Tecnomorfi – seconda parte

1964automatedcaveman

[la prima parte di questo post è qui]

2. LA VERITA’ COME VETTORE

Una narrazione va venduta, come se si trattasse di un prodotto. Un prodotto nel senso più sofisticato del termine: non una merce ma un simbolo (o un sistema integrato di essi), riecheggiando così gli studi di Naomi Klein sul post-feticismo dei prodotti di marketing. Non ne ho bisogno, ma lo voglio disperatamente. Un po’ come un gadget: un gadget per la mente.

Costruire un gadget del genere non è facile. È più facile costruire un nuovo giocattolo elettronico che non un’idea politica. Serve molta astuzia, molta tecnica. La tecnica più efficace è, da sempre, quella di usare la verità come vettore. Il programma politico del M5S è infarcito di buoni propositi e di concetti che vanno in direzioni indubitabilmente corrette.

Il principio del consumismo è, distillato in un motto, molto semplice: crea un bisogno, poi soddisfalo. Nel caso della politica il bisogno è preesistente, è endemico. La casta, le tasse, gli sprechi, la disoccupazione, il lavoro. Chiunque voglia governare deve fare i conti con questi temi, che sono sì sempre gli stessi dai tempi di Berlusconi, ad esempio (più, nel suo caso, un gruppo specifico di temi più collocati a destra tipo l’immigrazione e la sicurezza), ma, e questo è il punto, proponendo soluzioni che devono mostrare quello stacco di cui sopra: vecchi problemi ma soluzioni nuove. Dopo due ‘repubbliche’ affondate da personalismi e corruzione, perfino il più disattento degli elettori, ora che la crisi sta venendo a bussare pure al suo frigorifero, sa che la questione del cosiddetto parlamento pulito è di primaria importanza. Infatti è stata il primo cavallo di battaglia del movimento, sin dal 2007. E poi c’è da esibire una nuova coscienza ambientale e umanistica, l’istanza di rivolgersi seriamente alle energie rinnovabili e un’altra serie di questioni emerse non di recente, ma solo negli ultimi tempi balzate all’attenzione del grande pubblico.

Se si scorre il programma politico del M5S, si nota che un buon numero di queste istanze di pulizia della politica, dell’ambiente, e di ricostruzione di una coscienza civile dei cittadini, è di fatto presente. Almeno per sommi capi, ma questo è comprensibile.

Più che altro, mancano alcuni punti che sembrerebbero cardinali, come (ma l’elenco è incompleto):

  • il problema del conflitto di interessi;
  • quello della deregulation selvaggia della finanza;
  • la questione europea, con la perdita progressiva di sovranità finanziaria, legislativa e territoriale;
  • la questione di una subordinazione ormai incomprensibile all’egemonia NATO;
  • l’abolizione del segreto di Stato e la rivelazione delle verità su fatti storici drammatici, sepolte in archivi segretati;
  • la questione della laicità dello Stato e del suo asservimento, morale e materiale, alla Chiesa e al Vaticano;
  • la questione del testamento biologico;
  • la questione della disparità di trattamento tra coppie di fatto e coppie sposate;
  • la mancanza di una legge contro la tortura;
  • la legalizzazione e monopolizzazione delle droghe leggere.

Comunque sia, la narrazione sostenuta dal movimento non si analizza e non si mette in discussione a partire dalla critica del suo programma di intenti, se non in maniera molto superficiale. Nelle intenzioni, ogni politico dà il meglio di sé, perché chiunque è capace di confezionarsi un biglietto da visita con un buon appeal. La storia dimostra che mentre i partiti, prima o seconda Repubblica che sia, cementavano il loro potere e la loro presa sull’elettorato, l’aderenza ai programmi e ai proclami politici iniziali era sempre minore, eppure i protagonisti dell’establishment restavano sempre gli stessi, limitandosi a dei rimpasti o dei cambi di casacca del tutto irrilevanti. Irrazionale ma vero, o meglio: irrazionale e dunque vero. Questa divergenza si è a tal punto estremizzata che il punto di vista qualunquista, secondo cui non esistono più colori politici e votare non serve a nulla ha portato a quella patologica sfiducia che è sfociata, alla fine, nella questione dell’antipolitica.

Per capire l’anima di un movimento politico, dunque, l’azione meno rilevante da fare è guardare le sue intenzioni ufficiali, manifeste. Il suo biglietto da visita. Se non si tratta di completi sprovveduti, infatti, i suoi ideologi (o spin doctor) utilizzeranno sempre importanti verità – o quantomeno le verità in voga in quel momento – come vettore per veicolare la parte più nascosta di quella narrazione. La parte in ombra, che si può scoprire nel più ovvio dei modi, quindi il meno semplice: volgendo lo sguardo non a ciò che il movimento dice, ma a come si comporta. Nel privato, dietro le quinte. Oltre l’ufficiale, dove il telaio del frame c’è sempre, ma non è ben illuminato. Lì, se ci sono, si troveranno le contraddizioni.

Questo è quello che dovrebbe fare il giornalismo. Un giornalismo che funzioni è, come dicono in America, il cane da guardia del potere. Ma in un paese che funzioni, a fare le pulci a un movimento che vuole arrivare al potere – e pretende di avere le carte in regola eticamente parlando – dovrebbero essere, per primi, i cittadini stessi.

[segue]

Foto • 1964: Assemblaggio di un automa •

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One thought on “Tecnomorfi – seconda parte

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