per guardare dentro il frame narrativo in cui è inscritta la creatura politica di Grillo & Casaleggio e gettare un occhio su altri frame molto più estesi, a esso concentrici. Constatiamo, per ora, quanto sia falsata la percezione che chi sta nel movimento ha di Casaleggio, il quale ha sempre ammesso di non essere “dietro” Grillo ma accanto a lui, sin dall’inizio, in qualità di cofondatore del movimento. È questo il potere del frame: la porzione di realtà che inscrive viene colorata in maniera decisiva, come se un filtro calasse davanti agli occhi. Non si tratta di comprensione della realtà, ma di ciò che la determina: si tratta di precomprensione.

Infatti le notizie sono tutte a disposizione, se uno le vuole vagliare. È proprio la stessa rete, tanto osannata, a fornire il livello base di accesso a cosa sia e cosa faccia davvero la società di web consulting di Casaleggio. Eppure, continua a essere visto come un web designer. Invece Casaleggio fa ben altro.

La Casaleggio & A. fa tesoro del lavoro del gruppo Bivings, come si diceva nella terza parte di questo articolo. Non produce insaccati, né formaggi né filmini porno. Guarda caso, mette a disposizione del cliente di turno proprio una complessa serie di strategie per diventare forti su internet. Attraverso, ad esempio, il lavoro di gruppi di influencer, che altro non sono se non individui che dirigono le opinioni all’interno del loro gruppo. Ma la cosa è un po’ meno limpida di quanto sembri. Dopotutto è marketing, è un lavoro sporco per definizione. Stiamo parlando di una società che sta alle aziende come il doping sta agli atleti. Il blog di Grillo e tutto il suo movimento è un fenomeno drogato, grazie agli steroidi iniettati da quei 5 ragazzi. Perché questo è quello che fanno, dichiaratamente. Quello che non dichiarano è spostare l’asticella oltre il corretto, se serve. Trasformando gli influencer in fake persuader, ad esempio. I fake persuader sono i reparti speciali di un esercito di movimentazione del consenso, sono persone che fanno finta di essere chi non sono mentre, con un’azione coordinata, infettano zone del web portando a credere cose che sono palesemente false. La gente gli crede perché la loro mimesi è ottima: sembrano utenti normali, che verosimilmente non avrebbero alcun tornaconto a dire cose non vere. In realtà spesso sono alle dirette dipendenze di chi trae vantaggio dallo spostare i consensi.

Un ottimo esempio del “metodo Bivings” è il caso di Nature di qualche anno fa. Su questa rivista due ricercatori dell’Università di Berkeley pubblicarono un paper illustrando i risultati della loro ricerca nel campo del mais OGM. Lo studio mostrava come in Messico il granturco nativo aveva sofferto per via di inquinamenti provocati dal polline del mais geneticamente modificato, coltivato in campi non limitrofi. Questo mais proveniva da sementi sintetizzate da Monsanto. Si trattava di un articolo molto dannoso per tutte le corporation del settore biotech.  Lo stesso giorno della pubblicazione, su un listserver utilizzato quotidianamente da migliaia di scienziati del settore biotech, cominciavano ad apparire commenti che miravano a mettere in discussione l’affidabilità dei due estensori dell’articolo, non solo da un punto di vista accademico ma, quel che più conta, da un punto di vista di interesse personale. All’inizio si trattava di poche insinuazioni sparse, su quanto erano stati pagati e da chi per fare quel lavoro; erano commenti redatti in maniera formalmente corretta, nel senso che chi li aveva scritti aveva usato lessico scientifico e riferimenti congruenti con quel mondo. È l’inizio di una slavina. Giorno dopo giorno, i commenti che riproponevano i dubbi sulla deontologia dei due scienziati si moltiplicavano e si differenziavano, fino a costringere Nature a un’azione inedita, in 130 anni di attività. Una completa ritrattazione dell’articolo, con l’ammissione che non avrebbe mai dovuto essere pubblicato. Solo un lavoro di giornalismo d’inchiesta ha rivelato, in seguito, che gli impulsi iniziali di quella slavina partivano da persone che sembravano normali ferquentatori del server, ma in effetti facevano tutti capo al Bivings Group. Che annovera, tra i suoi, proprio clienti come Monsanto.

È questo il contesto di lavoro di una azienda come Casaleggio & A. In uno scenario in cui si sente sempre più spesso parlare di compravendita dei like di Facebook da parte delle aziende o di come si possano  drogare i conteggi dei follower di Twitter. E bisogna notare come ormai questi dati non siano più considerati vezzo di pochi politicanti à la page: anche i partiti tradizionali, in televisione, tendono sempre più spesso a parlare del numero dei propri follower. Significa mostrare i muscoli. E hanno imparato proprio da Grillo, che per primo ha raggiunto i numeri che ora tutti vorrebbero. Il racconto del miracolo spontaneo del suo blog, che arriva nel 2008 a essere annoverato tra i 10 più seguiti del mondo – e quindi tra i più influenti – è stato sin da subito uno dei suoi cavalli di battaglia.

Ma l’effetto slavina del caso Nature dovrebbe portare a considerare in un’ottica più lucida e disincantata i numeri con cui Grillo si pavoneggia. Nella migliore delle ipotesi, si tratta solo dell’analogo dell’arma dei sondaggi che per vent’anni ha sempre usato Berlusconi.

Le informazioni sul fatto che la Casaleggio & A. non faccia web designing ma e-commerce (per tagliar corto) sono a portata di chiunque abbia una connessione internet, che è proprio il target di riferimento del M5S. Eppure Casaleggio viene visto come uno che mette mano alla veste del sito di Grillo. Anche questa semplice constatazione spinge a mettere in seria discussione l’atteggiamento naif di chi vede in internet un automatico potenziatore della conoscenza. In realtà è abbastanza verosimile considerarlo un medium che conserva, semmai amplificandole, le medesime dinamiche dei vecchi media.

La rete è un’amalgama di sacche di informazioni con scarse intersezioni tra loro, un po’ come il mondo dei giornali è composto dalle singole testate. Ma il fatto che un sito o un blog – ultimamente anche i quotidiani – abbia una propria coda di fruitori più o meno attivi, più o meno militanti, ha presto fatto sì che si ricreassero alcuni deleteri effetti studiati dai sociologi dei gruppi. In pratica, si tende ad attingere solamente dalle fonti considerate congruenti con il proprio sistema di credenze o di valori, snobbando l’attendibilità di quelle che la “pensano diversamente”. Il che è praticamente la stessa cosa che accade con i media tradizionali, con un significativo peggioramento. E cioè che lo schieramento è molto più agguerrito e le faziosità possono moltiplicarsi in ragione di quante sono le sacche stesse, ossia le fonti. E su internet un blog lo può metter su chiunque, anche se naturalmente non tutti i blog diventano l’Huffington Post o il blog di Paolo Attivissimo.

Questo fenomeno è estremamente evidente nel caso del cospirazionismo, esempio di proliferazione illimitata di punti di vista di nicchia. Invece di sviluppare un atteggiamento confederativo, in ragione dell’unica ispirazione che dovrebbe guidare tutti i blog complottisti, i più accesi flame (litigi nei forum, che spesso coinvolgono decine di utenti per molto tempo) nascono tra blog che si fanno la guerra per una differenza spesso marginale.

Il blogger Tizio analizza e teorizza sul complotto dietro l’11 settembre; il blogger Caio parla delle scie chimiche; il blogger Sempronio del signoraggio bancario. È quasi la regola che, se ognuno dei tre nelle sue analisi non parla mai del tema degli altri due, venga da questi trattato come un ciarlatano o, nel peggiore dei casi, come un gate-keeper (il gate-keeper è un finto divulgatore, un complottista cioè che diffonde alcune verità solo per acquisire credibilità all’interno del truth movement, per poi, da questa posizione favorevole, controllare accuratamente quali verità passare e quali tenere nascoste).

Per quanto possa sembrare che il discorso si sia allontanato dal M5S, in realtà la dinamica è la stessa: porta alla generazione tumorale di una galassia di domini autocratici che non solo hanno estreme difficoltà a integrarsi tra loro, ma spesso si denigrano a vicenda. Il risultato finale è che l’utente tende a informarsi sempre dalle medesime fonti, e tende a essere ben poco attivo sui forum di siti non allineati col suo punto di vista, perché è ben consapevole a quali forme di ostracismo o di semplice aggressione verbale (trolling) si esporrebbe nel caso si mettesse a criticare in casa d’altri. Da questo punto di vista la situazione è anche peggiore che nel caso dei media tradizionali. Naturalmente qui non si vuole assumere il punto di vista opposto, ossia che internet renda impossibile una vera e approfondita pluralità d’informazione. Ma che gli ingredienti sostanziali che rendono questa possibile sono qualità come uno spirito critico sempre attento, non superficiale e fortemente motivato. Cioè intenzionato a spendere tempo ed energia, a volte quantità cospicue di entrambi, per raggiungere il cuore di un argomento. Il che è, né più né meno, quello che serviva prima della comparsa di internet.

Spirito critico, volontà di approfondire, impegno. Sono valute comuni su internet? Il ciberspazio le incoraggia, le incrementa, è da stimolo a esse? È tutto da dimostrare, né si tratta di un compito facile. Il ciberspazio, innanzitutto, non è più quello di una volta, quando il termine prendeva piede nei primi anni 90. Qualche anno fa una rivista decisamente schierata, la storica Wired, pubblicò un pezzo che fece parecchio discutere, parlando con un efficace appeal iconoclasta di “morte del web”. I flussi demografici dentro internet stavano cioè spostandosi dal web inteso tradizionalmente, i portali, i siti e i blog, verso ambienti chiusi come le piattaforme sociali, quelli che oggi chiamiamo social network. Un social network è di per sé un universo chiuso e includente, cioè tende a inglobare tutto dentro sé, un po’ come sta facendo internet nei confronti del mondo reale. Un web dentro il web.  Miliardi di persone si sono fatte contagiare dalla febbre del selfcasting: la frivola ebbrezza del trasmettere notizie su di sé a tutti quelli che sono iscritti alla stessa piattaforma e in una relazione amicale con il selfcaster. Col tempo, porzioni sempre più vaste del tessuto sociale si sono curvate seguendo l’addensarsi progressivo di questo fenomeno: le notizie, i giochi, i brand, l’attivismo sociale, la pubblicità e una parte per ora piccola dell’economia si sono riversati dentro il social network che ha, per ora, vinto su tutti, Facebook. Il sistema sta quindi diventando sempre più chiuso: basta accedere al network e si accede a una quantità crescente di servizi e attività. Ci si tiene informati, si gioca, si flirta, si sostengono cause, si compra, si guadagna.

Per tastare il polso al web, bisogna oggi tastare il polso a Facebook. Esso non lo esaurisce, ma ne è una significativa rappresentazione antropologica.

Se si prova a cercare quelle tre valute (spirito critico, tendenza all’approfondimento, impgno) dentro Facebook, la situazione sembra disperante. Qui sembra sentire di gridare lo spettro furibondo di MacLuhan. Cosa ti puoi aspettare da un ambiente come quello?, sembra lamentarsi. Perché Facebook permette di fare molto poco, anche se permette di farlo molto bene. Si tratta di una griglia estremamente rigida in cui ogni possibile contenuto è preformato severamente. Uno dei suoi punti di forza è proprio la sua uniformità: laddove Myspace lasciava all’utente l’impegno di personalizzare quella minuscola porzione di ciberspazio, Facebook si occupa anche del layout e della veste grafica, così da lasciare il pubblico libero da subito di riempire le caselle, come in un cruciverba a schema fisso, con i risultati delle definizioni preimpostate dai programmatori. Qui l’immagine del profilo, qui i film preferiti, qui la musica, qui le foto delle vacanze, lì quella della colazione.

L’individuo è scomposto in una serie di minimi termini che, ovviamente, una volta riaggregati restituiscono una versione ridottissima dell’originale. È proprio quello che si cercava: una semplificazione della persona tale da poterla incastonare in una griglia preconfezionata. Anche la comunicazione e gli scambi subiscono la stessa sorte. Chiacchierare su Facebook è facilissimo, parlare è difficile, discutere è impensabile. Semplicemente, non è una struttura adeguata al confronto di più punti di vista. Anni fa Google lanciò Wave, una piattaforma sperimentale pensata per la comunicazione collaborativa, anche professionale. Era uno strumento molto versatile, con cui fare brainstorming multimediale, anche tra molti partecipanti, non solo era possibile ma era anche comodo. Non oltrepassò mai la fase beta per mancanza di iscritti attivi. La gente, in rete, non vuole discutere, vuole chiacchierare. La scelta di Facebook, quasi un suffragio universale, dice questo, tra le altre cose. E parla anche di una barriera, una soglia dell’attenzione che, se nel caso dei magazine cartacei era già pericolosamente bassa, e sui blog stava accorciandosi ulteriormente, sui social network  ha raggiunto dimensioni nanometriche. Dentro Facebook tutto è iperveloce, deve esserlo, e per girare in fretta deve essere formattato a tale scopo. L’espressione di un’idea che richieda un minimo di impegno al lettore per essere recepita, vagliata e rielaborata, normalmente fa una brutta fine. Ciò che trionfa in questo contesto è il fattoide, il meme, il viral video con i gattini o i candid camera, tutto assimilabile e rigurgitabile in pochissimi secondi. C’è una contraddizione inquietante, eppure emblematica, nel non aver tempo da perdere in un ambiente che è nato e fiorito per la perdita di tempo.

La cosa si fa più seria quando nello stesso meccanismo formattante finiscono attività o idee che apparterrebbero all’ambito della politica o della militanza o comunque dell’attivismo civile. Neppure questo settore si salva dal tritacarne social, finendo con situazioni paradossali e parecchio svilenti per l’esperienza e la dignità umana, che alcuni giornalisti, con salace inventiva, hanno denominato attivismo o eroismo “da tastiera”. Sostenere una causa significa cambiare la foto del proprio profilo. Manifestare la propria indignazione significa far girare una notizia, un appello, un’immagine (o, se si va di fretta, almeno degnarli di un “like”). Senza prendersi il tempo per analizzare quanto si sta approvando o a cui si sta imprimendo l’ennesima spinta per proseguirne la giostra globale. Conseguentemente, Facebook è un vivaio incontrollato di notizie false spacciate per vere, oppure vecchie spacciate per fresche, e queste non sono le ipotesi peggiori.

In cima a tutto questo, c’è la cappa soffocante di una censura incomprensibile, o meglio comprensibilissima. Se si vuole essere mainstream bisogna tagliar fuori gli estremi e mantenere solo quello che è perfettamente centrale, medio, mediocre. E Facebook lo fa benissimo. Con un’esercito di censori composto da operatori, bot e soprattutto utenti delatori, è abbastanza facile vedersi epurato il profilo per aver messo una foto di un allattamento al seno, aver parlato in maniera critica della Chiesa o di qualche gruppo di potere. Il nostro spazio sul network non è nostro. Non lo abbiamo pagato, noleggiando ad esempio un server come si fa con i siti web o i blog tradizionali. Non siamo in casa nostra, ma in casa dei proprietari di Facebook, e quando si è in casa d’altri si deve rispettare le regole di questi. Regole molto spesso non chiare o non scritte, che portano a decisioni neppure appellabili. Con buona pace della libertà e della democraticità del web.

Eppure Facebook ha stravinto, il mondo ha scelto la creatura di mister Zuckerberg. Segno che è proprio quella la direzione che la gente preferisce. In netta opposizione a cose come scambio di idee, confronto, dialogo, approfondimento, libertà, chiarezza delle regole, rifiuto di bigottismi, assenza di censure. Ma anche in aperto contrasto a concetti come la valorizzazione dell’individualità e il rispetto delle differenze specifiche. Il “popolo di Facebook”, ammesso che esista qualcosa corrispondente a questa etichetta, non sembra aver voglia di un milieu propriamente democratico.

Se prendiamo per un istante per buona la metafora che internet sia, nonostante tutte le apologie, semplicemente la televisione del terzo millennio, con tutti i suoi difetti, allora i social network sono le televisioni di stato. Facebook è la nuova RAI. Per questo ha stravinto.

•••

(*) edit: un recente interessante articolo, emerso dopo lo scandalo del datagate, proprio sulla questione dell’identificazione problematica, e sul fatto che anche su internet tutto si basa sulla fiducia, exploitable per antonomasia: http://www.keinpfusch.net/2013/09/il-terrore-che-corre-sui-numeri-lol.html

[segue]

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