Tecnomorfi – Dalla morte della politica alla nascita della mente alveare. Passando per Beppe Grillo

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1. FUGGIRE DA UN FRAME, FINIRE DENTRO UN ALTRO

Il principio se ne sta lì da un secolo, formalizzato da Freud, a disposizione di chiunque sappia trasformare questa conoscenza in potere:

Gli esseri umani, nei loro processi decisionali, sono spinti da impulsi irrazionali.

Questa piccola legge ha fatto la felicità e la fortuna degli spin doctor più avveduti, e col tempo ha gettato le basi della scienza della fabbricazione del consenso. Per farcela, per avere i voti o i soldi, bisogna puntare non alla mente razionale della gente, ma a quella parte in cui si subisce il fascino delle narrazioni. La gente si vince e si convince con le favole: dei frame, delle cornici narrative che fanno leva su pulsioni e bisogni interiori non razionali e spesso neppure coscienti. Per farcela, inoltre, serve un apparato comunicativo e un comunicatore, entrambi di ottima qualità.

Uno dei primi – o forse degli ultimi? – a mettere a nudo, non in ponderosi saggi, ma in libri di satira, il modello narrativo berlusconiano è stato Daniele Luttazzi. Berlusconi aveva il controllo del medium che un intero secolo aveva innalzato a strumento più potente di qualsiasi arma atomica, la televisione. E poi aveva se stesso, che vendeva benissimo come protagonista di una storia – una storia italiana – che la maggior parte degli italiani aveva tanta voglia di leggere. Anche chi non lo sopportava non poteva esimersi dal restare imbrigliato in quella cornice. La leggeva rovesciata, in negativo, in detrazione, ma ne era schiavo ugualmente. Era un frame narrativo potentissimo, un’arma micidiale: un superframe. Lui aveva i mezzi, aveva i dispositivi di vendita, aveva una storia magnetizzante. E ha vinto per venti anni, ha segnato l’inizio della seconda Repubblica capitalizzando perfettamente moduli narrativi che gli preesistevano, quali ad esempio la fine del vecchio dominio partitocratico e la polarizzazione destra-sinistra dell’asse ideologico. E poi aveva i culi e le tette, che, insieme a un vago concetto di libertà sempre sbandierato e mai attuato, era un ottimo modo di indorare il tutto. Vinse a mani così basse che si verificarono dinamiche su cui i giornalisti si scervellarono per anni, tipo quella dell’operaio che vota Forza Italia. Impulsi irrazionali.

Ciò che sta succedendo con il movimento 5 stelle – M5S – è un processo del tutto simile. L’ancient regime sta crollando sotto il suo stesso peso, serve un nuovo catalizzatore che travasi i grandi flussi di consenso, da dove stanno fuggendo sempre più rapidamente verso una narrazione nuova. Serve un nuovo medium, ché ormai la televisione è territorio colonico dei vecchi potentati del secolo scorso. È compromessa. Serve un nuovo protagonista-narratore e una nuova, nuovissima narrazione. Il passaggio alla terza Repubblica necessita di uno stacco di gran lunga maggiore rispetto a quello che caratterizzò le doglie della seconda. La gente ha voglia di qualcosa di veramente nuovo. O almeno che lo sembri.

Arriva questo comico, che col tempo, invece di finire nel dimenticatoio degli anni 80, riesce a riciclarsi costruendosi una nicchia da Savonarola contro i poteri percepiti come forti. Che denunci, sberleffi e sfanculi chi ci sottopone alle piccole angherie e ai soprusi quotidiani, quelli che ci prudono di più: la truffa dei numeri a pagamento, la telecom, la casta, cose così. Quando il suo zoccolo di aficionados è abbastanza solido da consentirgli di vivere e poi di prosperare anche fuori dalla televisione – cosa inaudita a quei tempi – da cui è cacciato, si fa avanti l’uomo venuto da lontano. Gli offre un prodotto: il dominio di un nuovo medium, che fino a quel momento va bene per le chat anonime, la musica e il porno gratis. Almeno da noi. Gli spiega che il web è potere. Lui, il comico, ha la stoffa del raccontastorie, e la gente pende dalle sue labbra. Però, dice l’uomo venuto da chissà dove, ora basta coi tendastrisce, ora basta coi numeri 144. C’è da creare un piccolo impero. All’inizio i progressi saranno lenti, ma davanti al comico, se gioca bene le sue carte, c’è un traguardo importante. Il comico è vinto a sua volta da questa narrazione, smette di rompere i computer ai suoi spettacoli e d’un tratto il web diventa il viatico a tutto ciò che c’è di nuovo e meraviglioso e buono e vero. Se opportunamente sfruttato.

La narrazione da proporre è forte. Una bomba. C’è l’antipolitica. Che non è l’antiberlusconismo, o l’anti-questo o l’anti-quello. È proprio il rifiuto categorico e anche violento della politica tout-court. In un paese dove i partiti sono da decenni associati alle cose peggiori della nostra storia (mafia, stragi, corruzione, privilegi, impunità e ogni tipo di loschi affari), questo ingrediente dell’antipolitica è davvero dinamite pura dentro una narrazione. Fare politica senza avere addosso l’etichetta infamante del politico. Governare un paese senza essere esponente di un qualche partito. È ovviamente, quella del fare politica senza la politica, una contraddizione in termini, ma è qui che Freud ci ricorda che non si acchiappa la gente con la logica.

Poi c’è il concetto, derivato dal precedente, di ridare il Paese al popolo, una prospettiva dal basso, dalla base, dopo un secolo di casta e nomenklatura. L’asse ideologico si riposiziona, non è più destra-sinistra, ma alto-basso. L’uomo comune che amministra. L’uomo comune al potere. Direttamente: si parla di democrazia diretta, il che è un altro problema teorico, visto che siamo 60 milioni, ma anche questa è logica. L’importante è come un’idea risuoni percuotendola, non come sia fatta dentro. Anche questa è dinamite, per un Paese fatto del 99% di esclusi dai giochi e dall’1% di persone con le entrature giuste – o le misure giuste.

Infine c’è la mancanza di fondamenta plutocratiche. Dopo il precedente berlusconiano, che non spiegò mai l’origine dei suoi primi soldi – come se ce ne fosse stato bisogno – e l’austerity che è diventata il basso continuo delle nostre vite, l’idea di metter su un movimento politico che conti solo sulla somma delle tante, piccole forze interne e neppure sui rimborsi pubblici, ormai sinonimo di peculato, senza lobby e industriali che regalino alla causa miliardi chiedendo in cambio pezzi di indipendenza e di coscienza, ebbene quest’idea è, di nuovo, un’idea dirompente.

Il tutto è amalgamato in maniera perfetta da questo nuovo medium, internet, che sembra fatto apposta. Niente, si dice, è più democratico e “dal basso” del web. Permette di organizzarsi in maniera orizzontale, senza gerarchie, in modo che tutti abbiano sempre la possibilità di contribuire nei due sensi: osservando e vigilando in senso passivo, e producendo contenuti, idee o quant’altro, in senso attivo. La tivù era dall’alto, internet è dal basso. Dal basso è buono, quindi internet è buono.

Internet è la novità, e questo movimento – guai a definirlo partito – è novità in purezza. Rivoluzionario, disordinato, in cui ognuno mette dentro ciò che ha, con la propria individualità. Le proprie differenze. Chiunque può trovare spazio e sentirsi riconosciuto in questa grande forza di rinnovamento e di riappropriazione del Paese, scippato da una casta di burocrati che ci sta mandando alla rovina.

A fare da coagulatore dell’anima del popolo è, ciliegina sulla torta, un comico. Da sempre, nella nostra cultura, è riservato ai comici, dai buffoni di corte di shakespeariana memoria agli stand-up comedian americani, il compito di essere paladini di verità scottanti, di essere pasquini dalla parte del popolo. E poi il popolo vuole ridere. Fallo ridere e lo conquisti, almeno per metà. Anche perché dell’altra tecnica di seduzione, i culi e le tette, siamo pieni fino al collo.

La narrazione è pronta, è la narrazione più potente da un sacco di tempo a questa parte. Si tratta di venderla. I tempi saranno necessariamente più lunghi, perché non cala dall’alto dentro ogni tinello grazie alla scatola catodica, ma si insinua gradualmente arrivando dai computer, in una nazione in cui non è che l’alfabetizzazione informatica sia proprio un vanto, e il digital divide si fa ancora sentire. Ma questo è il tempo della generazione Y, neppure wired, cablata, ma addirittura wireless. Socialmente connessa, con lo smartphone in tasca, i codici QR e i protocolli NFC. Tutte stregonerie che, in tempi meno lunghi del previsto, funzioneranno eccome.

Questo è il passaggio dal vecchio al nuovo macroframe destinato ad accogliere i megaflussi di consenso in fuga dal vecchio regime e dalla vecchia cultura. Un passaggio che si snoda molto in avanti, nel futuro, in cui l’ex comico è solo un tassello infinitesimale, forse pure inconsapevole. Questa è la nascita del Nouveau Régime.

•••

[le altre quattro parti di questo post sono: 2- La verità come vettore; 3- L’uomo venuto da lontano; 4- La favola di internet; 5- Nascita della mente alveare]

Foto • 1967: prototipo di esoscheletro della General Electric •

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